ANIMALI DA FIABA (l’Asino, l’Oca, la Volpe, il Topo e il Lupo)

La caratteristica principale che distingue la favola dalla fiaba è proprio il fatto che nella favola i protagonisti sono degli animali (parlanti e con caratteristiche umane) al contrario nelle fiabe sono personaggi “umani” mentre l’aspetto magico e irreale è ricoperto da fate, folletti, streghe, ecc. Le prime favole che conosciamo risalgono ad Esopo (ca 620 a.C. – ca 560 a.C.) e Fedro (ca 20 a.C. – ca 50 d.C.), entrambi schiavi, e che proprio grazie all’uso della figura allegorica dell’animale raccontavano la realtà quotidiana; gli animali erano quindi una sorta di maschera, che umanizzati e dotati di una psicologia fissa (la volpe astuta; il gatto opportunista; il cane fedele e così via…) esprimevano in modo libero critiche alla società del tempo. Anche La Fontaine esprimeva il suo pensiero sul potere dominante in Francia attraverso le favole, proponendo un tipo di antropomorfismo di denuncia politico-sociale attraverso le vicende di animali che incarnavano le diverse categorie sociali presenti nella realtà in cui La Fontaine viveva.
Si allontana dall’ambito strettamente politico-sociale Hans Christian Andersen, il quale esprime attraverso le sue opere il conflitto interiore e intimo del diverso e della diversità: Il Brutto Anatroccolo dove l’anatroccolo antropomorfo ci comunica il suo disagio nell’essere diverso e il suo desiderio di essere accettato dagli altri. E come non pensare, in tempi più moderni, al pulcino nero Calimero?
Vediamo in dettaglio alcuni di questi protagonisti.

L’ASINO

Tra i tanti animali il più bistrattato sembra essere l’asino; lo immaginiamo sempre “a lavoro”, carico e ragliante; spesso preso a bastonate o deriso per la sua stupidità. Ma non è sempre stato così mal considerato. L’asino infatti è, allo stesso tempo, simbolo di sapere e ignoranza. Nella mitologia egiziana, l’asino, animale sacro a Seth (rappresentato con orecchie asinine), è simbolo di malvagità. Al contrario, per i popoli indoeuropei è simbolo di regalità e saggezza, in particolare per gli Ittiti. L’asino, animale indispensabile, in passato, come bestia da soma accompagnava il lavoro dei campi, il sostentamento per la vita, il mezzo con cui guadagnarsi il cibo e quindi, per questo, simbolo di vita. Nelle rappresentazioni sacre riveste spesso un ruolo fondamentale, pensiamo all’asino che trasporta Maria in fuga in Egitto o all’asino che trasporta Gesù quando entra in Gerusalemme; le sue misure lo rendono non imponente e veloce come il cavallo ma più lento, al passo e all’altezza della folla: uomo ed asino si guardano negli occhi. Nella fiaba Pelle d’Asino di Perrault il desiderio del padre-re di sposare la figlia alla morte della regina-madre è interpretato come atteggiamento incestuoso, e la sporca pelle di asino con cui la giovane si ricopre simboleggia l’aspetto peccaminoso di questo rapporto perverso.  Il personaggio di Lucio, protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio (seguace di Iside i cui sacerdoti, per motivi rituali, impiegavano l’asino come cavalcatura) è probabilmente il testo da cui Collodi attinge per il suo Pinocchio che come Lucio viene trasformato in asino. Entrambi vengono trasformati e condannati ad una dimensione inferiore (l’asino, appunto) e dopo varie prove raggiungeranno un nuovo stadio: uomo libero Lucio e bambino in carne ed ossa il burattino. Marius Schneider, massimo esperto dei significati simbolici della musica, sottolinea il rapporto tra il suono del tamburo, la voce del morto e il raglio dell’asino che, secondo l’insegnamento di molte scuole tradizionali, costituisce un legame con le forze occulte del cosmo.  Nella fiaba “I Musicanti di Brema”, dove l’asino è il protagonista insieme ad un gallo, un cane ed un gatto, ritorna il legame tra asino e musica.

