ANIMALI DA FIABA (l’Asino, l’Oca, la Volpe, il Topo e il Lupo)
L’ASINO
Tra i tanti animali il più bistrattato sembra essere l’asino; lo immaginiamo sempre “a lavoro”, carico e ragliante; spesso preso a bastonate o deriso per la sua stupidità. Ma non è sempre stato così mal considerato. L’asino infatti è, allo stesso tempo, simbolo di sapere e ignoranza. Nella mitologia egiziana, l’asino, animale sacro a Seth (rappresentato con orecchie asinine), è simbolo di malvagità. Al contrario, per i popoli indoeuropei è simbolo di regalità e saggezza, in particolare per gli Ittiti. L’asino, animale indispensabile, in passato, come bestia da soma accompagnava il lavoro dei campi, il sostentamento per la vita, il mezzo con cui guadagnarsi il cibo e quindi, per questo, simbolo di vita. Nelle rappresentazioni sacre riveste spesso un ruolo fondamentale, pensiamo all’asino che trasporta Maria in fuga in Egitto o all’asino che trasporta Gesù quando entra in Gerusalemme; le sue misure lo rendono non imponente e veloce come il cavallo ma più lento, al passo e all’altezza della folla: uomo ed asino si guardano negli occhi. Nella fiaba Pelle d’Asino di Perrault il desiderio del padre-re di sposare la figlia alla morte della regina-madre è interpretato come atteggiamento incestuoso, e la sporca pelle di asino con cui la giovane si ricopre simboleggia l’aspetto peccaminoso di questo rapporto perverso. Il personaggio di Lucio, protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio (seguace di Iside i cui sacerdoti, per motivi rituali, impiegavano l’asino come cavalcatura) è probabilmente il testo da cui Collodi attinge per il suo Pinocchio che come Lucio viene trasformato in asino. Entrambi vengono trasformati e condannati ad una dimensione inferiore (l’asino, appunto) e dopo varie prove raggiungeranno un nuovo stadio: uomo libero Lucio e bambino in carne ed ossa il burattino. Marius Schneider, massimo esperto dei significati simbolici della musica, sottolinea il rapporto tra il suono del tamburo, la voce del morto e il raglio dell’asino che, secondo l’insegnamento di molte scuole tradizionali, costituisce un legame con le forze occulte del cosmo. Nella fiaba “I Musicanti di Brema”, dove l’asino è il protagonista insieme ad un gallo, un cane ed un gatto, ritorna il legame tra asino e musica.
TRAMA: “Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale…”(continua)
I 4 protagonisti hanno aiutato l’uomo nel suo lavoro e nella gestione della su quotidianità, ma, arrivati ad essere vecchi e inutili sono destinati ad essere uccisi. E’ a questo punto che in uno di loro, l’asino per primo, scatta la ribellione (mista a paura e, diciamo pure, mista alla certezza di non avere alternative), l’asino sa che può fare musica! Deve andare a Brema, spostarsi per sapere che può fare musica e non diventare, come vorrebbe il suo padrone, pelle per un tamburo. Lui sa di poter fare musica e non essere destinato ad essere battuto come un tamburo. Incontrerà un cane, un gatto e un gallo che si uniranno a lui per raggiungere Brema. Dirà l’asino al Gallo: “Macché‚ Cresta rossa,vieni piuttosto con noi, andiamo a Brema; qualcosa meglio della morte lo trovi dappertutto; tu hai una bella voce e, se faremo della musica tutti insieme, sarà una bellezza!”. A Brema non ci arriveranno perché la loro fortuna la incontreranno prima, ma se non avessero cercato di fare musica? Una fiaba dove l’asino va alla ricerca della “sua” capacità di produrre musica come simbolo di libertà in opposizione alla musica che l’uomo vuole far provenire dal tamburo realizzato con la sua pelle. Ma anche in questao caso, possiamo intravedere lo smacco alla morte: la pelle dell’asino, anche se morto, produrrà musica e grazie a questo continuerà a vivere.
L’OCA
Un tempo l’oca veniva preferita ai cani per la sua innata propensione nel prevedere pericoli ed invasioni di estranei, era spesso alla guardia di una casa (pensiamo alle celebri oche del Campidoglio) da sempre a contatto con l’uomo, ha però mantenuto la sua aggressività e la sua regalità.
Tra gli Egizi, l’oca è fra i volatili “da cortile” più comuni – lo stesso cigno è detto “oca del Nilo” – e, forse per il candore delle sue piume la si definisce “figlio di re”, facendone il simbolo geroglifico del ka del faraone. Riesce a destreggiarsi fra tre delle quattro aree cosmiche: cielo (è volatile), terra (instancabile camminatore) e acqua (è nuotatore). Il suo lento e cauto volo servì da paragone al primo grado dell’ascesi buddista, divenne simbolico attributo della ninfa Ercina:
un giorno, giocando con Proserpina nel bosco sacro di Trofonio, si lasciò scappare un’oca con cui Proserpina era solita dilettarsi. Ercina inseguì l’oca che andò a nascondersi sotto una pietra. Tolta la pietra, Ercina notò che cominciò a sgorgare dell’acqua il cui flusso formò poi una sorgente e quindi un fiume a cui fu dato il nome di Ercina. In questo punto fu in seguito costruito un piccolo tempio con un simulacro di Ercina con in mano l’oca (da wikipedia).
Il legame universale con l’oca trova conferma nelle leggende di tutti i paesi, da quelle indiane a quelle nordiche. I franchi, in epoca merovingia, le attribuirono il merito di aver insegnato l’arte di forgiare il ferro, gli scandinavi ne conservano la tradizione dalle mitiche saghe sino al romanzo “Viaggio miracoloso del piccolo Nils Holgersson” di Selma Lagerlof.
