PARIDE PASCUCCI, IL PITTORE DELLA MAREMMA
di Maurizio Santi
Paride Pascucci nasce a Manciano (GR) il 30 settembre 1866, da una famiglia di piccoli possidenti. Sua madre muore dopo pochi anni, il padre riprende moglie e ha altri figli. Il primo tentativo ad olio del pittore mancianese risale a quel tempo: è un olio di Borgolungo e porta una data a penna: 1874. Di costituzione gracile, il ragazzo non è in grado di aiutare i fratellastri nel disbrigo delle faccende alla vigna e al campo paterni. Di lui, si dice che è un sognatore, un vagabondo; per evitare litigi Paride passa le giornate nei campi, si fa amico dei pastori e dei contadini, sosta nelle botteghe a disegnare i giocatori di tressette sul marmo dei tavoli. A sedici anni si reca a Siena per sbrigare una commissione al padre, viene così a sapere dell’esistenza dell’Accademia di Belle Arti e, tornato a Manciano, insiste presso la famiglia per potersi iscrivere. Vi riesce in parte e frequenta irregolarmente i corsi fino al 1885, quando il padre lo richiama definitivamente a Manciano. Nell’agosto del 1886 lo richiamano sotto le armi. Padova, Treviso, Venezia, sono le tappe di una serie di esperienze molteplici e determinanti, per il ragazzo di Manciano. Si innamora della laguna, delle cattedrali, dei paesaggi grigi delle città del nord, che gli rammentano i lunghi inverni del suo paese; riempie taccuini su taccuini di schizzi: le gondole, la laguna, i soldati, i cavalli, gli zaini, i fucili. Sente parlare per la prima volta di Fattori, di Lega, di Signorini, sente parlare di una pittura che ha rivoluzionato quella tradizionale, la pittura che per lui, mancianese, nasce e finisce nell’Aldi poiché egli, al di fuori dei classici dell’Accademia, di altri non sa che del Morelli e del Cremona. Nel 1889, dopo due anni e nove mesi di vita militare, torna a Manciano e di qui a Siena, dove fa appena a tempo a ricevere una segnalazione perché, rimasto privo di denaro, deve tornare in paese. Qui trova il padre deciso a non spendere più denaro per trattenerlo a Siena. Allora riparte, senza l’aiuto di nessuno, con pochi spiccioli in tasca. Trova alloggio nella locanda più umile della città e salta spesso i pasti finchè non gli capita di dare qualche lezione di disegno a ragazzi di famiglie agiate. Passa il resto del tempo a ritrarre modelli nel salone dell’Accademia. Nel 1896 vince l’alunnato Biringucci con un bozzetto ad olio sulla cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso. Della commissione giudicatrice fa parte Cesare Maccari, l’illustre affreschista, che fin da questi giorni prediligerà fra gli allievi il giovane mancianese. Grazie alla borsa di studio Pascucci può smettere di dar lezioni e dedicarsi completamente al suo lavoro: gli vengono passate cinque lire al giorno e ha i saloni dell’Accademia a disposizione. Ma proprio adesso egli comincia ad essere combattuto tra due tendenze che si lottano tra di loro: da una parte lo legano l’educazione al disegno minuto e squisito dell’Aldi la suggestione del soggetto storico, l’incanto sottile di Siena, del Duomo, degli affreschi di Taddeo di Bartolo, le Madonne di Sano di Pietro, il Pinturicchio e il pulpito del Pisano, le miniature dei codici (annota in un taccuino: “Girolamo Cremona e Liberale da Verona, Miniature nei libri del Duomo. Stupende”); dall’altra , lo investono la passione e la forza di una vita che è lotta e che, fuori delle penombre della Cattedrale, migliaia di umili conducono giorno per giorno. L’Accademia lo inchioda alla tradizione, alle linee del “bell’ideale” artificioso e ingenuo che egli non sente. Nel 1897 annota sul retro di una lettera: “Ma cosa insegnano dunque per l’amor di Dio questi che pur si chiamano professori ed artisti? Disegno no, colore e composizione nemmeno. E allora ? Come potrà giustificarsi l’esistenza di un istituto che ormai non potrà avere altra gloria che raccogliere”. E’ il periodo in cui riempie gli album di schizzi di vicende storiche e prepara “Morte di Omberto degli Aldobrandeschi”. Ma il primo quadro di grandi dimensioni che affronta è “Il buon samaritano”, dove, al soggetto biblico, mette per sfondo la pianura piatta della Maremma e un ciuco che riposa all’ombra di un leccio. Il professor Franchi dell’Accademia lo rimprovera: il lavoro non risponde ai canoni imposti e di biblico, dice, vi è ben poco. Con il “San Leonardo”, invece si guadagna il consenso della critica senese, e così per “Morte di Omberto degli Aldobrandeschi”, che viene in quei giorni esposto a Siena. Ma il pittore è tuttora scontento. Da un giorno all’altro fa ritorno a Manciano e per la