TRAMA: “Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale…”(continua)

I 4 protagonisti hanno aiutato l’uomo nel suo lavoro e nella gestione della su quotidianità, ma, arrivati ad essere vecchi e inutili sono destinati ad essere uccisi. E’ a questo punto che in uno di loro, l’asino per primo, scatta la ribellione (mista a paura e, diciamo pure, mista alla certezza di non avere alternative), l’asino sa che può fare musica! Deve andare a Brema, spostarsi per sapere che può fare musica e non diventare, come vorrebbe il suo padrone, pelle per un tamburo. Lui sa di poter fare musica e non essere destinato ad essere battuto come un tamburo. Incontrerà un cane, un gatto e un gallo che si uniranno a lui per raggiungere Brema. Dirà l’asino al Gallo: “Macché‚ Cresta rossa,vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. A Brema non ci arriveranno perché la loro fortuna la incontreranno prima, ma se non avessero cercato di fare musica?  Una fiaba dove l’asino va alla ricerca della “sua” capacità di produrre musica come simbolo di libertà in opposizione alla musica che l’uomo vuole far provenire dal tamburo realizzato con la sua pelle. Ma anche in questao caso, possiamo intravedere lo smacco alla morte: la pelle dell’asino, anche se morto, produrrà musica e grazie a questo continuerà a vivere.

L’OCA

Un tempo l’oca veniva preferita ai cani per la sua innata propensione nel prevedere pericoli ed invasioni di estranei, era spesso alla guardia di una casa (pensiamo alle celebri oche del Campidoglio) da sempre a contatto con l’uomo, ha però mantenuto la sua aggressività e la sua regalità.
Tra gli Egizi, l’oca è fra i volatili “da cortile” più comuni – lo stesso cigno è detto “oca del Nilo” – e, forse per il candore delle sue piume la si definisce “figlio di re”, facendone il simbolo geroglifico del ka del faraone. Riesce a destreggiarsi fra tre delle quattro aree cosmiche: cielo (è volatile), terra (instancabile camminatore) e acqua (è nuotatore). Il suo lento e cauto volo servì da paragone al primo grado dell’ascesi buddista, divenne simbolico attributo della ninfa Ercina:

un giorno, giocando con Proserpina nel bosco sacro di Trofonio, si lasciò scappare un’oca con cui Proserpina era solita dilettarsi. Ercina inseguì l’oca che andò a nascondersi sotto una pietra. Tolta la pietra, Ercina notò che cominciò a sgorgare dell’acqua il cui flusso formò poi una sorgente e quindi un fiume a cui fu dato il nome di Ercina. In questo punto fu in seguito costruito un piccolo tempio con un simulacro di Ercina con in mano l’oca (da wikipedia).

Il legame universale con l’oca trova conferma nelle leggende di tutti i paesi, da quelle indiane a quelle nordiche. I franchi, in epoca merovingia, le attribuirono il merito di aver insegnato l’arte di forgiare il ferro, gli scandinavi ne conservano la tradizione dalle mitiche saghe sino al romanzo “Viaggio miracoloso del piccolo Nils Holgersson” di Selma Lagerlof.
Per i Celti l’oca era simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini, ma anche simbolo della Grande Madre dell’Universo e di tutti i viventi. Secondo un mito egizio, a Khemenu (Hermopolis) gli Otto princìpi (Nulla, Inerzia, Infinito e Invisibilità e le loro paredre) nella tenebra del Nun avevano creato l’uovo primigenio, invisibile, dal quale scaturì l’uccello della luce. Secondo un altro mito l’uovo fu deposto da un’oca, il “Grande Spirito Primevo”, detto il “Grande Starnazzatore”, in quanto ruppe per primo il silenzio.
Fu un animale evidentemente considerato dotato di certa sacralità se alla fine dell’XI secolo lo troviamo a guidare frotte di pellegrini diretti alla volta di Gerusalemme. I popoli antichi gaelici della Spagna settentrionale attribuivano al maestro l’appellativo di “oca” perché questa rappresentava una sapienza superiore, guida inviata dagli dei.
In questo scenario l’oca acquista un significato altamente positivo, il simbolo del maestro guida nel cammino individuale d’iniziazione.
Forse per questo è protagonista di fiabe, dal Perrault che ha intitolato i suoi racconti più famosi Contes de ma mère l’Oie fino alla Regina Piedoca, alla Guardiana d’oche di Grimm che il Bettelheim ha voluto leggere in chiave psicanalitica. Mamma l’Oca di Perrault potrebbe essere l’archetipo della Grande Madre che narra e trasmette la conoscenza e la saggezza; sotto le sembianze di una vecchia narra fiabe e filastrocche a bambini intenti ad ascoltare di mostri e di fate, di malvagi ed eroi.
(Su Fiabe in Analisi.it puoi leggere l’analisi della fiaba “L’oca d’oro”  e  “La guardiana delle oche alla fonte”)

