FILOSOFIA DELLA MORTE

(di Maurizio Santi)

Il “problema” della morte attraversa la storia della filosofia occidentale che ha tentato di darne una spiegazione metafisica e nel contempo di chiarirne il significato in rapporto all’esistenza dell’uomo nel mondo. La visione filosofica si distingue da quella ingenua dell’uomo di strada proprio in questo: rifiuta che il semplice evento della morte costituisca una “lacerazione” netta rispetto alla composita e trasmigrante vita dell’anima. Con ciò il filosofo rifiuta anche di dare importanza al momento del trapasso. Carlos Castaneda, in origine Carlo Cèsar Salvador Aranha Castaneda, si riferisce alla morte come una presenza nostra eterna Compagna, la Cacciatrice che in questo mondo è sempre in agguato, non si ferma mai, qualche volta spegne solo le sue  luci. Noi nasciamo per accettare questa sfida. I Maghi (1) lo sanno, gli uomini comuni no. La vita è il sistema tramite cui la morte ci sfida. La morte è la forza attiva, la vita è l’arena ed in questa ci sono solo due contendenti alla volta: noi stessi e la morte, noi passivi. E’ la morte a segnare il tempo, a spingerci implacabilmente fino a quando non cediamo  e lei vince o finché siamo  noi a sconfiggerla. Se gli Sciamani (2) sconfiggono la morte,  la morte li lascia liberi da ulteriori sfide, ma ciò non vuol dire che diventano immortali. Non bisogna desiderarla, solo aspettare che arrivi; non cercare di immaginare com’è, solo essere pronti a farsi prendere dalla sua scia. Con gli Stregoni(3) Guerrieri(4) la morte si tiene in sospeso fino a quando lo Stregone ne ha bisogno. Esiste solo perché la si decide con l’intento al momento della nascita, ma l’intento della morte si può sospendere facendo cambiare posizione al Punto d’Unione(5).  L’idea della morte è da usare per provocare lo scossone dell’agguato quando la consapevolezza è sotto eccessiva pressione. L’idea della morte è la sola cosa che possa infondere coraggio agli Stregoni. Il pensiero della morte dà sobrietà, mentre l’orrore più grave per gli uomini comuni è adagiarsi in un senso d’immortalità, come se non pensando alla morte riuscissero a liberarsene. Non pensare alla morte libera dall’angoscia della fine, ma è uno scopo meschino per l’uomo comune  ed una caricatura per uno Stregone, che tende invece a realizzare al livello più profondo di non avere alcuna garanzia di sopravvivenza. Unico antidoto per la disperazione è la consapevolezza della morte, poiché la coscienza di dover morire è la sola cosa che può darci forza di sopportare i patimenti  e le difficoltà della vita e la paura dell’ignoto. L’idea della morte è la sola che tempri il nostro spirito. Nel momento della morte tutta l’energia chiusa in noi, nelle emanazioni inattivate, è liberata e le emanazioni si allineano per uscire dalla fessura del bozzolo(6). Morire è una cosa monumentale.

