[…] Verso il mezzodì, sparita l’isola, un improvviso turbine roteò la nave, e la sollevò quasi tremila stadi in alto, né più la depose sul mare: ma così sospesa in aria, un vento, che gonfiava tutte le vele, la portava. Sette giorni e altrettante notti corremmo per l’aria; nell’ottavo vedemmo una gran terra nell’aria, a forma di un’isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici e approdati scendemmo: e riguardando il paese, lo troviamo abitato e coltivato. Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un’altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: e pensammo fosse questa che noi abitiamo.
Avendo voluto addentrarci nel paese fummo scontrati e presi dagl’Ippogrifi, come colà si chiamano. Questi Ippogrifi sono uomini che vanno sopra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi, e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto son grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e più massicce d’un albero d’un galeone. Questi Ippogrifi dunque hanno ordine di andare scorrazzando intorno alla terra, e se incontrano forestieri, di menarli dal re: onde ci prendono e ci menano da lui.
Il quale vedendoci e giudicandone ai panni, disse: Ebbene, o forestieri, siete voi Greci? E rispondendo noi di sì: E come, ci dimandò, siete qui giunti, valicato tanto spazio d’aria? Noi gli contammo per filo ogni cosa; ed egli ci narrò ancora dei fatti suoi, come egli era uomo, a nome Endimione, e come una volta mentre dormiva fu rapito dalla nostra terra, e venne qui, e fu re del paese Questa, egli disse, è quella terra che voi vedete di laggiù e chiamate la Luna. State di buon animo, e non sospettate di nessun pericolo, ché non mancherete di tutte le cose necessarie. Se condurrò a buon fine la guerra che ora faccio agli abitanti del Sole, voi vivrete presso di me una vita felicissima.
Questo brano, è un estratto del romanzo in due libri La Storia Vera, scritto da Luciano di Samosata, probabilmente, intorno al 180 d.C.. E’ considerato il primo viaggio letterario sulla Luna, anticipatore di tante opere quali Orlando Furioso, Gargantua e Pantagruel, Le Avventure del Barone di Münchhausen, I Viaggi di Gulliver, Ventimila leghe sotto i mari.
La storia è raccontata in prima persona, il viaggio immaginario porterà Luciano e i suoi compagni in un viaggio per mare, dagli abissi alla luna, e perfino dentro il ventre di una balena, da cui l’equipaggio ne uscirà incolume. Causa che provoca il “salto” spaziale sarà un fortissimo turbine che solleva la caravella su cui navigavano lui e i compagni e, dopo un viaggio di sette giorni e sette notti, raggiungerà la luna.
La Luna di Luciano è popolata dagli Ippogrifi, così detti per la loro abitudine di cavalcare grifi a tre teste; ci sono inoltre gli Arborei, che si distinguono perché nascono dalle ghiande di un albero. Non vi sono donne. Sono gli uomini fino ai venticinque anni, a concepire i figli, dentro il polpaccio. Gli abitanti si nutrono solo del profumo dei cibi, sudano latte ed espellono miele dal naso. Hanno una coda a forma di piccolo cavolo, vestono abiti di vetro o di rame, hanno gli occhi removibili, che possono essere tolti e custoditi a parte e sostituiti facilmente. Infine, al momento della morte, il loro corpo si dissolve in fumo:
[…]
Durante la mia dimora nella Luna, vidi cose nuove e mirabili che voglio raccontare. Prima di tutto là non nascono dalle femmine ma dai maschi; fanno le nozze tra maschi; e di femmine non conoscono neppure il nome. Fino a venticinque anni ciascuno è moglie, dipoi è marito; ingravidano non nel ventre, ma nei polpacci delle gambe; concepito l’embrione, la gamba ingrossa; e venuto il tempo vi fanno un taglio, e ne cavano come un morticino, che espongono al vento con la bocca aperta, e così lo fanno vivo. E credo che di là i Greci hanno tratto il nome diven tre gamba che danno al polpaccio, il quale lì diventa gravido invece del ventre.
Ma conterò una cosa più mirabile di questa. È quivi una specie di uomini detti Arborei, che nascono a questo modo. Tagliano il testicolo destro d’un uomo, e lo piantano in terra: ne nasce un albero grandissimo, carnoso, a forma d’un fallo, con rami e fronde, e per frutti ghiande della grossezza d’un cubito. Quando queste sono mature, le raccolgono e ne cavano gli uomini. Hanno i genitali posticci; alcuni di avorio, i poveri di legno, e con questi si mescolano e si sollazzano coi loro garzoni. Quando l’uomo invecchia non muore, ma come fumo vanisce nell’aria.
