Processo ai Templari in Croazia e Slavonia
La presenza dell’Ordine dei Templari in Croazia e Slavonia, tra la metà del XII secolo e il 1312, si sviluppò lungo le principali rotte di pellegrinaggio e commerciali dirette in Terrasanta. I cavalieri vi stabilirono numerose precettorie, alternando attività agricole, allevamento di cavalli e il controllo strategico di porti e snodi stradali.
Le principali sedi templari in Croazia
I Templari organizzarono il territorio in grandi possedimenti (domus o precettorie) concentrati sia sulla costa adriatica sia nelle pianure interne.
Lungo la costa e in Dalmazia:
Vrana: il centro nevralgico, militare e politico dell’ordine nell’area.
Senj (Segna): un porto fortificato fondamentale che garantiva enormi rendite grazie ai diritti di ancoraggio delle navi commerciali. L’ordine dovette in seguito cederlo a causa di forti contrasti con la popolazione locale.
Klis (Clissa) e Šibenik (Sebenico): altre roccaforti costiere temporanee abbandonate dopo tensioni con la nobiltà locale.
Zablaće: sviluppato come porto alternativo a Senj per il commercio di sale, grano e lana greggia.
Nell’interno (Slavonia e Croazia centrale):
Glogovnica e Gora: centri di enorme rilevanza agricola e zootecnica.
Bela (vicino a Varaždin): Citata fin dal 1165 come una delle prime proprietà documentate.
Zagreb (Nova Ves): dove il vescovo Prodan eresse per l’ordine una chiesa e un monastero nella seconda metà del XII secolo.
Požega, Našice e Dubica: Altri avamposti strategici e feudi agricoli concessi dai sovrani ungheresi.
La Precettoria di Vrana e i suoi Tesori
La Precettoria di Vrana (situata vicino a Pakoštane e all’omonimo lago) rappresenta il sito templare più importante e affascinante della Croazia.
La Storia
Le origini di Vrana sono strettamente legate alla corona croata. Nel 1075, il re croato Zvonimiro Demetrio donò l’originario monastero benedettino di San Giorgio alla Santa Sede come segno di fedeltà al Papa. Intorno al 1136-1168, il Papato affidò l’intera struttura e le terre circostanti ai Templari, esentandoli dal controllo del vescovo locale. I Templari trasformarono il cenobio in una imponente fortezza cinta da mura, torri e un fossato, presidiata da oltre mille persone. Vrana divenne uno snodo economico ricchissimo grazie al monopolio sul commercio del sale. In seguito alla soppressione dell’ordine nel 1312, il sito passò ai Cavalieri Ospitalieri, che lo trasformarono formalmente nel celebre Priorato di Vrana. Nel 1537 la fortezza capitolò sotto l’avanzata dell’Impero Ottomano.

Vrana le rovine dell’antico castello dei Templari eretto nel XII secolo
Il “Tesoro” di Vrana: Storia e Leggenda
Quando si parla dei tesori di Vrana, la storia si intreccia con il mito dei Templari.
1. Le Insegne Reali e la Corona Croata (Realtà Storica): Il vero grande “tesoro” documentato di Vrana non era d’oro templare, ma politico. Nel XII secolo, prima dell’arrivo dei cavalieri e durante i primi anni del loro insediamento, la fortezza custodiva le insegne reali e la corona del Regno di Croazia. Era un luogo così sicuro che il re Colomano d’Ungheria dovette recarsi nella vicina Biograd per essere incoronato, proprio per la prossimità alle sacre insegne custodite a Vrana.
2. Il Trasporto delle Reliquie: Nel 1283, i cronisti dell’epoca registrarono che i Templari di Vrana ebbero un ruolo chiave nel proteggere e trasportare via mare dalla Palestina a Zara il corpo incorrotto di San Simeone, una delle reliquie più venerate della Dalmazia.