LA VOLPE

Nelle favole il rapporto tra gatto e volpe è spesso basato sulla competizione, sull’ostentamento delle rispettive capacità e destrezze. Due furbi che vanno a braccetto solo per opportunismo e sopportandosi a vicenda. Sembra che Collodi abbia tenuto presente proprio la favola di La Fontaine nel proporre la coppia all’interno delle Avventure di Pinocchio. Solo che in Collodi i due “compari” trovano un punto di incontro:
“La Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto che era cieco, si lasciava guidare dalla Volpe”; due difetti che s’incontrano: la cecità in senso allegorico e simbolico corrisponde all’incapacità di vedere la realtà e quindi di riflettere e riferire il vero così come appare; dall’altra parte la volpe zoppa, simbolo dell’incapacità di mantenere un atteggiamento, un percorso morale corretto e senza cadute.
I bestiari medievali descrivono la volpe come un animale molto furbo, fraudolento, astuto ed ingegnoso, falso e sleale. Il giudizio negativo è legato alle bizzarre indicazioni sul come riesca a procurarsi il cibo. Quasi tutti i bestiari narrano che quando la volpe ha fame e non ha nulla da mangiare va a cercare un luogo ove ci sia della terra rossa e vi si rotola per sembrare tutta insanguinata. Poi si getta a terra e resta immobile, come se fosse morta, trattiene il fiato e si gonfia tutta. Così gli uccelli che la vedono giacere, gonfia, tutta rossa di sangue e senza respiro, con la lingua di fuori, credendola morta, si avvicinano alla sua bocca. È così che lei, veloce quanto astuta, li afferra e li divora. Isidoro da Siviglia (VII secolo d.C.) nell’opera Ethimologiae, fa derivare il nome latino della volpe, vulpes volupis dalle parole volvere pes, cioè girare, ruotare le zampe; infatti, egli dice, “la volpe ha le zampe molto mobili e non corre mai in linea retta, ma con giri tortuosi”. Probabilmente anche da questo suo muoversi in modo “tortuoso” quindi non lineare e diretto ha portato la volpe ad essere il simbolo dell’astuzia.

“Che cosa vuol dire addomesticare?” domandò il Piccolo Principe.

Ne Il Piccolo Principe la volpe capovolge l’immagine tradizionale di tutte le volpi, chiedendo al piccolo Principe addirittura di essere addomesticata.

“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo (…) La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: ” Per favore … addomesticami”, disse.
” Volentieri”, rispose il piccolo principe, ” ma non ho molto tempo, però.
Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”.
” Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe” gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… Piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano”.

IL TOPO

Nella fiaba I 3 capelli d’oro del diavolo il topo rosicchia le radici dell’albero dalle mele d’oro, questo richiama alla mente la simbologia dei primi cristiani, per i quali il topo era collegato alla demoniaca vita degli inferi e, spesso, raffigurato mentre mangia le radici dell’albero della vita. Abitante del sottosuolo di cui percorre, con agilità, i bui tunnel si sarà mai incontrato faccia a faccia con il diavolo? E il suo movimento, il suo correre e scavare nel sottosuolo avrà mai per caso, o volutamente, provocato terremoti? C’è qualcosa che il topo non rosicchierebbe? Impossibile, nel Dakota, un tempo, si credeva che la luna calante fosse così perché rosicchiata dai topi. Divoratore delle provviste, custodite nei granai o nelle cantine, rubava e ruba ai poveri come ai ricchi – mai seguita la filosofia di Robin Hood “rubare ai ricchi per dare ai poveri” – no il topo rosicchia tutto. Così è ben presto associato al furto, nei sotterranei nasconde il suo bottino, corre veloce e in punta di piedi. Spesso, l’esistenza del topo si scopre perché si trovano dei resti di cibo o tessuti rosicchiati, ma aspettare sul luogo del delitto un topo è compito di grande pazienza; un esempio? Pensate a Tom & Jerry e alla pazienza di Tom che aspetta e tende trappole a Jerry, che sfugge sempre con velocità ed astuzia.
Esopo utilizza il topo per dirci che anche i piccoli e deboli possono essere utili ai grandi:

Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria.
Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato.
Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo.
Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.
Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo.
Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero.
Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse:
– Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi.

Ecco, Esopo ci dice che il piccolo e il grande sono entrambi utili alla società; mai ridere del piccolo, non si sa che cosa può nascondersi in ciascuno di noi al di là dell’apparenza. Chi di noi è grande e chi è piccolo?