Molte sono le versioni riguardo al mito legato ad Endimione, il più conosciuto è quello secondo il quale Endimione era amato da Selene, la Luna, la quale si nascondeva dietro le pendici del monte Latmo (Asia Minore) per andare a trovarlo mentre dormiva in una grotta. Il sonno, secondo questa versione, sarebbe stato provocato dalla stessa dea per potersi unire al giovane. Secondo altre versioni, il sonno, sarebbe stato dato da Zeus come punizione poiché Endimione avrebbe desiderato Era. Luciano sceglie la versione del rapimento da parte della Luna-Selene che sceglie Endimione, come re della Luna.
Primo viaggio nella balena (Luciano di Samosata)
Dopo l’avventura sulla Luna i protagonisti della Storia Vera di Luciano si ritrovano dentro la pancia della balena. Un luogo buio ma ricco di pesci, relitti di navi e ossa umane, Luciano ci racconta che le sue dimensioni erano simili ad una città di diecimila abitanti. Presi dallo sconforto l’equipaggio si dispera ma, in seguito accendono un fuoco e cucinarono il pesce che il ventre della balena offriva.
[…] Il giorno appresso levatici, quando la balena apriva la bocca, vedevamo ora terre e montagne, ora solamente cielo, e talora anche isole, e così ci accorgemmo che essa correva veloce per tutte le parti del mare. Poiché ci fummo in certo modo abituati a vivere così, io presi sette compagni e andai nella selva per scoprire il paese. Non ero andato cinque stadi, e trovo un tempio sacro a Nettuno, come diceva la scritta, e poco più in là molti sepolcri con colonne sopra, e una fonte d’acqua chiara, udimmo ancora il latrato d’un cane, e vedemmo fumo lontano, e pensammo ci fosse anche qualche villa. Affrettato il passo giungemmo a un vecchio e un giovinetto, che con molta cura lavoravano un orticello, e l’annaffiavano con l’acqua condotta dalla fonte. Compiaciuti insieme e spauriti, ci fermammo; e loro, come si può credere, commossi del pari, rimasero senza parlare. Dopo alcun tempo il vecchio disse: Chi siete voi, o forestieri? forse geni marini o uomini sfortunati come noi? ché noi siamo uomini, nati e vissuti su la terra, e ora siamo marini, e andiamo nuotando con questa belva che ci chiude, e non sappiamo che cosa siamo diventati, ché ci par d’essere morti, e pur sappiamo di vivere.A queste parole io risposi: Anche noi, o padre, siamo uomini, e siamo arrivati poco fa, inghiottiti l’altro ieri, con tutta la nave. Ci siamo inoltrati volendo conoscere com’è fatta la selva, che pareva grande e selvaggia. Qualche genio certamente ci guidò per farci vedere te, e sapere che non siamo chiusi noi soli in questa belva. Ma narraci i casi tuoi: chi sei tu, e come qui entrasti. E quegli disse di non voler narrare né domandare alcuna cosa prima di offrirci i doni ospitali che egli poteva: ci prese e ci menò a casa sua, che egli stesso si era costruita, bastante per lui, con letti e altre comodità; ci mise innanzi alcuni ortaggi, e frutti e pesci, e versò anche del vino.
[…] Egli ne fece le meraviglie grandi, e poi a sua volta ci narrò i casi suoi, dicendo: Io, o miei ospiti, sono di Cipro. Uscito per commerciare dalla mia patria, con questo mio figliuolo che vedete, e con molti altri servi navigavo per l’Italia, portando un carico di mercanzie sopra una gran nave, che forse alla bocca della balena voi vedeste sfasciata. Fino alla Sicilia navigammo prosperamente, ma di là un vento gagliardissimo dopo tre giorni ci trasportò nell’Oceano, dove abbattutici nella balena, fummo uomini e nave inghiottiti; e morti tutti gli altri, noi due soli scampammo. Sepolti i compagni, e rizzato un tempio a Nettuno, viviamo questa vita coltivando quest’orto, e cibandoci di pesci e di frutti. La selva, come vedete, è grande, e ha molte viti, dalle quali facciamo vino dolcissimo; ha una fonte, forse voi la vedeste, di chiarissima e freschissima acqua. Di foglie, ci facciamo i letti, bruciamo fuoco abbondante, prendiamo con le reti gli uccelli che volano, e peschiamo vivi i pesci che entrano ed escono per le branchie della balena; qui ci laviamo ancora, quando ci piace, che c’è un lago non molto salato, di un venti stadi di circuito, pieno d’ogni sorta di pesci, dove nuotiamo e andiamo in una barchetta che io stesso ho costruito. Son ventisette anni da che siamo stati inghiottiti, e forse potremmo sopportare ogni altra cosa, ma troppo grave molestia abbiamo dai nostri vicini, che sono intrattabili e selvatici.