3. Le Ricchezze del Sale: la precettoria accumulò fortune immense controllando le saline della costa. Molti storici ritengono che, saputo in anticipo delle persecuzioni papali del 1307 in Francia, i Templari locali abbiano legalmente e progressivamente integrato le loro finanze liquide nei circuiti della nobiltà ungherese-croata amica, evitando che venissero confiscate.
4. Le Leggende Sotterranee: come per ogni fortezza templare, le leggende locali narrano di una fitta rete di gallerie sotterranee scavate al di sotto del castello medievale (oggi in rovina) e dirette verso il lago di Vrana, dove i cavalieri avrebbero sepolto i loro beni liturgici d’oro e d’argento prima di cedere il passo agli Ospitalieri.
Nomi dei templari croati processati e giudizio finale e nomi degli inquisitori
Il processo ai Templari nei territori storici della Croazia e della Slavonia (all’epoca uniti sotto la corona del Regno d’Ungheria-Croazia) si differenziò nettamente per la sua mitezza rispetto a quanto avvenne in Francia sotto Filippo il Bello. I documenti storici dell’epoca (1309–1311) offrono dettagli precisi sull’apparato inquisitorio e sull’esito finale della vicenda.
Gli Inquisitori e i Giudici
A seguito delle bolle papali inviate da Clemente V per estendere le indagini a tutta la cristianità, nel territorio ungherese-croato la commissione d’inchiesta fu guidata dalle massime autorità ecclesiastiche locali e da inviati pontifici.
Gentile da Montefiore (Cardinale e Legato Papale): fu il vero coordinatore politico e religioso dell’intera indagine nell’area balcanica e ungherese. Inviato dal Papa per pacificare il regno e far applicare i decreti papali, gestì la transizione delle proprietà con pragmatismo politico.
Tommaso (Arcivescovo di Esztergom) e Giovanni (Arcivescovo di Kalocsa): i due primati della Chiesa del regno, che ricevettero l’ordine formale di istituire i tribunali inquisitori nei loro territori per interrogare i cavalieri.
I Vescovi Locali (tra cui il Vescovo di Zagabria): a livello diocesano, le indagini sul clero regolare e sui membri delle precettorie (come Gora, Glogovnica e Nova Ves a Zagabria) vennero delegate ai vescovi territoriali croati, che tuttavia mantennero un atteggiamento estremamente protettivo e morbido nei confronti dell’ordine
I Nomi dei Templari Coinvolti
A causa della natura prettamente amministrativa che assunse la fine dell’ordine in Croazia, non esistono elenchi di prigionieri condannati o giustiziati, poiché non si arrivò mai a formulare accuse individuali di eresia comprovate da confessioni estorte.
Tuttavia, i registri storici e i documenti relativi alle proprietà e ai precedenti arbitrati menzionano i grandi dignitari e maestri che gestirono la provincia di “Ungheria e Sclavonia” (Croazia) subito prima e durante gli anni della crisi.
Frate Federico di Nigripellix (o de Nigropalle): Maestro provinciale d’Ungheria e Slavonia nei primissimi anni del XIV secolo.
Frate Gerardo (o Gerardus): Maestro e alto dignitario che compare in diversi atti di riconciliazione e gestione delle precettorie croate prima della bolla di arresto.
Frate Bertram (Bertrando): uno degli ultimi precettori ufficiali menzionati alla guida della provincia balcanica nei documenti d’archivio.
La maggior parte dei cavalieri operanti a Vrana o a Senj non erano nativi francesi, ma appartenevano alla nobiltà locale croata e ungherese, fattore che garantì loro una forte rete di protezione da parte delle famiglie aristocratiche locali.
Il Giudizio Finale
Il verdetto finale per i Templari in Croazia fu di assoluzione di fatto dalle accuse di eresia e di pacifica reintegrazione sociale, sebbene l’ordine sia stato comunque sciolto d’autorità.
Nessuna condanna a morte: nessun templare fu bruciato sul rogo, torturato o imprigionato a vita in Croazia.
