DANTE ALIGHIERI IL MISTICO (prima parte)
Il nome “Dante“, secondo la testimonianza del figlio Jacopo Alighieri, è un ipocoristico di Durante; nei documenti era seguito dal patronimico Alagherii o dal gentilizio de Alagheriis, mentre la variante Alighieri si affermò solo con l’avvento di Boccaccio (Dante Alighieri nato a Firenze nell’anno 1265, morto il 14 settembre 1321 a Ravenna apparteneva ai Guelfi Bianchi). Nel periodo in cui Dante si rifugiò a Ravenna ebbe rapporti intimi e fraterni con l’Arcivescovo Rinaldo da Concorrezzo, l’uomo che processò correttamente i Templari e li liberò in quanto innocenti dalle accuse subite. Alcuni storici ritengono che i due personaggi si siano conosciuti nell’anno 1287 a Bologna; altri invece che l’incontro si ebbe, forse, durante la spedizione italiana di Arrigo VII. Il sommo poeta aveva incontrato l’Imperatore in Lombardia, sembra a Milano, nei primissimi mesi del 1311, conoscendo in tale occasione il Concorrezzo, da anni Metropolita ravennate, ed allora consigliere imperiale. In numerosi passi lo storico Filippini torna sui rapporti intercorsi tra il poeta e Rinaldo Arcivescovo, e dice: “Insigne giurista e teologo e amico di Dante”. Egli pone tra i motivi del passaggio di questi nella città la considerazione e la benigna protezione dell’Arcivescovo di Ravenna amico suo; dal quale ebbe il titolo di Magister in Artibus. Il poeta trasse dall’avversità nuove forze e nuova gloria: Dante è gran parte della storia d’Italia. In lui vive, la sua gloria, le sue speranze, il passato e “l’avvenire”. Egli nell’alto e disdegnoso animo suo flagellò fieramente le discordie cittadine, le guerre municipali, l’ingordigia, l’ambizione del clero ed il potere temporale. Il perché alcuni lo dannarono profanamente fra gli eretici è chiaro, essendo egli affascinato dal “mondo Bernardiano”. Da Cavaliere nella battaglia di Campaldino combatté con valore contro i nemici della sua Firenze, ma ciò che doveva più eccedere in lui era il concetto dell’arte, della civiltà, il “cerchio della vita”. Ecco il “gran poeta” della nostra terra che ci “ammaestra” in due modi, come artefice e come filosofo, come uomo che sa egregiamente rappresentare la bellezza, e come uomo che ne definisce la natura, con la pratica e con la dottrina, e forse insieme al Botticelli, Raffaello e Leonardo da Vinci “nuntiis e custodi”. Dante ci ha lasciato, “nella veramente Divina sua Commedia” un’opera profondissima di filosofia, di storia, di teologia e di morale, da formare per sempre l’incanto di meravigliati suoi posteri “che lo comprendono”. Egli fu il primo che seppe far servire la greca/favola ai dogmi ed ai misteri cattolici. Nel suo poema fece quel fortunato innesto della sua immensa scienza, di tutta la sua filosofia e toccò i termini più lontani cui sia dato all’uomo di toccare. Maestoso e fiero l’animo suo, parlatore “silenzioso” sottile nella risposta e sentenzioso.

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata
Nella Firenze dei primi decenni del trecento i Fedeli d’Amore si scambiavano complicate e “filosofiche” poesie scritte in un gergo tutto loro che la gente non riusciva a comprendere. Fra questi “gentilòmini”, tutti innamorati della Fede Santa, di Madonna Intelligenza e della Donna del Cantico dei Cantici, oltre a Guido Cavalcanti, Dino Frescobaldi, Guido Orlandi, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e Francesco da Barberino vi si trova a “primeggiare” Dante Alighieri. L’amore dei Fedeli fiorentini, o meglio di questi uomini, non ha nulla a che vedere con la passione umana intesa quale sua sublimazione; la misticità di questo Amore iniziatico la dette Giacomo di Baisieux quando l’identificò con la distruzione della morte precisando che cosa significa Amor: “A senifie en sapartie Sans et morsenifie Mort, or l’asemblons, s’auront Sans Mort”. Coloro che hanno ottenuto l’Amore, la Fede Santa, gli amanti di Madonna Intelligenza non possono morire perchè vivono in un mondo di gioia e di Gloria in eterno. Le donne dei Fedeli d’Amore, da Dante, al Boccaccio e al Petrarca sono sempre la stessa donna che rappresenta una dottrina segreta avversa al potere temporale. Non dimentichiamoci il grido di guerra dei Templari “Viva Dio Santo Amore”. La dottrina di San Bernardo è essenzialmente mistica, con ciò intendiamo dire che egli considerava le cose divine soprattutto sotto l’aspetto dell’amore, erroneamente interpretato dal “modernismo”, (Amor nel senso di A-Mors, assenza di morte). Ma c’è qualcosa di più: i Fedeli d’Amore erano una Confraternita, e Giovanni Villani nella sua “Cronica” (1308) ne fa un laconico accenno ricordando che una “Nobile Corte” vestita di bianco sfilò in corteo dietro “un signore detto dell’Amore” durante la festa di San Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno dell’anno 1283 (Lib. VII. Cap. LXXXIX).
