DANTE ALIGHIERI IL MISTICO (seconda parte)
Dante Alighieri il Mistico (prima parte)
Tutti dovremmo fermarci, “rileggere” la storia del “Sommo Poeta”, approfondire, accentuando un’analisi, relativamente all’idea di una corretta deduzione, e non di plausibili ipotesi che creano sospetti non fondati e obiezioni non sensate. Ma sottolineare, invece la minuziosità dell’aderenza ai fatti per meglio comprendere secondo giustizia e moralità la sua “spiritualità”. Il fatto di essere di “natura iniziatica a carattere spirituale”, in particolare, l’insieme degli elementi che caratterizzano i modi di vivere e sperimentare realtà “spirituali”, sia con riguardo a forme di vita religiosa, sia con riferimento a movimenti filosofici e letterari, allora forse si comprenderà. Da Wolfram a Dante la filiazione dottrinale non deve essere dimostrata. La constatazione di tracce di influenza islamica presso il grande Ghibellino-Guelfo (così lo vedo ed intendo), analoghe a quelle che si rilevano presso il suo predecessore assume allora un significato che sarebbe superfluo sottolineare. Dante custodiva l’invisibile presenza e l’attesa del ritorno “dell’eroe”. I suoi tratti di prototipo imperiale li precisava: se egli non è più il figlio di un dio, è Dio stesso che gli conferisce l’Impero del Mondo, simbolizzato dalla spada Excalibur e dal futuro avvento della Sacra Milizia. Questo impero non è solo il mondo terrestre, ma anche il mondo intermedio o sottile, vale a dire dei “Piccoli Misteri”. A questo titolo, egli è il legittimo sovrano di tutti i luoghi “incantati” del fedele Merlino, capo spirituale e unificatore dei popoli celtici ed ideatore della “Table Ronde Qui Tournoie Comme Le Monde”. Queste rapide indicazioni “Dantesche”, indipendentemente dal tema arturiano relativo al Graal, offrono una vera Dottrina dell’Impero, dominanti del pensiero e della fede medievale, poichè partecipava immediatamente della finalità del Reame di Dio. L’Impero era con il Sacerdozio uno dei due aspetti necessari della “Luogotenenza” conferita naturalmente e soprannaturalmente all’uomo dal “Re del Cielo”. Non si tratta dunque di una formula politica, tinta di misticismo, ma della comunicazione al mondo cristiano dell’autorità e della realtà del Cristo sotto il suo aspetto regale. Il Sommo Poeta ha fatto osservare le “allegorie” della cavalleria “religiosa” che non vanno considerate come un capriccio dello stesso o come un gioco della sua immaginazione, ma al contrario sembrano ricollegarsi alle “tradizioni-simboliche”, come l’identificazione dell’Ordine del Graal con quello del Tempio, per il quale lo spirituale ed il temporale non erano che “categorie” del Sacro. La dottrina dell’Impero Universale in Dante, per quel che la concerne, trova effettivamente in Aristotele un garante e una garanzia quando egli dice, a proposito dell’Imperatore: “Solo Dio elegge, egli solo conferma, perchè non ha nessun superiore”. In questa sua affermazione voleva, forse, dare una risposta ai “regnanti” come Filippo il Bello e Papa Clemente V. Relativamente a quanto dichiarava Papa Gregorio VII, XI secolo, ripreso con vigore questo concetto “dell’imperium mundi” da Innocenzo III e poi da Bonifacio VIII, ove il pontefice così si esprimeva: “Come la luna riceve la luce dal sole, allo stesso modo la dignità regia non è che un riflesso della dignità pontificia”. L’Alighieri continua: “Così dunque appai chiaro che l’autorità del Monarca temporale discende a lui senza alcun intermediario dalla Fonte della autorità universale: la quale Fonte, unica nella rocca della sua semplicità, scorre in molteplici alvei per sovrabbondanza di bontà”. (De Monarchia, libro III). Si può affermare che se si trattasse unicamente di distinzione di origine dell’”alveo” imperiale in rapporto all’”alveo” apostolico, parlerebbe di una molteplicità? Anche in tal caso la