prima volta tenta la figura umana cercando di liberarsi del freddo classicismo dell’Accademia. Nel 1899 gli viene riconfermata la pensione Biringucci per altri due anni. Da Manciano così scrive al segretario del premio, chiedendo un piccolo sussidio per portare avanti la “Mietitura”, che rischia di dover sospendere perché a corto di colori: “I tempi sono molto cambiati: se uno non emerge con un lavoro forte per farsi conoscere (come io spero con un lavoro che ho principiato) bisogna che muoia nell’oscurità. A me rincrescerebbe morire così presto perché mi sento forte, se non avessi difettato e non difettassi del necessario potrei avere fatto molto ma molto di più di quel che ho fatto”. L’aiuto viene inviato e la “Mietitura” è portata a termine. Nel 1902, allo scadere della pensione, Pascucci invia come saggio all’Accademia di Siena un nuovo lavoro, “Il pastore”. Il Professor Franchi, rigido tradizionalista e appartenente alla vecchia scuola romantica, è costretto a riconoscere che “benché allontanatosi dalla tradizione e benché corra dietro alla corrente moderna, il Pascucci sta raggiungendo risultati ottimi nel chiaroscuro e nei colori, per cui “Il pastore” può dirsi opera, più che di alunno, di vero artista”. Così al pittore viene accordato per altri sei mesi il privilegio della pensione. L’anno prima, il 1901, il Pascucci tenta la prima mostra fuori dal suo ambiente, mandando nove acquarelli alla LXXI Esposizione di Belle Arti di Roma. Ma alla mostra romana grandeggiano i nomi di Enrico Colemann, Pio Joris, Mancini, ed al pittore mancianese viene fatta poca attenzione. L’anno dopo partecipa tuttavia di nuovo all’esposizione con “La mietitura” e “Il pastore”. La critica si occupa benevolmente di questi lavori e Pascucci si trova circondato da un gruppo di giovani pittori, fra cui Pio Collivadino e Plinio Nomellini, coi quali rimarrà per anni in affettuosa corrispondenza.

La siesta, uomini a riposo
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Tornato a Manciano, Paride riprende a lavorare con maggiore fiducia. Gli anni di preparazione sono terminati, il contrasto interiore è superato col definitivo abbandono della rigidità accademica; inizia un periodo di piena attività. Gli album, i taccuini, si riempiono di disegni: non sono più soggetti storici, ma Pallino Nanni e Pasqualino della Streghina, la materassaia Nena, il cantoniere Pinzuti, il vecchio Montechiari, Mecolino. Sono figure sorprese al tavolo di una bettola, nella penombra delle cucine, lungo i vicoli, alle veglie, che ci daranno “Gli apostoli” prima, e via via le opere del Pascucci più vero, più vivo e migliore. Nel 1909, all’Esposizione di Belle Arti e Ceramiche di Rimini, Pascucci riceve un diploma e medaglia d’argento. E’ il primo riconoscimento ufficiale dopo l’Accademia. Nello stesso anno, espone a Roma “Gli apostoli”; il lavoro attira su Pascucci la benevolenza di Antonio Mancini il quale, per tutto il soggiorno romano mette a disposizione del mancianese il suo studio. Il giorno della inaugurazione, Vittorio Emanuele III si sofferma davanti al quadro, chiede dell’autore. Le cronache della capitale sono ricche di elogi per il Pascucci: Pietro Scarpa del “Messaggero” e Guidi della “Fiamma”lo salutano come la migliore rivelazione degli ultimi anni. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna acquista “Gli apostoli”, ed il Pascucci è invitato a rimanere a Roma. Pascucci è alieno dalle manifestazioni ufficiali, dalle esigenze e dai traffici della vita nella capitale; ringrazia, promette di ritornare, ma non lo farà, e ritorna alla sua Manciano. Va a vivere con una famiglia di operai, i Garbati, che lo ha accolto in casa dopo un inasprirsi delle sue relazioni coi familiari. La sera Paride discute col vecchio Garbati e con lui parla delle leghe di miglioramento fra campagnoli. Le leghe di miglioramento, costituite fino dal 1905, si avviano a divenire leghe di resistenza; la lotta per la terra, nel mancianese, si fa sempre più intensa e sempre più fitte le riunioni alla quercia di San Giovanni. Pascucci disegna la bandiera della lega, e prende parte attiva alle riunioni. Da qui lo sviluppo più profondo della sua arte, quello da cui nasceranno “Vergogne sociali” e “I politicanti”, i suoi contadini, i ciabattini, le sfogliatrici di granoturco, gli interni oscuri ed intensi delle cucine mancianesi; adesso la sua arte diviene più schietta e spontanea, la sua opera vibra di umanità. Ne “Gli eroi della maremma” è espresso il dramma del lavoro e del sacrificio dei braccianti della sua terra. Coglie questo mondo giorno per giorno dalla famiglia