Il gatto e il vecchio topo, Gustave Doré
per la fiaba di La Fontaine

Una favola dove il topo non vince con la sua astuzia è Il topo e l’elefante di La Fontaine:

La vanità, ch’è tutto un mal francese, fa ch’ogni sciocco e stupido borghese, un grand’uomo si creda in quel paese. Vani son gli Spagnoli e tuttavia, per quanto grande il lor difetto sia, è più che scipitezza una pazzia. L’esempio che vi conto vi dimostra la boria nostra, la qual su per giù non vale men di un’altra e non di più. Un Topolin piccino vide un grosso Elefante gigantesco, e rise di quel grande baldacchino pesante ed arabesco, con tre piani di sopra e una sultana seduta in mezzo di beltà sovrana, con cani e gatti e pappagalli suoi, e con tutta una casa che in viaggio andava ad un lontan pellegrinaggio. Rideva il Topolin perché la gente stesse a guardar quel coso stravagante, più che animale, macchina ambulante. – Bel merito, – dicea, – d’esser sì grosso, come se il bello fosse in un colosso… O gente sciocca, ov’è la meraviglia che ai ragazzetti fa levar le ciglia? Così piccino come son, un grano non valgo men di questo pastricciano -. E stava per aggiungere di più il Topo vanerello. Quand’ecco sul più bello un gatto salta giù e fric… in un istante mostrò che un Topo è men che un Elefante.

Il Pifferaio magico di Hamelin “incantatore” di topi libera la cittadina dall’infestazione di topi che colpì l’Europa nel 1440, per questo approfondimento vi rimando al mio post Il pifferaio magico (analisi)
Associati alla peste, vista come punizione divina, i topi divennero, nel Medioevo, a tutti gli effetti, i portavoce e i mandanti di questa punizione. Ma nelle favole e nelle fiabe, come abbiamo visto sanno essere anche riconoscenti come, per esempio, nella fiaba della raccolta di Calvino, Il bastimento a tre piani, dove dei topi, abitanti dell’Isola dei Topi, sfamati generosamente dal protagonista che portava un carico di croste di formaggio, lo aiuteranno “rosiccchiando” una montagna per permettergli di raggiungere la Principessa sequestrata e nascosta in un’isola incantata.
Andando indietro nel tempo, troviamo che il topo era addirittura ritenuto sacro presso gli Egizi, mentre nell’antica Roma era simbolo di buona fortuna. In Grecia, un topo bianco, era emblema di Apollo e di Giove che, si presume, utilizzassero i topi per nutrire i serpenti degli dei.

IL LUPO

Il percorso che Cappuccetto Rosso intraprende nel bosco per andare a trovare la nonna è un percorso lineare (non ci sono intoppi e lei cammina lungo un sentiero) ed abituale (andava quotidianamente dalla nonna a portarle provviste e medicine) ma, come accade nelle favole, ad un certo punto il percorso viene interrotto, ostacolato o, per scelta del protagonista, abbandonato. Abbiamo già visto alcuni che lasciano “la strada vecchia per quella nuova” primo fra tutti Pinocchio. L’interruzione del percorso costituisce quasi sempre nella fiaba l’inizio della crescita del protagonista, l’annuncio di un cambiamento. Cappuccetto abbandona il sentiero familiare e sereno – è infatti arricchito di fiori, farfalle ed uccellini che cantano – e su invito del lupo va a cercare fiori da portare alla nonna, immergendosi nello sconosciuto bosco. Il lupo rappresenta l’arrivo del pericolo per la bambina: Cappuccetto sta per concludere il periodo dell’infanzia e sta diventando grande e per lei i pericoli, personificati dal lupo, aumentano. Sentite l’ammonimento che fa Perrault ad un certo punto:
“Qui si vede che i bimbi, ed ancor più le care 
Bimbe, così ben fatte, belline ed aggraziate 
Han torto ad ascoltare persone non fidate 
Perché c’è sempre il lupo che se le può mangiare. 
Dico il lupo perché non tutti i lupi 
Son d’ una specie, e ben ve n’è di astuti 
Che, in silenzio, e dolciastri, e compiacenti, 
inseguon le imprudenti fin nelle case. 
Ahimè son proprio questi i lupi più insidiosi e più funesti! ” 

(Da I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault nel 1697).