dottrina sarebbe chiara, poichè affermarlo per due è sufficiente a porre il principio. E potrebbe, d’altra parte, proclamare l’universalità dell’Impero senza riconoscere questa unità “tradizionale essenziale”, di cui essa non è che un corollario? L’insegnamento di Wolfram e quello di Dante possono, a questo riguardo, illuminarsi reciprocamente. Volendo cercare per entrambi dei riferimenti scritturali espliciti, che in parole essenziali siano riassunti, in tutta questa sequenza dottrinale non si troverebbero, la si deve cercare nella “filiazione – iniziatica” della Sacra Milizia,erede “dell’antenato” ciclo arturiano – celtico. La presenza in entrambi i casi, di un’ostia miracolosa afferma l’identità del simbolismo eucaristico insieme alla Pietra e la Coppa, che hanno un carattere più universale, anche se questa ultima si è impregnata di significati propri. La storia dell’origine del Graal, è l’identificazione dei Cavalieri di Montsalvage con la Sacra Milizia. Dopo aver contemplato la Candida Rosa, Dante si volge a Beatrice e le chiede di rispondere alle domande che si affollano nella sua mente, ma Beatrice è tornata al suo seggio ed accanto al poeta è rimasto San Bernardo per guidarlo nell’ultima parte del viaggio ultraterreno.“Uno intendea, e altro mi rispuose: credea di veder Beatrice e vidi un sene vestito con le genti gloriose”. La scelta di affidare a San Bernardo tale funzione di guida ha molteplici “motivazioni”: la guida di Dante doveva essere senz’altro un “contemplativo”, ma altri aspetti del temperamento del Santo influenzarono in modo determinante la scelta di Dante. Bernardo fu un grande mistico, che non spregiò tuttavia l’azione (vedi la sua “creazione”: i Monaci Cavalieri dal bianco mantello e la Croce vermiglia), ed un devoto di Maria, “umile ed alta più che creatura”, che pose al centro della sua incessante meditazione sull’umiltà. Senza l’intercessione di Maria, infatti, Dante non può sperare di accedere alla visione di Dio, poichè “qualvuol grazia e a te non ricorre”. Bernardo era inoltre un oratore finissimo, tanto da meritare, fra i Dottori della Chiesa, il titolo di Doctor Mellifluus. Con Bernardo, dunque, il processo di ascesi spirituale di Dante si conclude là dove era iniziato lo “smarrimento” nella “selva oscura”; ora è “superato” dal corretto utilizzo della ragione e dell’eloquenza testimoniato dal Santo di Chiaravalle. Il Sommo Poeta parlava un linguaggio da iniziato, oscuro e incomprensibile per i non iniziati ai “misteri” (luce intellettual piena d’amore). Essendo presente alla morte sul rogo del Gran Maestro, ed altri dignitari dell’Ordine, ebbe modo di ascoltare direttamente la “prophetia”, del De Molay, ed essendo un iniziato, l’immenso Maestro Dante Alighieri, comprese immediatamente gli eventi futuri, derivanti da una “ispirazione” divina e come tale presente negli insegnamenti “Giovanniti” (rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato) della tradizione veterotestamentaria, annunciando la volontà di “Lui”, manifestando i disegni “divini” e dei destini dei “profani”. Di tutte le profezie una riguarda la “contemporaneità” molto precisa, pronunciata da Jacque De Molay, al momento della sua esecuzione, proprio in quell’occasione pronunciò la celebre maledizione (essa è soprattutto una profezia, che ne contiene in realtà quattro):
(1) – Rivolgendosi al Papa Clemente V gli disse: “Tu morirai entro 40 giorni”. Clemente V infatti morì 33 giorni dopo.
– (2) – Rivolgendosi verso il Re Filippo IV di Francia detto il bello disse: “Tu morirai entro la fine del 1314“. Filippo il Bello morì il 29 Novembre 1314.
– (3) – Rivolgendosi verso la Monarchia Francese disse: “La casa reale Francese cadrà definitivamente entro la tredicesima generazione da Filippo IV“. Luigi XVI fu effettivamente il 13° discendente di Filippo IV e ultimo Re di Francia.