Come molti dei grandi mistici egli fu attratto particolarmente dal Cantico dei Cantici, che commentò in numerosi sermoni. Questo commentario, che rimase sempre incompiuto, descrive tutti i gradi dell’amore fino alla pace suprema alla quale l’anima perviene nell’estasi. Lo stato estatico, così come egli lo intende e come sicuramente lo ha provato, è una sorte di morte delle cose, sparendo ogni sentimento naturale. In San Bernardo è pure fondamentale la presenza “femminile”, quella che lui chiamava “Notre Dame”; egli è un vero e proprio “cavaliere di Maria-Vergine Santa”, in quanto lo stesso la considerava come sua “Dama”. Se poi si accosta questo fatto al ruolo che gioca l’amore nella sua dottrina e che giocava anche sotto forme più o meno “simboliche-evolute” vi è una partecipazione dell’uno e dell’altro. Sta di fatto che Dante , che nella Commedia usò come simbolo centrale quello del sigillo del Gran Maestro dei Templari: Aquila e Croce, in molti, forse, non ricordano che durante i processi e le condanne al rogo dei Templari Dante, il sommo poeta, era a Parigi, in compagnia di Boccaccio di Chelino, padre di Giovanni Boccaccio; chi incontrò, cosa fece o disse, non è arrivato ai posteri, non esiste ufficialmente memoria di quel viaggio, ma i suoi scritti del tempo si scagliano violentemente contro la Chiesa degli uomini corrotti, contro il Papa e Filippo il Bello, nella “Commedia” esplode in difesa dei Templari. I “Fedeli d’Amore”, oltre a costituire una catena iniziatica, avevano una loro organizzazione. Non solo, erano i custodi di una dottrina segreta, irreversibile all’insegnamento cattolico più esteriore, ma erano elementi militanti in lotta contro le pretese egemonistiche degli uomini della Chiesa.
In Austria, precisamente a Vienna, si trovano due medaglie una rappresenta Dante, l’altra il pittore Pietro da Pisa, sul rovescio portano le seguenti lettere: F.S.K.I.P.F.T. che così interpreta Renè Guènon “Fidei Sanctae Kadosch Imperialis Principatus Frater Templarius”. Trattasi della confraternita della Fede Santa, in poche parole un Ordine riservato al verticeTemplare (giustificasi il perchè di Frater Templarius), di cui Dante sembra sia stato uno dei capi o dei dignitari i quali portavano il titolo di Kadosch (in ebraico santo o consacrato). Ma quello che maggiormente sorprende, e nello stesso tempo è una conferma del loro “sapere”, la seguente terzina contenente in termini propri il Nekam Adonai dei Kadosch Templari (in ebraico Vendetta mio Signore). O Signore mio, quando sarò io lieto a veder la vendetta che nascosta fa dolce l’ira tua nel tuo segreto ? Realizzato il rafforzamento dell’avverbio ora, volto a prolungare e a rendere definitiva, con una sfumatura di rimpianto, la definizione temporale momentanea insita nella forma semplice: “Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace” (Dante), si va a definire l’importante posizione di Dante all’interno della Sacra Milizia dei Monaci Cavalieri dalla Croce vermiglia. Lui, dignitario di primo piano, se non Gran Maestro segreto del Tempio, Cavaliere Kadosh, e soprattutto quello non citato da nessun testimone diretto, quella sera del rogo del de Molay a Parigi, insieme a Chelino Boccaccio (Luce e amor d’un cerchio lui comprende si come questo li altri; e quel precinto colui che ‘l cinge solamente intende). Questa frase del Canto XXVII°, si fa propria, non solo materialmente nell’Alighieri, essendone l’autore, ma fa cogliere con la mente il senso più profondo, capire qualcuno a livello spirituale: la luce e l’amore divino lo circondano, proprio come questo Cielo circonda gli altri; e quell’involucro è compreso solamente da Colui che lo cinge (da Dio), questo può essere il senso del rogo dell’ultimo Gran Maestro ufficiale, e la raccolta delle ceneri e di qualche frammento di osso del de Molay, da parte dei due (Dante e Boccaccio Padre), che poi, avrebbero portato