in cui vive; coi Garbati egli divide le colazioni frugali, l’ansia per i raccolti. E col tempo i suoi ospiti diventano suoi modelli: li farà sostare in lunghe pose sotto il sole per “La siesta”, riuniti al tavolo per “Scena familiare”. In “Eroe che ritorna” sarà il dolore della vecchia Garbati per la morte del figlio che invaderà la grande tela dove una madre piange sopra una bara coperta dal tricolore. Dal 1909 al 1917 Pascucci lavora quasi ininterrottamente con Cesare Maccari alla decorazione della cupola della chiesa di Loreto e infine ad affrescare l’aula di Cassazione del Palazzo di Grazia e Giustizia a Roma. Nel 1917, quando, colpito da paralisi, il Maccari deve abbandonare il lavoro, vuole che a continuarlo sia il Pascucci, e scrive al Ministero dei Lavori Pubblici: “… dichiaro che i quadri cominciati e non finiti potranno essere compiuti soltanto dal mio scolaro professor Paride Pascucci”. Alla fine del 1917 i lavori sono ultimati, ma Maccari è morto da alcuni mesi e non può congratularsi con l’allievo, il quale lo ricorda commosso in un taccuino: “Il suo affresco rimane, mentre quello che si fa oggi è molto ritoccato e freddo. Non mi sento degno di parlarne, perché egli era un grande”. Nel 1920 sono affidati al Pascucci i lavori di decorazione della cattedrale di Nardò. E’ un periodo di intenso lavoro: all’affresco il pittore alterna studi per la composizione di massa: “La lavanda”, “Il bacio dopo la processione”, “Il venerdì Santo”. E’ anche un periodo di grandi soddisfazioni: nel 1924 vince il concorso Ussi con “Eroe che ritorna”, nel 1925 ottiene il primo premio alla Società delle Belle Arti di Firenze con “Ora di riposo”, nel 1928 espone a Siena “Interno della cattedrale”, con vivo successo, ed il Comune di Siena acquista l’opera, nel 1929 vince per la seconda volta il concorso Ussi con “Il venerdì Santo”. Dal 1930 inizia il grande silenzio che accompagnerà Pascucci fino alla morte. I tempi impongono canoni diversi alla pittura che invade le sale d’esposizione, e per Paride, che è sempre in cerca delle realtà più drammatiche e vive, dipingere diventa arduo. Nel maggio del 1930, comunque, una sua mostra viene fatta a Grosseto. Lui che in omaggio ai moti spontanei della propria arte ha già una volta respinto la tentazione di Roma, la fama, il successo, nemmeno questa volta intende cambiare la sua arte viva e realistica del suo tempo. Ritorna a Manciano a dipingere secondo il suo animo anche se vendere si fa difficile, anche se deve sacrificarsi per far uscire un pennello o una tela dalle umili liste di spese necessarie segnate nei suoi taccuini. Egli si racchiude in sé stesso con la propria arte, comincia per lui la solitudine, forse anche voluta e cercata nel suo paese. Dei vecchi amici sono rimasti ben pochi, Mancini è morto, Collivadino in Argentina, Trapassi a Siena, anche lui ormai vecchio e pieno di preoccupazioni. Nel suo studio di Manciano, Pascucci dipinge ancora, accanito a combattere il tempo che capovolge il mondo. I lavori di grandi dimensioni si fanno rari. Nel 1939 “La siesta” è l’ultimo che affronta; l’anno seguente “La baldoria” rimasto incompleto. Poi viene la guerra. Il vecchio pittore si unisce alla folla che all’ora del bollettino si ammassa davanti al caffè, vede partire per il fronte gli uomini che ha ritratto ragazzi per gli studi sui “Monelli”. Ancora una volta cerca di sfogarsi a dipingere, e dipinge paesaggi e gente di maremma, ma rigidi e nebbiosi. Lui se ne accorge e cerca la luce di cui ha sempre riempito i suoi quadri, ma i suoi occhi appena la percepiscono. Forse per ingannarsi inizia un nuovo interno della cattedrale di Siena, ma vi lavora raramente e passa giornate intere davanti al dipinto che rimarrà incompiuto, senza nemmeno tentare di correggere le sbavature di ocra e di rosso che appesantiscono la tela. Finalmente, nell’estate del 1954, qualcuno si ricorda del vecchio pittore infermo. Si allestisce a Orbetello una collettiva, formata da artisti giovani e di tendenze diverse, in cui ha posto anche una retrospettiva dell’Aldi; si richiedono opere del Pascucci ed il pittore sembra riaversi, parla dei quadri da spedire, ordina l’imballaggio e, da allora, ogni giorno chiede notizie, giornali. Ma la sua vita volge ormai al termine, è tormentato da una tosse secca, incessante. Passa l’ultimo suo giorno davanti alla finestra aperta, come assorto in cupe fantasticherie, come volesse fissare nei propri occhi la discesa dei tetti fino alle colline e la pianura di Marsiliana fino all’Argentario, che ormai non può più affidare alle tele. Muore la mattina del 1° luglio 1954.