– (4) – Rivolgendosi alla Chiesa Romana disse: “Il Papato terminerà entro 700 anni dalla mia morte“. Ovvero entro il 18 Marzo 2014.
Concludendo vorrei far notare, forse i più attenti ne avranno preso atto, dei frequenti mancamenti che colpivano, e si ripetevano, relativamente al protagonista della Divina Commedia in compagnia della sua guida, Virgilio (e in altri scritti). Quando la tensione emotiva era insopportabilmente intensa Dante crollava a terra, privo di sensi. Un celebre antropologo dell’ottocento, Marco Ezechia Lombroso detto Cesare, manifestò le proprie deduzioni ritenendo che si trattasse di epilessia. Altre interpretazioni, definiamole contemporanee, individuerebbero, a riguardo dei sintomi evidenziati da Dante, trasposti nei suoi scritti, sarebbero riconducibili alla narcolessia. Tutto ciò farebbe comprendere la sua spossatezza fisica, l’intorpidimento e la relativa necessità di riposarsi potrebbero rappresentare il disturbo narcolettico, o Allucinazioni Ipnagogiche che, tra le varie, portano ad avere deficit di attenzione, improvviso sonno e carenza di memoria. E’superfluo sottolineare che l’idea, benché possa avere un certo fascino per spiegare i suoi “colpi di sonno”, resta comunque piuttosto aleatoria. In realtà si dice di Dante Alighieri che avesse veramente una memoria prodigiosa/portentosa. L’esempio palese e chiaro è la complessa opera della “Divina Commedia”, un manoscritto “mastodontico” avente sottotrame e innumerevoli personaggi. Dante era esempio del complesso insegnamento che da lui “subito” veniva applicato, vale a dire le “tecniche mnemoniche” insegnate all’epoca, ma già ne parlavano nell’antica Grecia Aristotele, Platone, poi Cicerone e nel periodo rinascimentale la mnemotecnica tocca l’apice con Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam e Giordano Bruno. La memoria di Dante Alighieri, al contrario di oggi, veniva esercitata assiduamente per imparare a creare e fissare immagini. Ecco il perché di macroschemi, ripetizioni, richiami testuali e formule fonetiche e ritmiche presenti lungo tutta l’Opera dantesca. Alla fine il riposarsi o i “colpi di sonno incriminati quale possibile sofferenza o disturbo” dell’Alighieri, diversamente li definirei con Il termine astrazione che deriva dal latino abstractio, che a sua volta riprende quello greco di “αφαίρεσις”. In senso generico l’astrazione è il procedimento del pensiero per il quale si isola un elemento da tutti gli altri ai quali era connesso e lo si considera quale particolare oggetto di ricerca. Si tratta del balzo nell’inconcepibile, è il balzo del pensiero , la discesa dello spirito o effetto dell’intento (guida intenzionale dell’energia e unico modo di dirigere la forza della nostra volontà, è energia pura, lo spirito, l’astratto il nagual, lo spirito buono), atto che spezza le barriere percettive, momento in cui la percezione (allineamento delle emanazioni interne con quelle esterne) umana raggiunge i propri limiti. Il Maestro Dante, superata la barriera di percezione del punto di unione con il “corpo del segno o simbolo” ha raggiunto la “maestria della consapevolezza”.Semplicemente astrazione è un procedimento tendente a sostituire con una formula o con simboli la concreta molteplicità del reale, uno stato di profonda concentrazione in un pensiero, con conseguente perdita del contatto con gli esseri e gli oggetti circostanti. Credo che il sommo poeta, nei suoi rumorosi silenzi, avrebbe risposto: “il perder tempo a chi più sà più spiace”, o meglio come si esprimeva Ludovico Ariosto: “E quel che non si sa non si de’ dire e tanto men quando altri n’ha a patire”.La chiave di tutto è la conoscenza che la terra è un essere vivente che contiene tutte le emanazioni presenti in tutti gli esseri organici e inorganici. Dante ha espresso le conoscenze e le concezioni, ed ora la necessità del “Maestro” è di librarsi al di sopra delle idee e delle mode. Il suo pensiero s’immerge nel cuore stesso della realtà immutabile. L’uomo che pensa come il suo tempo scompare con esso, Lui l’immenso poeta, ha lasciato inconfutabili ed immortali testimonianze della sua grandezza “monumentale”. Ed è in queste estensioni enormi, difficilmente misurabili o praticamente insuperabili, che sopravvive l’eco del segreto e l’immortalità di Dante Alighieri.