Immagine di Gustave Dorè
Vedi il post La Storia illustrata di Cappuccetto Rosso

Non si può non pensare al pericolo della pedofilia. Cappuccetto sta per “morire” come bambina e, dopo aver vinto il lupo, nascerà ad uno stadio evolutivo più alto. Anche nel bosco di Cappuccetto ad un certo punto appare una casetta. La casetta era apparsa a Biancaneve ad Hansel e Gretel e tanti altri personaggi. Questa è una casetta che la bambina già conosce (a differenza di Biancaneve ed Hansel e Gretel che si imbattono meravigliati in qualcosa che vedono per la prima volta), non dovrebbe quindi riservare sorprese ma in realtà qualcosa di nuovo c’è: Cappuccetto vede la porta spalancata. Allo stesso tempo un invito ad entrare o un invito ad essere accorta? Entra e, passa dalla casa una volta accogliente, ad un altro luogo: la pancia del lupo. Insieme alla nonna si ritrovano in un’ “abitazione” dove non avviene il consueto scambio di convenevoli, di dolcetti e medicine ma un luogo buio dove rischiano di essere digerite per sempre. Come due elementi dentro il crogiolo alchemico forse la nuova adulta e l’anziana interagiscono perché insieme possano rinascere. Fatto che avverrà con l’entrata in scena del cacciatore, avversario/nemico del lupo.

La prima versione scritta della fiaba è ad opera di Charles Perrault (1697), che riprende storie popolari: nel Medioevo venivano tramandate oralmente leggende dove bambine erano sbranate dai lupi nei boschi o di bambine che, grazie alla veste rossa battesimale che portavano, riuscivano a salvarsi. Dopo Perrault la fiaba verrà ripresa dai fratelli di Grimm (1812): i due fratelli introducono la figura del cacciatore che libera dalla pancia del lupo la nonna e la nipote ancora vive.
Il lupo cattivo delle favole che spaventa i bambini, il lupo che ulula alla luna trasformando un uomo, forse malato, in un licantropo. Il lupo, insieme all’orco e alla strega, rappresenta la minaccia, la sfida da vincere, la sfida alla morte per continuare la vita o morire e rinascere. Il lupo vive nel buio e il buio illumina i suoi occhi che ti sfidano: in araldica il lupo è simbolo di animo ardito. Il lupo, come simbolo, ha in sé il suo doppio: bestia selvaggia portatrice di morte e distruzione, ma anche iniziatore e portatore di conoscenza. Le fauci del lupo sono ricollegabili all’ingresso della caverna, la sua gola è la caverna, passaggio non solo fisico ma soprattutto di evoluzione che porta ad una nuova conoscenza. In alcuni vasi funerari etruschi è raffigurata l’immagine del lupo che si affaccia dalla caverna in comunicazione con l’altro mondo, questo ha fatto supporre che il ruolo mitologico del lupo fosse quello di accompagnare le anime negli inferi. Come incarnazione di Marte, rappresentava il lato bellico-distruttore, mentre gli era attribuito un ruolo solare quando era simbolo di Apollo. Il bosco sacro che circondava il tempio di Apollo Licio o Apollo del Lupo era chiamato lukaion o regno del lupo; Aristotele vi teneva le sue lezioni: da qui l’origine della parola liceo. Il lupo quindi è tramite e portatore di una conoscenza che viene dalla profondità della terra e dalle tenebre. In molte civiltà appare come fondatore ed è associato all’idea di fecondità. Pensiamo alla leggenda di Romolo e Remo, i gemelli fondatori della città di Roma caput mundi. Grande fascino hanno spesso suscitato le leggende sui licantropi, esseri umani che nelle notti di luna piena si trasformano in lupi. Nella Grecia antica i licantropi venivano portati nella città di Licopodi, dove venivano rinserrati, poiché ritenuti dannosi alla comunità. La cosiddetta Follia del lupo è menzionata anche nella Bibbia, in quanto da questo male fu colpito il re Nabucodonosor. Sotto il termine di “licantropia” viene descritta una forma di pazzia furiosa, per cui il malato avverte un desiderio irrazionale di urlare, mordere e rifugiarsi in luoghi isolati, come nel normale comportamento del lupo. Per le culture basate sull’allevamento e la pastorizia il lupo è sempre stato considerato il nemico da abbattere, l’antagonista del pastore per il cibo, in seguito, tale antagonismo si adattò nella società cristiana dove il lupo fu identificato con il male poiché nemico dell’agnello, che rappresenta la bontà e la sottomissione. Nel XXI dei Fioretti di San Francesco, il santo “addomesticherà” il lupo di Gubbio, un primo tentativo di riabilitazione di una figura così tanto bistrattata?
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