Paride Pascucci, pittore della maremma, da lui tanto amata insieme alla sua Manciano, persino nell’attimo supremo e delirante della fine, il grande pittore si inebria del cielo infuocato di un tramonto maremmano. Le sue opere hanno sempre rappresentato la nostra gente, la durezza del lavoro dei campi e del vivere in una terra spesso ostile, ma non ha mai dimenticato il saper dipingere anche la grande nobiltà locale, vedi “Morte di Omberto Aldobrandeschi”. Concludo ricordando un fatto “curioso”, quale istinto animale che nasce dal desiderio di sapere qualcosa, vi fu un periodo in cui i “sogni di gloria” di Paride Pascucci diventano veri e propri incubi, soprattutto quelli relativi ai vari tentativi, senza successo, per aggiudicarsi l’Alunnato Biringucci di Siena, da Pietro Aldi precedentemente ottenuto. Egli è cosciente che solo il raggiungimento di questo traguardo ufficializzerà la sua professione di pittore, e potrà consentirgli di accedere ai benefici economici indispensabili per proseguire negli studi. Ma dovrà farlo prima di avere raggiunto i trent’anni di età, oltre i quali le porte del munifico istituto sono sbarrate. Il Pascucci, studente, per cercare di giungere al conseguimento di quella finalità, deve averne mosse molte di acque, arrivando persino a scrivere anche a Pietro Aldi che abita a Roma, da un cugino. Non siamo a conoscenza del tenore dello scritto nella lettera del Pascucci all’Aldi, ma lo si può cercare di dedurre dalla risposta che gli arriva per mezzo di una cartolina postale, datata 14 dicembre 1885, all’Istituto di Belle Arti di Siena.
Vi si legge testualmente: “Caro Paride, oggi il Viviani mi ha consegnato la lettera. Mi domandi che ti dia qualche consiglio riguardo al concorso Biringucci. A me pare che meglio di tutti e con più competenza ti possa consigliare il Direttore. Egli sa quanto vali. Però se ti senti forte abbastanza da non fare una pessima figura in confronto agli altri, puoi concorrere, così per un’altra volta non sarai nuovo. Per gli schiarimenti puoi rivolgerti al cancelliere della Società di Esecutori di Pie Disposizioni. Ti saluto P. Aldi”.
Indubbiamente si tratta di una risposta severa. L’Aldi non se la sente di dare consigli, valutazioni, o incoraggiare il giovane compaesano, che si trova solo, dopo l’abbandono della famiglia e la difficile sistemazione nella casa dei Garbati. E’evidente che Aldi non ritiene maturo il Pascucci per quella esperienza, ma è anche vero che Pietro Aldi aveva ottenuto l’idoneità soltanto nel 1874, dopo aver fallito l’anno precedente con il soggetto “Giuda che riporta i denari del tradimento”. Resta il fatto che Paride non solo si astiene dal presentare domanda per quell’anno; lo farà fino al maggio 1896, ripresentando la domanda nel dicembre. L’esito della prova viene annunciato il 27 febbraio 1897. Il vincitore è il pittore mancianese ormai trentenne, che non potrà, ormai, più confrontarsi con Pietro Aldi, deceduto da ben nove anni, esattamente il 18 maggio 1888. Paride percorrerà un lungo itinerario, frequentando le strade impervie della solitudine, “specchiandosi” in una Maremma che egli ha saputo osservare e interpretare nel migliore dei modi. Certamente uno di quelli che l’hanno sperimentata sulla propria pelle, che l’hanno sofferta e la possono raccontare con i suoi dipinti.