Da un punto di vista filosofico  la morte è una transizione, un passaggio da una vita a un’altra. L’idea è quella di vederla come una semplice fase di trasformazione, un po’ come lo sono la nascita, la vecchiaia e la malattia. Non c’è cura per la nascita e la morte se non godersi l’intervallo. La morte non è quindi considerata l’opposto della vita, ma parte integrante di essa e di conseguenza qualcosa da accettare e di cui non avere paura. Leonardo da Vinci spesso si esprimeva così: “Come una giornata ben spesa dà un lieto dormire, così una vita ben usata dà un lieto morire”.
Epicuro, un secolo dopo Socrate, scrive che una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Secondo Epicuro le visioni dell’aldilà non rientrano nell’arte suprema del ben vivere e del morire, che deve anzi evitare vacue supposizioni se veramente intende aiutare l’uomo a vivere e morire bene. Ma questo è anche l’intento di Socrate. Il suo ragionamento è simmetrico e opposto rispetto a quello di Epicuro, e comunque non ha pretese di validità universale: coltivare il mito dell’Ade (7) è utile a molti per indirizzare la vita dell’anima, per aiutarla a scorgere, con il tramite d’immagini sensibili, le forme dell’invisibile. Il mito viene in soccorso alle anime perché intraprendano un percorso di liberazione già qui, nella carne e sulla terra. I racconti poetici sul Tartaro (8) e sull’Ade insegnano a concentrarsi sulle immagini interiori cui rimanda ogni oggetto sensibile, e orientano alla com-prensione di una dimensione più segreta e nascosta di quello immediatamente percepibile. È necessario capire ciò che ci sta intorno nel suo valore intrinseco, perché chi non sa scorgere la profondità dentro le apparenze tradisce la propria natura divina e impedisce alla verità di manifestarsi attraverso ciò che vediamo, tocchiamo, sentiamo. Indipendentemente dalla convinzione che un aldilà possa esistere o non esistere, l’attenzione e l’impegno del filosofo debbono rimanere concentrati sempre sul modo in cui l’anima si rapporta a sé stessa e alle segrete risonanze che si accendono nel suo incontro ultrasensibile con il mondo. Il filosofo si deve sempre chiedere se la sua anima è risoluta o titubante, se si sta disperdendo mentre asseconda i capricci del corpo o se si è posta alla sua guida con coerenza e rettitudine. Il passaggio dalla vita alla morte non altera ma semplicemente rivela tali disposizioni dell’anima. Per Heidegger, invece, essa è la mia possibilità più propria, incondizionata e certa, indeterminata soltanto rispetto al quando, e deve pertanto essere assunta in proprio in ogni istante della vita. Tolstoj recepisce una condizione essenziale a proposito del tema esistenziale della morte, vale a dire che non è una fatto reale, ma una questione di pensiero. Il senso comune ci dice l’opposto: è vero che la morte è l’unica realtà a cui non si può sfuggire, ma rifacendoci “all’essenzialismo Tolstojano” a ben vedere, la morte è primariamente un pensiero, una paura, che ci accompagna in assenza del funesto fatto, il quale fatto, materialmente parlando, ha sempre da compiersi. Tutto ciò  perché quando arriva, quando cioè il pensiero non è più pensiero, ma bensì avvenimento di ciò che si compie, e diventa “fatto”, il problema già non esiste più.

«Laudato si, mi Signore,
per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullo omo vivente po’ scampare»

“Predica agli uccelli” fa parte di “Storie di San Francesco” che decora la parte inferiore della navata della Basilica Superiore di Assisi

Questo è l’inno interpretato da Francesco d’Assisi (prima Giovanni), nel Cantico delle Creature prima di oltrepassare i viventi (morente). Una lode dettata da una partecipazione eccezionalmente intensa per tutte le meraviglie del creato, simbolo della realtà trascendentale, arrivando ad onorare anche la morte; sentita come massima comunicazione oggettiva di una esperienza individuale di giustizia. Il Cantico viene portato a compimento pronunciando la morte seconda (l’anima), evidenziando come possiamo salvarci, naturalmente, solo se non ci sottraiamo a sorella morte corporale.
E’ veramente possibile sfuggire alla morte corporale? Credo che, forse sfuggire proprio no, ma “sorgere, formarsi e determinarsi” l’illusione di poterlo compiere probabilmente sì. Realmente, a dispetto che lo si voglia negare, nascondere o distaccarsi, “considerandola pericolosa”, la morte rimane un enorme mysterium (9) con il quale tutti noi ci “confrontiamo” quotidianamente. Suscita, però, perplessità che la maggior parte degli umani sfugga al pensarci e ancor più al parlarne. Comunque fare a meno del confronto con un lato della vita così preponderante non elimina la paura, pertanto ciò che così viene “soffocato” non dà pace e lavora in sottofondo, condizionando il nostro modo di vivere. Forse ci illudiamo che accumulando beni si possano controllare gli eventi e quindi “ingabbiare” la morte ? Purtroppo mentalmente l’essenza (10) o il complesso  delle qualità di cui noi ci compiacciamo, tendano ad identificare il nostro Essere con l’avere, vale a dire che si vuole fare coincidere il nostro essere con gli oggetti da noi accumulati, l’Essere con il non essere.
Sant’Agostino sosteneva:

“La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace”.