La Bolla di Vienne (1312): quando il Papa decretò ufficialmente la soppressione dell’ordine nel Concilio di Vienne (Vox in excelso), i tribunali croati si limitarono a ratificare la decisione pontificia per via burocratica.
Assorbimento e Pensionamento: il giudizio della Chiesa locale stabilì che i singoli frati croati fossero “innocenti” o non perseguibili. Ai cavalieri rimasti fu concesso di spogliarsi dell’abito templare e confluire spontaneamente nei Cavalieri Ospitalieri (che ereditarono la Precettoria di Vrana) o in altri ordini monastici, mantenendo spesso i propri benefici economici e rendite vitalizie.
Il Cardinale Gentile da Montefiore (noto anche come Gentile Partino) fu una delle figure diplomatiche più influenti della Chiesa del primo Trecento. Il suo operato nell’area balcanica si rivelò decisivo nel determinare il destino pacifico dei Templari in Croazia e Slavonia. Nominato Legato Apostolico da Papa Clemente V nel 1307, ricevette pieni poteri su una vastissima giurisdizione che comprendeva l’Ungheria, la Croazia, la Polonia, la Dalmazia e la Serbia.
1. La sua missione principale: Consolidare gli Angioini
Il motivo fondamentale per cui il cardinale fu inviato nei Balcani non era la caccia ai Templari, ma la stabilizzazione politica della corona. Il regno era scosso da guerre civili e dall’insubordinazione dei potenti baroni locali. L’obiettivo primario di Gentile da Montefiore fu assicurare il trono al giovane Carlo Roberto d’Angiò (Caroberto), sostenuto fortemente dal Papato.
Grazie a una finissima abilità diplomatica, il cardinale riuscì a mediare con l’aristocrazia ribelle, curando le incoronazioni formali del re (l’ultima e definitiva nel 1310) e pacificando il territorio.
2. La gestione del “Fronte Templare”
Quando nel 1307-1308 giunsero le direttive papali di arrestare i Templari ed estorcere confessioni, il cardinale si trovò in una posizione delicata. Sapeva che i Templari in Croazia e in Ungheria erano profondamente integrati con quella stessa nobiltà locale di cui lui cercava l’appoggio per incoronare il re Angioino.

Croazia Chiesa Templare di San Martino risalente XIII secolo
Il suo ruolo fu quindi guidato da un estremo pragmatismo politico.
Evitò la violenza: decise di non avviare una persecuzione inquisitoria violenta. Non autorizzò l’uso sistematico della tortura, impedendo che nei territori croati si creasse il clima di terrore e i roghi che stavano sconvolgendo la Francia.
Applicazione formale: fece in modo che le indagini si limitassero a udienze puramente formali, guidate da vescovi locali a lui fedeli (come il vescovo di Zagabria), le quali puntualmente si concludevano con l’assenza di prove circa le accuse di eresia.
Preservazione dell’ordine sociale: invece di distruggere i Cavalieri, attese i decreti formali del Concilio di Vienne (1312) per attuare una transizione esclusivamente burocratica e amministrativa, proteggendo la vita e i beni dei singoli membri che confluirono negli Ospitalieri.
L’eredità storica e artistica
Dopo aver concluso con successo la sua missione nel settembre 1311, Gentile da Montefiore intraprese il viaggio di ritorno verso la Curia papale ad Avignone. Si fermò ad Assisi, dove destinò ben 600 fiorini d’oro — in parte derivanti proprio dai doni e dai successi diplomatici della sua legazione in Ungheria e Croazia — per far erigere e affrescare da Simone Martini la celebre Cappella di San Martino nella Basilica inferiore di San Francesco. Il cardinale morì improvvisamente a Lucca nell’ottobre del 1312, poco dopo la fine formale dell’ordine dei Templari.
