GUGLIELMO II IL TEMPLARE TRA REALTA’, STORIA E LEGGENDA
Prima di addentrarci nella storia di Guglielmo II il Templare, vediamo brevemente la differenza tra realtà, storia e leggenda, visto che Guglielmo II le ha vissute tutte e tre.
La realtà è l’insieme di tutti i fatti concreti che accadono o sono accaduti, indipendentemente dal fatto che qualcuno li abbia scritti o raccontati.
La storia è la ricostruzione scientifica del passato. Si basa esclusivamente su prove certe, documenti e reperti archeologici per raccontare la realtà.
La leggenda è un racconto fantastico che parte da una base reale (un luogo, un personaggio o un evento che sono esistiti davvero) ma viene arricchito nel tempo con elementi inventati, religiosi o magici.
Guglielmo II Aldobrandeschi, figlio di Guglielmo I (il “Gran Tosco”), è una figura storica e leggendaria della Maremma duecentesca, celebre per aver abbandonato i fasti feudali per diventare un Monaco-Cavaliere Templare. Mentre i suoi fratelli Umberto e Ildebrandino il Rosso si spartivano il potere politico e territoriale della Contea Aldobrandesca, Guglielmo II scelse la via della fede e delle armi sotto le insegne della Croce vermiglia, ed il bianco mantello. Lo si ricorda alla difesa di Selvena e la rinuncia ai beni di famiglia. Nell’eroica battaglia dell’anno 1240, prima di prendere i voti, Guglielmo combatté valorosamente al fianco dei fratelli, Umberto e Ildebrandino il Rosso, per difendere il Castello di Selvena, un avamposto minerario strategico della Maremma. La scelta monastica, avvenne poco dopo questa impresa, decidendo di disinteressarsi completamente del ricchissimo patrimonio paterno e dei feudi di famiglia. Scelse di ritirarsi a vita ascetica ed entrare nell’Ordine dei Templari. I documenti storici ne attestano la presenza fino al novembre del 1253, anno in cui sua figlia Margherita (da non confondere con l’altra Margherita figlia di Ildebrandino il Rossa), sposò il nobile Brunaccio da Montelaterone (Brunaccio da Montelaterone è una figura nobile medievale strettamente legata alla potente dinastia degli Aldobrandeschi signori della Maremma e del Monte Amiata, quale loro vassallo.
Il suo nome rientra spesso nelle cronache storiche e nelle leggende locali per via delle sue relazioni familiari e del forte legame con i Templari e con i misteri del territorio). In seguito, Guglielmo II, lo si ricorda in vari luoghi della Maremma, sembra che per breve tempo si incontra presso la Pieve di Santa Maria ad Lamulas, fra Arcidosso e Castel del Piano, e successivamente presso San Bruzio nei pressi di Magliano in Toscana. Tutto ciò ebbe un tempo relativamente breve, visto che dall’ordine ebbe incarichi ed alti compiti militari. Si deve ricordare che non era un semplice frate, ma bensì un Monaco Cavaliere discendente da antica e nobile famiglia, abituato al combattimento. Negli anni successivi, grazie al suo rango e alla sua esperienza bellica, ricevette importanti e riservati incarichi di comando all’interno dell’Ordine Templare. Le cronache popolari e i racconti locali della Maremma, tra storia e leggenda, lo ricordano alla guida di un temibile squadrone di monaci-cavalieri, impegnati a pattugliare le impervie strade montane e i fitti boschi della Maremma per proteggere i pellegrini e difendere le ricchezze minerarie e agricole della zona dai saccheggi, e non ultimo il fatto che fosse stato per un breve periodo in Terra Santa a combattere gli infedeli.
L’episodio di cui farò menzione fa parte di una delle leggende più suggestive e cariche di misticismo della Maremma, legata al recupero del corpo di Umberto Aldobrandeschi (il fratello di Guglielmo II), dopo la sua tragica morte a Campagnatico. La tradizione orale e i racconti popolari arricchiscono questo momento storico con i dettagli speculari alle rigide regole dell’Ordine del Tempio.
La morte di Umberto Aldobrandeschi (famoso anche nella Divina Commedia di Dante per la sua “superbia”) o meglio l’assassinio avvenuto nell’anno 1259 a Campagnatico e raccontatoci per mano di sicari inviati da Siena, storici nemici della casata, è una delle più grosse fandonie scritte dalla storia così come il patto di non violenza di Guglielmo II. Secondo il racconto tradizionale, l’atmosfera a Campagnatico dopo l’omicidio era tesissima: le truppe senesi presidiavano ancora la zona e l’assassino era presente. Guglielmo II, in quanto monaco-cavaliere, si trovava davanti a un enorme dilemma morale e religioso. Il divieto dei Templari, la regola primitiva dell’ordine (ispirata da San Bernardo di Chiaravalle), proibiva severamente ai Templari di versare sangue cristiano, a meno che non fosse strettamente necessario per legittima difesa o per proteggere la vita di innocenti. Combattere i Senesi per vendetta personale era del tutto escluso. I senesi non avrebbero mai ucciso Umberto anche se negli ultimi tempi aveva creato non pochi problemi.