Non ultima quella che definisco la morte nella “filosofia dell’Astrologo” che ci informa che tra le simbologie a cui è legata l’Ottava Casa, una delle principali è sicuramente quella che abbraccia il concetto di morte e rinascita, da intendere come fine e nuovo inizio e quindi come trasformazione. Molti Astrologi parlano così del Signore dell’VIII Casa che è il significatore principale della morte. Ad esso aggiungano altri pianeti che eventualmente si trovassero in tale Casa e quei pianeti che affliggono gravemente i due luminari (l’Ascendente e il Signore dell’Ascendente). Inoltre specificano che se i significatori della morte sono benefici  e non afflitti, la morte naturale, senza malattie e senza dolore, complemento inevitabile di una vita lunga e sana; in caso diverso sarà causata da malattia o accidente. La morte violenta è caratterizzata dall’essere i luminari in segni violenti (Ariete, Toro, Leone, Scorpione e Capricorno) o congiunti a stelle violente e in cattivo aspetto fra loro o con un pianeta malefico; dall’essere un pianeta malefico in VIII o Signore di VIII in segni o presso stelle violente e affliggente uno dei luminari o l’Ascendente  o il suo Signore; dall’essere il Signore di I un pianeta violento in VIII o il Signore di I e di VIII un unico pianeta in segno violento: La morte per “ferro” è particolarmente indicata da Marte in VIII e in cattivo aspetto con il Signore di VIII o comunque in segno umano e in cattivo aspetto con il Sole o affliggente il Sole in segno umano. La morte per “fuoco” è indicata da Marte Signore di VIII in segno di fuoco o in IV con il Signore IV pure in segno igneo o congiunto al Sole in IV o opposto quadrato con la Luna. La morte per “sommersione” è indicata da Saturno congiunto, quadrato o apostolo al Sole in Cancro, Vergine, Bilancia, Acquario, Pesci e prima metà del Sagittario. La morte per “soffocamento” è data da Saturno allo Zenit, opposto a Luna (in segno umano indica impiccagione), quadrato con Sole essendo Marte opposto a Luna, opposto al Sole con Marte, essendo Giove in Andromeda. La morte per “veleno” è data da Saturno in segno di terra congiunto, quadrato o opposto a Marte o Sole, in IV con il Signore di IV o in cattivo aspetto con esso, congiunto a Venere Signore di VIII da Mercurio o Luna in VIII con  del Drago o allo Zenit essendo ascendente il Leone e il Cancro.

 

Note:

(1) Castaneda: Maghi/Magia è uno stato di consapevolezza l’abilità di usare campi di Energia non necessari per la percezione del mondo quotidiano, procedimento di ripulitura del proprio Anello di Collegamento con l’Intento. Ne è l’essenza la contraddizione che l’Intento non è qualcosa da usare e pure si può usare. Perché la Magia abbia una salda presa occorre bandire ogni dubbio dalla mente banditi i dubbi tutto è possibile. Gli esseri umani hanno un senso della Magia molto profondo. Non è tanto che si apprenda la Magia col tempo quanto che si apprende ad accumulare energia.

(2) Castaneda: Sciamano lo è chiunque riesca a spostare il proprio Punto d’Unione in una posizione nuova.

(3) Castaneda: Stregoni hanno l’inclinazione di vivere esclusivamente nel chiaroscuro di un sentimento meglio descritto dalla congiunzione “eppure” … non vanno mai in cerca di nessuno, non si uniscono mai a nessuno, non possono mai fare un ponte per unirsi alla gente del mondo … solo la gente comune può fare un ponte per unirsi agli Stregoni, il loro biglietto per l’impeccabilità deve essere avvolto nella Consapevolezza … così avvolto il biglietto rimane nuovo di zecca . Di uno Stregone il biglietto per la Libertà è la sua Morte … Gli Stregoni comandano la propria Morte e muoiono solo quando è necessario … Il grande artificio degli Stregoni sta nell’essere consapevoli della propria Morte … Gli Stregoni sono capaci in una frazione di secondo di spostare il Punto d’Unione … quel movimento e la velocità con cui è effettuato comporta un istantaneo spostamento nella Percezione di un altro Universo totalmente diverso … Due sono i problemi specifici degli Stregoni: uno l’impossibilità di ristabilire una continuità ininterrotta, l’altra l’impossibilità di usare la continuità dettata dalla nuova posizione dei loro Punti d’Unione … che è sempre troppo tenuta, troppo instabile.