Per i Celti l’oca era simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini, ma anche simbolo della Grande Madre dell’Universo e di tutti i viventi. Secondo un mito egizio, a Khemenu (Hermopolis) gli Otto princìpi (Nulla, Inerzia, Infinito e Invisibilità e le loro paredre) nella tenebra del Nun avevano creato l’uovo primigenio, invisibile, dal quale scaturì l’uccello della luce. Secondo un altro mito l’uovo fu deposto da un’oca, il “Grande Spirito Primevo”, detto il “Grande Starnazzatore”, in quanto ruppe per primo il silenzio.
Fu un animale evidentemente considerato dotato di certa sacralità se alla fine dell’XI secolo lo troviamo a guidare frotte di pellegrini diretti alla volta di Gerusalemme. I popoli antichi gaelici della Spagna settentrionale attribuivano al maestro l’appellativo di “oca” perché questa rappresentava una sapienza superiore, guida inviata dagli dei.
In questo scenario l’oca acquista un significato altamente positivo, il simbolo del maestro guida nel cammino individuale d’iniziazione.
Forse per questo è protagonista di fiabe, dal Perrault che ha intitolato i suoi racconti più famosi Contes de ma mère l’Oie fino alla Regina Piedoca, alla Guardiana d’oche di Grimm che il Bettelheim ha voluto leggere in chiave psicanalitica. Mamma l’Oca di Perrault potrebbe essere l’archetipo della Grande Madre che narra e trasmette la conoscenza e la saggezza; sotto le sembianze di una vecchia narra fiabe e filastrocche a bambini intenti ad ascoltare di mostri e di fate, di malvagi ed eroi.
(Su Fiabe in Analisi.it puoi leggere l’analisi della fiaba “L’oca d’oro” e “La guardiana delle oche alla fonte”)
LA VOLPE
“Che cosa vuol dire addomesticare?” domandò il Piccolo Principe.
“E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma, se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo (…) La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: ” Per favore … addomesticami”, disse.
” Volentieri”, rispose il piccolo principe, ” ma non ho molto tempo, però.
Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”.
” Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe” gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… Piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano”.
IL TOPO
Esopo utilizza il topo per dirci che anche i piccoli e deboli possono essere utili ai grandi:Mentre un leone dormiva in un bosco, topi di campagna facevano baldoria.
Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato.
Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo.
Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.
Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo.
Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero.
Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse:
– Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi.

Il gatto e il vecchio topo, Gustave Doré
per la fiaba di La Fontaine
Una favola dove il topo non vince con la sua astuzia è Il topo e l’elefante di La Fontaine:
La vanità, ch’è tutto un mal francese, fa ch’ogni sciocco e stupido borghese, un grand’uomo si creda in quel paese. Vani son gli Spagnoli e tuttavia, per quanto grande il lor difetto sia, è più che scipitezza una pazzia. L’esempio che vi conto vi dimostra la boria nostra, la qual su per giù non vale men di un’altra e non di più. Un Topolin piccino vide un grosso Elefante gigantesco, e rise di quel grande baldacchino pesante ed arabesco, con tre piani di sopra e una sultana seduta in mezzo di beltà sovrana, con cani e gatti e pappagalli suoi, e con tutta una casa che in viaggio andava ad un lontan pellegrinaggio. Rideva il Topolin perché la gente stesse a guardar quel coso stravagante, più che animale, macchina ambulante. – Bel merito, – dicea, – d’esser sì grosso, come se il bello fosse in un colosso… O gente sciocca, ov’è la meraviglia che ai ragazzetti fa levar le ciglia? Così piccino come son, un grano non valgo men di questo pastricciano -. E stava per aggiungere di più il Topo vanerello. Quand’ecco sul più bello un gatto salta giù e fric… in un istante mostrò che un Topo è men che un Elefante.
IL LUPO
(Da I racconti di Mamma Oca di Charles Perrault nel 1697).

Immagine di Gustave Dorè
Vedi il post La Storia illustrata di Cappuccetto Rosso
Non si può non pensare al pericolo della pedofilia. Cappuccetto sta per “morire” come bambina e, dopo aver vinto il lupo, nascerà ad uno stadio evolutivo più alto. Anche nel bosco di Cappuccetto ad un certo punto appare una casetta. La casetta era apparsa a Biancaneve ad Hansel e Gretel e tanti altri personaggi. Questa è una casetta che la bambina già conosce (a differenza di Biancaneve ed Hansel e Gretel che si imbattono meravigliati in qualcosa che vedono per la prima volta), non dovrebbe quindi riservare sorprese ma in realtà qualcosa di nuovo c’è: Cappuccetto vede la porta spalancata. Allo stesso tempo un invito ad entrare o un invito ad essere accorta? Entra e, passa dalla casa una volta accogliente, ad un altro luogo: la pancia del lupo. Insieme alla nonna si ritrovano in un’ “abitazione” dove non avviene il consueto scambio di convenevoli, di dolcetti e medicine ma un luogo buio dove rischiano di essere digerite per sempre. Come due elementi dentro il crogiolo alchemico forse la nuova adulta e l’anziana interagiscono perché insieme possano rinascere. Fatto che avverrà con l’entrata in scena del cacciatore, avversario/nemico del lupo.
TRAMA: “Un uomo aveva un asino che lo aveva servito assiduamente per molti anni; ma ora le forze lo abbandonavano e di giorno in giorno diveniva sempre più incapace di lavorare. Allora il padrone pensò di toglierlo di mezzo, ma l’asino si accorse che non tirava buon vento, scappò e prese la via di Brema: là, pensava, avrebbe potuto fare parte della banda municipale…”(