in Firenze. Nel Purgatorio (canto XXVII), Dante si ricorda di avere assistito al supplizio di Jacques de Molay e di Geoffroy de Charnay sul patibolo, il 18 marzo 1314, a Parigi: “In su le man commesse mi protesi, guardando il foco e immaginando forte umani corpi già veduti accesi”. Giovanni Boccaccio, pochi anni dopo il Villani, circa negli anni 1360/63, nel suo trattato “De Casibus Virorum Illustrium”, dedicò un capitolo intero alla figura del de Molay, trascrivendo il racconto del padre, testimone oculare del tragico evento.Egli la descrive con minuzia di particolari nella sua opera.
Ne traspare già allora solo pochi anni dopo lo svolgimento dei fatti, un aspetto elegiaco nei confronti della Cavalleria del Tempio:
“Così diceva mio padre Boccaccio, uomo onesto che affermava di essere stato presente ai fatti sopra descritti. E così vacue che in un primo momento per la grandezza di sé e delle sue cose aveva destato e colpito l’invidia di un signore tanto grande come il re Filippo, fu ridotto in cebnere e polvere dall’assai crudele colpo della fortuna che lo abbatté…”.
Giovanni Boccaccio appartenne a una Confraternita Templare segreta. Egli riprende la stessa dottrina dei poeti dello “Stilnovo/Fedeli d’Amore”. Scrive un commento alla Commedia nel quale, per la prima volta, indica Beatrice come la figlia di Folco Portinari, dando nome e volto a una figura fino ad allora considerata un simbolo. Ma lo fa per difendere Dante, sul quale gravava l’accusa di eresia. Sposta l’attenzione dal discorso sapienziale a quello “erotico” per convenienza,ma apparteneva alla stessa confraternita. La presenza di Dante Alighieri doveva restare un segreto, chi sapeva doveva astenersi dal parlarne.Charles Louis Cadet de Gassicourt, nel suo “Le tombeau de Jacques de Molay -1797 –“(ovvero la storia segreta di iniziati antichi e moderni, Templari, Massoni, Illuminati), ci racconta che il Gran Maestro, in prigione, fonda quattro logge massoniche che giureranno di vendicarlo; poi, il giorno dopo l’esecuzione, alcuni cavalieri travestiti da muratori (maçons) raccolgono le ceneri del de Molay.L’avversità, per non dire odio, verso il Papa Clemente V e verso il Re di Francia Filippo il Bello, l’insospettabile, ma immenso desiderio di vendetta, non meno la gioia di essere testimoni ebbero ad animare e rinvigorire il sentimento degli scampati ai massacri, del papa e del re, e continuatori segreti del Tempio. Dante, il sommo poeta, vive nella sua visione celeste, la simbologia da lui usata, i pericoli affrontati, ratiu-purgo-animus vale a dire il metodo che ha percepito e trasformato per purificare la sua anima e per non essere solo vedente finalmente di ciò che non ha nè principio nè fine, tutto proviene dall’iniziazione e dall’esoterismo dei Cavalieri alla ricerca del Graal.“Muore Clemente V , chiazzato in viso per l’assassinio dei Templari, tappezzato di croste per diversi vizi il 20 aprile 1314 la morte se lo è pereso: anche lui deve presentarsi all’eterno giudizio. E giunge un’altra notizia, questa volta beffarda, Filippo il Bello … da un cinghiale è ammazzato, da una bestia che lo azzanna, che struscia le setole sul muso, lo pesta con le zampe ferine. Lui , il Bello, il bellone, … l’antagonista di BonifacioVIII, l’asservitore di Clemente V, il re che aveva trascinato la sede di Cristo da Roma ad Avignone, è stato ammazzato da un cinghiale … la sua faccia tra le erbe insaguinata” (Dante all’ombra della pineta di Classe Ravenna). Continua, non volendo mettere a tacere la sua rabbia, poichè vale per molti l’autorità di Dante, il quale dice nel canto del Purgatorio, parlando di Filippo il Bello:“Veggio ‘l nuovo Pilato si crudele, Che ciò nol sazia, ma senza decreto, Porta nel Tempio le cupide vele”;Ed ecco come l’alta mente del poeta, cavaliere dei “Fedeli d’Amore”, ed erede dello spirito del Tempio, prontamente e lucidamente avvisasse ciò che vi era