Il processo ai Templari nei territori della Slavonia medievale (regione situata tra i fiumi Sava e Drava, all’epoca legata alle corone di Ungheria e Croazia) si svolse tra il 1309 e il 1311 con modalità del tutto uniche e con una repressione oltremodo blanda.
A differenza dei brutali roghi francesi ordinati da Filippo il Bello, in Slavonia non vi furono condanne a morte, torture sistematiche o confessioni estorte. Il processo si risolse in un’indagine formale e in una transizione prettamente amministrativa dei beni.
I Giudicanti e gli Inquisitori
Il tribunale inquirente fu composto dalle massime cariche ecclesiastiche locali e pontificie, che scelsero una linea diplomatica improntata alla protezione dell’aristocrazia locale.
Augustin Kažotić (Agostino Casotti), Vescovo di Zagabria: fu la figura centrale nella gestione del processo in Slavonia. Conosciuto per la sua profonda cultura e rettitudine, Kažotić proteggesse apertamente i Templari dalle accuse infondate, riducendo il processo a una serie di udienze burocratiche senza permettere alcuna violenza o tortura.
Gentile da Montefiore (Legato Papale): il cardinale inviato da Papa Clemente V per pacificare il regno. Coordinò le indagini dall’alto, ma con l’obiettivo politico primario di consolidare la corona degli Angioini e l’appoggio dei nobili locali, evitando di inimicarsi le famiglie legate ai Templari.
Tommaso e Giovanni (Arcivescovi di Esztergom e Kalocsa): i due massimi prelati ungheresi responsabili formali dell’istituzione dei tribunali inquisitori in tutta la provincia ecclesiastica del regno.
Le Sedi Templari in Slavonia sotto processo
La Slavonia era una delle aree economicamente più ricche per l’ordine grazie alle sue vaste attività agricole e pastorali (produzione di grano, vino e allevamento). I principali complessi fortificati e monasteri (mayur) finiti al centro delle indagini furono:
Glogovnica: uno dei possedimenti più antichi e cruciali, noto come importante centro zootecnico e di allevamento equino per le crociate.
Gora: Un feudo templare di enormi dimensioni nei pressi dell’odierna Petrinja, dotato di funzioni difensive e strategiche.
Nova Ves (Zagabria): la precettoria cittadina dove i cavalieri possedevano la monumentale chiesa di San Zaccaria e un monastero, protetti direttamente dalla diocesi.
San Martino (Martin Breg / Dugo Selo): importante centro agricolo e di accoglienza lungo le vie di transito dell’entroterra.
Našice e Požega: snodi commerciali fortificati ceduti all’ordine nel XIII secolo per bonificare le aree interne e proteggere le rotte verso est.
Dubica: roccaforte militare chiave posta lungo il fiume Sava per il controllo del confine meridionale.
I Nomi dei Templari della provincia
Poiché non vi furono arresti di massa, processi per eresia individuale o condanne, i registri inquisitori non contengono elenchi di prigionieri eretici. I documenti dell’epoca conservano però i nomi dei Maestri e dei Dignitari che governarono la provincia (Magister per Ungariam et Sclavoniam) o gestirono le singole precettorie negli anni immediatamente precedenti e concomitanti alla crisi.
Frate Federico di Nigripellix (de Nigropalle): Maestro Provinciale d’Ungheria e Slavonia all’inizio del XIV secolo, incaricato di gestire i rapporti con la corona.
Frate Gerardo (Gerardus): alto dignitario e precettore che compare negli atti ufficiali di conciliazione della provincia balcanica.
Frate Bertram (Bertrando): uno degli ultimi responsabili amministrativi dei beni dell’ordine durante la fase di transizione.
Gran parte dei fratelli d’arme e sergenti operanti nelle sedi slavone non erano francesi, bensì giovani esponenti della nobiltà autoctona croata e ungherese. Questa integrazione familiare permise loro di evitare il carcere.