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Ebbene non posso concludere non ricordando che anche personaggi dell’amata Maremma Grossetana sono ricordati nella “Commedia” dal Maestro, parlo del Conte Guglielmo Aldobrandeschi, il Gran Tosco Principe di Maremma, del figlio Umberto e della nipote Margherita. Molto probabilmente conosciuti da Dante prchè molti di loro, Monaci Cavalieri Templari, e protettori dell’Ordine, ma aventi anche proprietà nel fiorentino. Lui considerava la Maremma Grossetana, terra avvolta in un alone leggendario e luminoso, nella quale vive più il mistero invece di storia vera, che forse i più non conoscono. Come la storia degli Aldobrandeschi del ramo Sovana e Pitigliano, i quali parteciparono anche alle Crociate e caduti nell’oblio, e così ricordati da Dante Alighieri.
Dante nella Divina Commedia (Purgatorio) così descrive Umberto, ricordando il padre Guglielmo Aldobrandeschi “il Gran Tosco”:
…A man destra per la rivacon noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva.E s’io non fossi impedito dal sasso,che la cervice mia superba doma,cotesti che ancor vive, e non si nomaguarderà il, per veders’io ‘l conosco,e per farlo pietoso a questa soma. I’fui latino, e nato d’un Gran Tosco:Guglielmo Aldobrandeschi fu mio padre:non so se il nome sui giammai fu vosco.L’antico sangue e l’opere leggiadrede’ miei maggior mi fer si arrogante,che non pensando alla comune madre,ogni uomo ebbi in dispetto tanto avantech’io ne morì, come i senesi sanno,e sallo in Campagnatico ogni fante.Io sono Omberto: e non pure a me dannosuperbia fè, che tutti i miei consortiha ella tratti seco nel malanno.E qui convien ch’io peso portiPer lei, tanto che a Dio si soddisfaccia,poi ch’io nol fei trà vivi, qui tra morti.
Le parole di San Bernardo, riprese dal “Liber De Laude Novae Militiae”, scritte appositamente per i Templari, possono efficacemente commentare il passo di Dante e, forse, inquadrare sotto un aspetto più “reale” Umberto, fratello di un Monaco Cavaliere Templare e lui stesso “protettore” degli stessi .
Impavidus profecto miles et omini ex parte securus, qui, ut corpus ferri,sic anumum fidei lorica induitur. Utrisque nimirum munitus armis,nec demonem timet nec hominem nec vero mortem formidat, qui mori desiderat…quam proelio! Gaude fortis athleta, si vis et vincis in domino: sed magis exulta et gloriare, si morieris et jungeris domino.
Il Sommo Poeta in questo caso condanna Papa Bonifacio VIII° che obbligò la bella Margherita al matrimonio con il nipote Loffredo Caetani. Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fa più aspra, Dante si schiera col partito dei Bianchi che cercano di difendere l’indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche di Bonifacio VIII Caetani, Papa dal dicembre 1294 al 1303.
Ed ei gridò: Sei tu gia costì ritto,Sei tu già costì ritto, Bonifazio ?Di parecchi anni mi menti lo scritto. Se’ tu si tosto di quell’aver sazio, Per lo qual non temesti torre a ingannoLa bella Donna, e di poi di farne strazio ?
**Di seguito quanto scritto dal Cav.Carlo Padiglione, nell’anno 1865, relativamente ai diversi modi nei quali troviamo blasonata l’arme di famiglia:
Arme di Dante Alighieri


Ao amico Maurizio Santi.
Grazie mille per condividere la bellissima conoscenza, esperienza i riflessione.
Tantissimo AUGURI per il successo!
Un abbraccio forte di cuore.
Cumprimenti di Brasile,
Zordan, Eleleonito Assan