di più mostruoso in questo malaugurato affare. E’ l’aquila, uccello di San Giovanni, a sollevare Dante, cioè, ad un certo grado dell’iniziazione. L’aquila è d’altronde il simbolo ermetico del Fuoco, ed è nella sfera di Giove, apre a Dante la filosofia del Mistero. Però il grande fiorentino, essendo un “giovannita”, egli si dice “dell’ovile di San Giovanni”, ossia la sua è una espressione tesa, di colui che (è triste d’aver gustato voluttà troppo sublimi, amareggiato per aver conosciuto segreti troppo profondi) ormai ha la propria “visione” violentemente “disturbata”, nel suo misticismo inteso come atteggiamento spirituale, e conseguente pratica di vita, che tende all’unione con l’assoluto mediante il superamento dei limiti dell’esperienza sensibile individuale, teso ad un continuo contatto con il mondo del “sacro”, che gli eventi “profani” sul suolo terreno hanno demolito. La Cavalleria, la “ricerca”, per Dante morì, nacque un mondo più brutto, un mondo volgare, usuraio che umiliò il senso della bellezza, la religiosità della morte, il vitalismo dell’esistenza esaltando il mercimonio dei sentimenti, la compromissione delle fedi, la prostituzione dell’essere. Il mistero della fine passiva e orripilante dei Templari traspare nella preghiera che recitavano ogni giorno e che aveva come “principio” sempre Lei, sia per i Cavalieri, sia per San Bernardo, sia per i Fedeli d’Amore sia per Dante.“Nostra Signora è stata l’inizio della nostra Sacra Milizia, in Lei e nel suo onore se piace a Dio sarà la fine della nostra vita e della nostra Sacra Milizia quando a Dio piacerà che ciò avvenga”. Il pregiudizio nei confronti dei testi poetico-leggendari medioevali manifestatosi particolarmente energico nei riguardi della letteratura dei “Fedeli d’Amore”, di Dante, dove, per la preponderanza dell’elemento artistico e poetico di “copertura”, a molti è sembrato iconoclasta ogni tentativo di esegesi estraletteraria, cioè di penetrazione del “mistero” di cui tale letteratura “poetica” è stata effettivamente in molti casi la portatrice e che, non è privo di rapporti con le influenze stesse che hanno dato forma al ciclo del Graal, oltre che con certe organizzazioni che agirono dietro le quinte della storia conosciuta. La leggenda del Graal ha relazioni storiche con quella che, in genere, si suole chiamare la letteratura trovadorica, più in particolare, Dantesca coi “Fedeli d’Amore” che ebbe spesso un marcato, apparente, colorito ghibellino. Soffermiamoci, analizzando e considerando attentamente, sull’accostare Dante ai Catari, come storicamente è stato più volte ripetuto. Il movimento dei Catari (Kataros in greco significa puro) si diffuse in Europa centro-occidentale circa nell’XI° secolo, veniva dalla Bulgaria, dove i predecessori dei Catari furono i Bogomili, particolarmente numerosi nel X° secolo. I Catari si articolavano in numerose sette, in effetti Papa Innocenzo III° ne enumerò fino a quaranta. Si ricordano anche altre sette che condividevano, molti punti dottrinali dei Catari: i Petrobrusiani, gli Enriciani, gli Albigesi. Questi gruppi vengono definiti di eresie gnostiche e manicheiste. Su questo punto, i commentatori e gli storici si dividono in due gruppi: Coloro i quali vedono nei Catari una continuità del grande filonedualista, dagli gnostici a Novaziano ai manichei ai Pauliciani, e gli altri, coloro che, pur non negando qualche similitudine, con le dette sette dualiste sopracitate, sono convinti dell’originalità del pensiero cataro, sviluppato come reazione alla corruzione dilagante nella Chiesa degli uomini, non quella Sacra. Interessante è l’Interrogatio Johannis (titolo completo Interrogatio Iohannis apostoli et evangelistae in cena secreta regni coelorum de ordinatione mundi istius et de principe et de Adam) o Libro di GiovanniEvangelista (da non confondere con l’Apocrifo di Giovanni, talvolta indicato con lo stesso nome) o Cena