E che? diss’io, sono altri nella balena? Molti, rispose, e inospitali, e di stranissimo aspetto. Nella parte occidentale della selva, cioè verso la coda, abitano gl’Insalumati, genti con occhi d’anguille e facce di granchi, pugnaci, audaci, crudeli. Al lato destro sono i Tritonobecchi, simili agli uomini all’insù e all’ingiù ai pesci spada: questi sono meno tristi degli altri. Al lato sinistro i Granchimani e i Capitonni, che hanno fatto lega e comunella fra loro; nel mezzo abitano gli Sgranchiati e i Piedisogliole, gente guerriera e velocissima; la parte orientale verso la bocca è tutta deserta, perché battuta dal mare. Io poi tengo questo luogo pagando ogni anno ai Piedisogliole un tributo di cinquanta ostriche. Così fatto è il paese, e noi dobbiamo vedere come poter combattere con tante genti, e come viverci. Quanti sono tutti questi? diss’io.
Più di mille, rispose.
E che armi hanno ?Non altro che spine di pesci.
Bene, io dissi, li combatteremo: essi sono inermi, noi armati, quando li avremo vinti non ci staremo più con paura.
E così stabilito, tornammo alla nave per prepararci.
Un nuovo combattimento vede i protagonisti della Storia Vera, che li vedrà vincitori.
E così spazzato il paese, e nettatolo da ogni nemico, l’abitavamo senza paura, esercitandoci nella ginnastica, nella caccia, a coltivare la vigna, a cogliere i frutti dagli alberi; insomma stavamo come prigionieri che vivono in un grande e sicuro carcere senza catena e comodamente. Un anno e otto mesi passammo in questo modo. Nel nono mese, al quinto giorno, verso la seconda apertura della bocca (una volta l’ora la balena apriva la bocca, e così noi contammo il tempo), verso dunque la seconda apertura, a un tratto si udì un gran gridare e un fracasso come di voga arrancata e di rematori. Sbigottiti ci arrampicammo alla bocca della balena, e stando in mezzo ai denti, vedemmo il più meraviglioso spettacolo di quanti mai io ne abbia veduti, omaccioni di mezzo stadio, che navigavano su grandi isole come sopra triremi. So che racconto cose che paiono incredibili, ma pure le dirò. Le isole erano ben lunghe, non molto alte, ciascuna un cento stadi di circuito; su esse navigavano un centoventi di questi omaccioni, dei quali alcuni seduti in ordine ai due lati dell’isola vogavano tenendo in mano grandi cipressi con tutti i rami e le fronde, come fossero remi, dietro a poppa sopra un alto colle stava il pilota con in mano il timone lungo uno stadio, sulla prora una quarantina di armati combattevano, simiglianti a uomini, tranne la chioma che era fuoco e ardeva, onde non avevano bisogno di elmo. Invece di vele ciascuna aveva molta boscaglia, dove il vento colpiva, e portava l’isola dove voleva il pilota. V’era il nostromo che incuorava la ciurma; erano sparvierate a remi, come galere. Da prima ne vedemmo due o tre, poi ne apparvero un seicento, che presero il largo e appiccarono battaglia. Molte cozzavano con le prore fra loro, e molte a quell’urto affondavano: alcune s’appiccavano strettamente l’una all’altra e combattevano, e non si volevano staccare.Quelli schierati sulle prore mostravano un gran valore, saltando d’una in un’altra e uccidendo, ché non si facevano prigioni. Invece di uncini e mani di ferro gettavano grandi polipi appiccati insieme, i quali abbrancavano gli alberi della boscaglia, e tenevano l’isola. Si ferivano scagliandosi ostriche ognuna quanto un carro, e spugne di un mezzo iugero. […]
dal Libro Secondo:
Da allora in poi, non potendo io sopportare di rimanere più a lungo nella balena, andavo mulinando come uscirne. In prima ci venne il pensiero di forare nella parete del fianco destro, e scappare. Ci mettemmo a cavare; ma cava, e cava quasi cinque stadi, era niente: onde smettemmo, e pensammo di bruciare il bosco, e così far morire la balena. Riuscito questo, ci sarebbe facile uscire. Cominciando dunque dalle parti della coda vi mettemmo fuoco, e per sette giorni ed altrettante notti non sentì bruciarsi; nell’ottavo ci accorgemmo che si risentiva, ché più lentamente apriva la bocca, e come l’apriva la richiudeva. Nel decimo e nell’undecimo era quasi incadaverita, e già puzzava. Nel dodicesimo appena noi pensammo che se in un’apertura di bocca non le fossero puntellati i denti mascellari da non farglieli più chiudere, noi correremmo pericolo di morir chiusi dentro la balena morta: onde puntellata la bocca con grandi travi, preparammo la nave, vi riponemmo molta provvigione d’acqua, e destinammo Scintaro a fare da pilota. Il giorno appresso era già morta, noi varammo la nave, e tiratala per l’intervallo dei denti, e ad essi sospesala dolcemente la calammo nel mare. Essendo usciti a questo modo, salimmo sul dorso della balena, e fatto un sacrifizio a Nettuno, presso il trofeo, ivi rimanemmo tre dì, ché era bonaccia, e il quarto ci mettemmo alla vela…