Il Giudizio Finale
Il giudizio formale emesso in Slavonia si concluse con l’assoluzione totale dei singoli cavalieri dalle accuse di eresia. Quando nel 1312 la bolla papale Vox in excelso soppresse ufficialmente l’ordine, i Templari slavoni si limitarono a spogliarsi dell’abito e vennero pacificamente assorbiti dai Cavalieri Ospitalieri (Gerosolimitani). Molti di essi mantennero le proprie rendite vitalizie o entrarono a far parte del clero secolare locale, senza subire alcuna persecuzione.
Il Vescovo Kažotić riuscì a gestire i rapporti con il Papa senza applicare le torture.
Il Vescovo Augustin Kažotić (Agostino Casotti), domenicano dalla vastissima cultura teologica e giuridica formata alla Sorbona, riuscì a gestire i processi ai Templari nella diocesi di Zagabria tra il 1309 e il 1311 neutralizzando le richieste papali di violenza e tortura senza mai entrare in aperto conflitto con la Santa Sede.
La sua strategia per proteggere i Cavalieri e preservare la pace si basò su tre pilastri normativi e politici:
1. La “Gabbia” del Diritto Canonico e la tutela dei Vescovi
Papa Clemente V, fortemente pressato dal re di Francia Filippo il Bello, aveva inviato le bolle papali esigendo che i tribunali inquisitori estorcessero confessioni anche attraverso la tortura. Kažotić sfruttò a suo vantaggio le stesse pieghe del diritto canonico. La tortura, secondo le leggi ecclesiastiche dell’epoca, poteva essere applicata solo in presenza di indizi o prove gravi e concordanti di eresia. Kažotić impostò il processo su base puramente formale: i Templari locali (prevalentemente nobili croati e ungheresi) vennero interrogati e dichiararono la propria assoluta ortodossia. Mancando accuse specifiche o testimoni credibili sul suolo slavone, il Vescovo decretò che non sussistevano i presupposti legali per autorizzare atti di violenza. Il Papa non poté contestare questa decisione, poiché formalmente il Vescovo stava applicando la legge alla lettera.
2. L’isolamento protettivo a Nova Ves (Zagabria)
Invece di gettare i Templari nelle prigioni vescovili o lasciarli alla mercé di inquisitori fanatici, Kažotić scelse una via di custodia protettiva. Riunì i cavalieri delle varie precettorie della Slavonia e li fece alloggiare insieme a Nova Ves, un quartiere sotto la diretta giurisdizione del Vescovo di Zagabria. Sotto la sua formale tutela, i Templari non vissero come prigionieri da torturare, ma come una comunità religiosa in attesa di giudizio. Questa mossa impedì ai poteri secolari e a inquisitori esterni di prelevare i frati con la forza.
3. La sponda politica con il Legato Papale e i Baroni
Kažotić non agì da solo; si mosse in perfetta sintonia con il contesto politico del regno. Trovò un alleato silenzioso nel Cardinale Gentile da Montefiore, il Legato Papale incaricato di supervisionare l’area. Il cardinale aveva come priorità assoluta la pacificazione del regno sotto gli Angioini e sapeva che torturare i Templari (imparentati con i potenti baroni locali) avrebbe scatenato una guerra civile. Forte di questa intesa politica, Kažotić presentò a Roma una situazione stabile: l’ordine era sotto controllo, i beni erano congelati e non c’era alcuna emergenza ereticale da estirpare col fuoco.
Il risultato al Concilio di Vienne (1311-1312)
Grazie a questa qestione diplomatica, Augustin Kažotić si presentò di persona al Concilio di Vienne nel 1311, dove il Papa discusse il destino finale dell’ordine. Avendo evitato lo scandalo delle torture e delle false confessioni estorte nel suo territorio, Kažotić poté ratificare la bolla di scioglimento della Chiesa del 1312 garantendo un passaggio pacifico: i Templari della Slavonia non furono condannati, ma poterono spogliarsi dell’abito o confluire nei Cavalieri Ospitalieri mantenendo i propri diritti e la propria libertà.