segreta è un vangelo apocrifo tradotto in lingua latina (forse la lingua originale era lo slavo o il greco), databile al tardo medioevo. Di ispirazione manichea, è un raro documento del catarismo, visto che, in seguito alle persecuzioni subite, la maggior parte delle opere religiose dei Catari furono distrutte. Si tratta di un manoscritto della setta manichea dei Bogomili, conservato negli archivi del tribunale dell’Inquisizione della città francese di Carcassone in Linguadoca. Il manoscritto contiene un testo cristiano di matrice fondamentalmente manichea con influssi gnostici, benchè in alcuni punti si discosti sensibilmente sia dal manicheismo che dello gnosticismo intesi in senso stretto.I Catari erano presenti in Firenze, come scrive l’inquisitore domenicano Raniero Sacconi (prima Cataro e poi convertito), in una proporzione che, riporta nella sua “Summa de Catharis”, stima in un terzo della popolazione, soprattutto nelle classi colte e nobili. Catare erano le famiglie illustri quali i Nerli e degli Uberti ed altre ancora, alcune delle quali parteciparono nell’anno 1244, ad uno scontro armato tra Cattolici e Catari, a pochi passi da Santa Maria Novella. Molto probabilmente Dante, diciottenne, partecipò come “spettatore” alla condanna,quale eretico, di Farinata degli Uberti, morto nell’anno 1264, ma la sua bara bruciata pubblicamente nell’anno 1283, mentre i beni di figli e nipoti venivano confiscati, dal momento che un crimine così orrendo come l’eresia andava punito non solum in vivos sed etiam in mortuos et etiam in heredes, come suonava appunto la legge inquisitoriale. Cataro era il caro amico, del Sommo Poeta, Guido Cavalcanti (insieme nei Fedeli d’Amore), per cui l’ipotesi di un Dante Cataro, o meglio simpatizzante o curioso di comprendere, non è certo da escludersi, ma per una sostanziale affinità di alcune vedute, pur senza mai aderirvi. Il rapporto tra Dante e Guido Cavalcanti è difficile da comprendere in tutti i suoi aspetti, e non soltanto perché non ci sono noti tanti fatti che aiuterebbero a capirlo. La difficoltà nasce soprattutto dal carattere quasi sempre enigmatico dei riferimenti che ognuno di loro ha fatto all’opera dell’altro: reticenza, ironie più o meno sfumate, allusioni quasi cifrate velano la polemica costante e dura che li divide. Tutto ciò ha origine forse dall’affetto e dalla reciproca stima che continua a unirli e che Dante conserverà anche molto dopo la morte di Guido. L’amicizia impedisce la durezza esplicita della guerra aperta, ma certamente non può impedire che la distanza tra di loro sia grande e incolmabile. E la distanza riguarda proprio un tema fondamentale per la poesia e il pensiero di entrambi: la questione del carattere e dell’essenza dell’amore. L’amore deluso e oscuro di Cavalcanti diviene in Dante amore che si dilata, si sublima fino a quelle altezze che sempre, in fondo, erano in esso. Questo è il punto centrale del dissidio tra i due grandi poeti, espressioni della polemica come dell’amicizia di Dante e Guido per illuminare due opposte strade del pensiero e della poesia. Il Farinata degli Uberti è ricordato da Dante nel decimo Canto dell’ Inferno tra i fiorentini “ch’a ben far puoser li ‘ngegni”, e incontrato successivamente nel Canto decimo tra gli eretici, in particolare tra gli epicurei (insieme a Federico II°) che non credono in un’esistenza dopo la morte. Inoltre la non appartenenza di Dante ai Catari è dimostrata dalla sua “Fede Bernardiana e Templare” (lo si dice addirittura primo Gran Maestro o importante dignitario dopo la messa al rogo del de Molay e altri dignitari a Parigi), come è possibile leggere anche nella Divina Commedia. Inoltre non possono passare in secondo ordine i richiami ufficiali di San Bernardo ai Catari, i quali sono una dimostrazione di cohaesus tra Bernardo, Dante e i Templari, una proprietà dei corpi di resistere a ogni azione che tenda