Abbazia di San Rabano – Fonte: https://castellitoscani.com/abbazia-san-rabano/
Bisogna tener presente che la storia ci insegna e ci ricorda che anche il padre Guglielmo I, il Gran Tosco, ebbe a scontrarsi più volte con Siena, e addirittura una volta fu anche incarcerato dai senesi, ma non pensarono mai di ucciderlo. L’unico che veramente temeva Umberto (il quale aveva promesso al padre vendetta contro il cugino che aveva tradito lo zio, dopo che aveva riavuto il suo feudo, grazie a lo stesso zio) era Ildebrandino I di Santa Fiora figlio di Bonifacio, fratello di Guglielmo il Gran Tosco. Infatti nello stesso periodo della morte di Umberto, Ildebrandino si aggirava nella zona di Campagnatico con diversi uomini al suo comando. Guglielmo II decise di recarsi sul luogo del delitto disarmato, privo di spade o scudi, accompagnato soltanto da tre Confratelli Templari, consapevole che l’imboscata era stata organizzata dal cugino Ildebrandino I. Questa “spedizione disarmata” serviva a dimostrare pacificamente che non cercavano la ritorsione, ma chiedevano solo il rispetto dovuto alla salma, soprattutto, di un consanguineo. Purtroppo Guglielmo II sapeva che il cugino era scortato da diversi uomini, e forse anche i senesi sarebbero intervenuti in suo soccorso e sarebbe stata una tragedia un Templare che comanda al combattimento contro altri cristiani e per giunta contro un cugino della stesso sangue, ricordando che fuori dal paese vi erano diversi Templari in attesa di un comando di attacco che mai arrivò.
La leggenda locale parla dei monaci senza testa, descrivendo l’arrivo di Guglielmo e dei suoi confratelli a Campagnatico in modo spettrale. I Templari si presentarono avvolti nei loro lunghi mantelli bianchi con cappucci così calati sul volto da farli apparire, ai testimoni dell’epoca, come uomini senza testa (un’immagine simbolica che richiamava i cavalieri decapitati in Terra Santa). Nessuno dei soldati senesi osò attaccarli, intimoriti dalla sacralità dell’ordine e dall’aspetto ieratico delle figure. I monaci si limitarono a benedire il luogo del delitto, tracciando un cerchio d’acqua santa attorno al corpo di Umberto per proteggerne l’anima dalle forze del male e portarlo via verso la sepoltura. Questo episodio ha alimentato per secoli le storie di fantasmi della zona. Gli anziani del posto raccontano che ancora oggi, nelle notti più buie tra le colline di Campagnatico, si possa udire il rumore di zoccoli e vedere lo spettrale squadrone di cavalieri bianchi guidato da Guglielmo II, intento a scortare l’anima di suo fratello Umberto a difesa dei segreti della Maremma.
Altra storia parla del mistero della sepoltura e il viaggio di Guglielmo II all’Alberese con la salma del fratello e alla guida dei Templari che lo avevano aspettato fuori Campagnatico. La traslazione segreta, dopo l’assassinio, il corpo di Umberto non fu lasciato sul posto a causa del controllo dei senesi. Guglielmo II e i suoi confratelli organizzarono il recupero disarmato proprio per poter trasportare la salma lontano dai nemici senza scatenare una guerra, nascondendone la destinazione finale.
In un’altra storia non si accenna a Campagnatico ma al fatto che il corpo fu portato in gran segreto all’antica Magione di San Salvatore in Grosseto, e poi dopo aver sistemato il corpo in modo dignitoso, proseguirono per l’Abbazia di Santa Maria Alborensi, immersa nei fitti e allora impenetrabili boschi dei Monti dell’Uccellina (l’odierno Parco della Maremma). Questo luogo Guglielmo II lo fece diventare il custode tombale del segreto degli Aldobrandeschi.
È proprio tra i ruderi dell’antica abbazia di San Rabano e le calette dell’Alberese, con la famosa grotta segreta (conteneva stalle per i cavalli, cucina e dormitori con una piccolissima cappella) che dal mare portava alla collina dove avrebbero vissuto i Monaci/Cavalieri Templari di Guglielmo II, che la tradizione locale ha radicato la leggenda dei cavalieri di Alberese.
Nei racconti popolari, gli squadroni di monaci-cavalieri in mantello bianco appaiono e si odono tra la macchia mediterranea dell’Alberese e le vecchie mura dell’abbazia. Il fantasma di Guglielmo II è descritto mentre vigila eternamente sull’area, a protezione non solo dei segreti dell’Ordine e del tesoro Templare, ma della tomba nascosta del fratello rimasta inviolata proprio grazie all’isolamento di quel monastero. Questo dettaglio storico-geografico restituisce la giusta cornice alla storia: l’Alberese, con la sua abbazia medievale, incarna perfettamente lo spirito di rifugio e di mistero cercato dai Templari. Certamente Guglielmo II e i suoi cavalieri vivevano nella famosa grotta e non nell’abbazia.
Nelle fredde notti invernali appaiono a cavallo, questi cavalieri dal bianco mantello e la Croce vermiglia, addirittura si parla anche di cavalieri che hanno perso la testa in Terra Santa e riportati da Guglielmo II in Maremma, e gridano: “La nostra Sacra Milizia e il suo Tempio sono sempre vivi”.
La storia o leggenda racconta che anche Guglielmo II venne seppellito insieme al fratello Umberto. Ildebrandino di Bonifacio di Santa Fiora non ebbe una vita serena in quanto visse con la paura di vendetta da parte di Ildebrandino il Rosso e Guglielmo II. Sicuramente subì diversi attentati, anche se a volte fu considerato ribelle nei confronti della Repubblica, in realtà ebbe sempre pronto l’atto di sottomissione alla stessa, affidandosi spesso alla protezione di Siena. E’ stato l’uomo che ha dato inizio alla fine del “regno” degli Aldobrandeschi, per le sue scelte immature e inconsapevoli della realtà che si stava avvicinando alla sua casata, stretto fra due potenze come Siena e Orvieto, avendo lui tradito il suo stesso sangue di Sovana e Pitigliano, indebolendo completamente la loro forza.