(4) Castaneda: Guerrieri/o è forma di autodisciplina, che risalta a realizzazione individuale … nessuno è nato Guerriero. <il cammino del Guerriero è l’opposto di quello dell’uomo comune, che è chiuso all’ignoto e sistemato nel funzionale … l’uomo comune è agganciato agli uomini … il Guerriero lo è unicamente a se stesso. … Il Guerriero dispone strategicamente della propria vita per arrivare alla Totalità di se stesso, alla Consapevolezza Totale. Con la Consapevolezza della propria Morte e con il potere delle proprie decisioni … il suo scopo è entrare nell’Altro Mondo. Trascorre anni un limbo in cui non è né uomo comune né sciamano. Il Guerriero passa attraverso quattro stadi lungo la via della Conoscenza, per il suo collegamento con l’Intento: il primo quando ha un Anello arrugginito inaffidabile con l’Intento; il secondo quando riesce a ripulirlo; il terzo quando riesce a manipolarlo, il quarto quando riesce ad accettare i piani dell’Astratto. Il G. non fa mai nulla  per puro divertimento  agisce non per profitto ma per lo spirito è incapace di sentire compassione in quanto non prova più alcuna pietà per se stesso … Senza la forza propulsiva dell’Autocommiserazione, la compassione non ha più senso. … Vedere è potere, vien da sé per Forza propria. E non bara poiché la posta in palio è la sua vita  … non si consegna alla Morte, ma la sua Morte deve lottare per averlo … sa di essere in attesa e sa di cosa è in attesa e mentre attende si bea gli occhi con lo spettacolo del Mondo.

(5) Castaneda: Punto d’Unione è fattore di Allineamento delle Emanazioni non collocabile fisicamente … fa percepire ma anche ignorare  Gruppi di Emanazioni … è come un magnete per le Emanazioni nel loro Allineamento ed è tenuto fisso nella sua posizione originale del Dialogo Interiore … è determinato dalle abitudini e ritorna sempre nella sua posizione originale … altrimenti ne viene la Pazzia o la Veggenza … dalla sua Posizione dipende ciò che l’Uomo percepisce … si muove normalmente durante i Sogni, mentre la Posizione si mantiene mediante il Dialogo Interiore. Non c’è alcuna specifica procedura per farlo muovere, ma chiave per farlo muovere è la Ricapitolazione della propria vita … Una volta spostato il movimento stesso comporta il distacco del Riflesso di Sé … una febbre alta, la paura, l’odio, il misticismo possono spostare il P.d.U. Può spostare il P.d.U.  anche l’Intento inflessibile, ed è il metodo preferito dagli Stregoni … E’ lo Spirito che muove il P.d.U. e comandare lo Spirito è comandare il P.d.U. ma c’è bisogno dell’Energia. Ha movimento verso il Basso in profondità e laterale sulla superficie del Bozzolo, ma un cambiamento verso il Basso non comporta la Visione di un altro Mondo, ma una diversa prospettiva del Mondo ordinario … un vero cambio di ubicazione avviene solo se il P.d.U. si sposta all’interno della Fascia dell’Uomo e all’incontro con una Soglia Cruciale … diverse sono le tecniche per muovere il P.d.U. ma i risultati sono i medesimi … gli esseri umani il cui P.d.U. è fluido e variato, sono i più resistenti. In ogni uomo il P.d.U. sceglie le Emanazioni da enfatizzare.

(6) Castaneda: il Bozzolo è un ricettacolo e finché l’Uomo ha un Bozzolo non può aspirare all’Immortalità.

(7) Ade significa “invisibile”, è il nome del dio, ma anche del regno dei morti. Il dio era noto anche come Plutone (nome con cui era venerato a Roma) dal greco plùtos “ricchezza”, per le ricchezze che la terra serba nelle viscere, o forse per l’abbondanza di sudditi su cui egli aveva potere nell’oltretomba.

(8) Tartaro (in greco antico Τάρταρος, Tártaros) indica, nella teologia di Esiodo, il luogo inteso come la realtà tenebrosa e sotterranea (katachthònia), e quindi il dio che lo personifica, venuto a essere dopo Caos e Gea.

(9) mysterium nell’uso greco originario il termine, usato per lo più al plurale, indicava la celebrazione di riti di iniziazione, in particolari culti segreti.

(10) L’essenza questo termine secondo la concezione aristotelica, significa – ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un’altra cosa-

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