a staccarne una parte dall’altra, in virtù di forze attrattive, ma saldi sostenitori di un’idea. Il Santo di Chiaravalle, è risaputo ebbe diversi incontri con i Catari nel vano tentativo di convincerli a rientrare nell’ovile della Santa Madre Chiesa. Dopo Petrus Venerabilis, Abate di Cluny e Everwin von Steinfeld tra gli anni 1143 e 1144, si rivolse al Santo anche il legato pontificio Cardianale Alberico di Ostia. Bernardo, dopo i vari tentativi, ed inutili incontri, prese più volte la parola contro i Catari, in una lettera e in una predica sul “Cantico dei Cantici“, li accusava di predicare contro il matrimonio, ma di praticare poi il concubinato con le donne che avevano abbandonato la famiglia, e di essere orgogliosi ipocriti. Allo stesso tempo, però, li difendeva dinanzi all’intransigenza della Chiesa. Se Bernardo fosse stato ancora in vita all’epoca delle crociate contro gli Albigesi, probabilmente queste non avrebbero avuto luogo. Credo opportuno distinguere il pensiero dell’Alighieri e dei “Fedeli d’Amore” e Catari. Pensiamo che soprattutto lo spirito del catarismo non ebbe poi moltissimi punti in comune con quello del Templarismo tradizionale del Graal, seguito dalla corrente di Dante. Quindi la crociata contro i Catari ebbe un senso profondamente diverso da quella contro i Templari. In effetti in alcuni “documenti d’Amore” di Francesco da Barberino (allievo degli stilnovisti Dante e G. Cavalcanti), recano per sigla la eloquente figura di un guerriero con la spada in mano, dalla cui bocca esce questa scritta più che significativa: “io son vigor e guardo sel venisse – alchun chel livro aprisse – e se non fosse cotal chente a detto – dregli di questa spada per lo petto”. Monito dunque al profano; difesa di una dottrina segreta, che non può non farci pensare ad un aspetto della stessa difesa del Graal. Lo stesso vale per le “Donne” dei “Fedeli d’Amore”, qualunque nome esse abbiano rappresentano una sola donna, la dottrina segreta, custodita da un gruppo unito invisibilmente, oltrechè da un’intenzione militante in larga misura avversa agli uomnini della Chiesa. L’amore di Dante, ad un certo punto, si rivela come l’amore per la “Sapienza Santa”. La sua “donna” Beatrice gli conferisce la libertà iniziatica, non solo per suo mezzo l’anima di Dante viene “staccata dal corpo”, quindi si ritorna all’aspetto iniziatico. Vari gradi erano considerati dai “Fedeli d’Amore”: “i gradi e la virtude del vero amore” secondo una scala, che va dalla liquefatio al languor, allo zelus e, infine all’extasim che “dicitur excessus mentis”, cioè ad una esperienza “superrazionale” e non pronunciabile, comprensibile solamente sulla base di una esperienza diretta, che rappresenti virtù o gradi di una gerarchia che “introducit in Amoris curiam” (penultimo grado) e infine nell’eternità. Perciò contro la tendenza di alcuni a sottovalutare “l’esoterismo” di Dante, ci limiteremo ad indicare che, nelle sue linee generalissime, il viaggio “ultramundanus”, del sommo poeta, può interpretarsi come lo schema di una progressiva purificazione e iniziazione. Però un tale “cammino/avventura”, così come quello del Graal, in Dante ha stretta relazione col problema dell’Impero, questo gli contestano i suoi detrattori: “l’Alighieri spicca assai piu come un poeta, è troppo cristiano e contemplativo quando passa al dominio spirituale”. Tutto ciò è riferito alle colpe di Dante per avere confinato Federico II negli inferni, e una difesa dei Templari contro Filippo il Bello. E’ ovvio che il Maestro avesse come punto di partenza la tradizione cattolica, che si sforzò ad innalzare ad un piano iniziatico, rappresentandovi tradizioni superiori e anteriori al cristianesimo e al cattolicesimo, vedi le fonti essenziali d’ispirazione del ciclo del Graal, e della letteratura ermetica. Forse si sono dimenticati che Dante era schierato, come poteva salvare l’Imperatore e il Re.

