IL PROCESSO DEI TEMPLARI A FIRENZE

Dobbiamo iniziare con l’attestare per correttezza di cronaca, che la definizione, non vera, era quella di processo, in realtà furono inquisizioni; naturalmente con torture nei confronti di Monaci/Cavalieri che spesso erano solo umili serventi dell’Ordine, che nulla potevano conoscere di riti o particolari di iniziazioni, purtroppo costretti dalle minacce e dalla tortura, confessarono cose suggerite dagli accusatori. L’Inquisizione è un’inchiesta speciale svolta con una procedura arbitraria o ad ogni modo lesiva dei diritti, della libertà, della dignità dell’individuo, tanto più quando una decisione è presa in anticipo rispetto alla sentenza finale. Si può dire con certezza che in nessuno dei concili indetti dall’Arcivescovo di Ravenna Rinaldo di Concorrezzo, relativamente ai Templari, fu richiesta la pratica della tortura e tutti vennero assolti con l’obbligo di presentarsi ai Vescovi dei loro territori per la purgazione. Detta pratica, la purgazione, appartiene al foro ecclesiastico, e si applica a una persona sospettata di una colpa della quale non si hanno prove a carico, e che è comunque tenuta a provare la propria innocenza. Si deve sottoporread un giuramento che deve essere confermato da altre persone dello stesso ordine e stato, naturalmente se queste persone ricusano di giurare che l’accusato è innocente e incapace di spergiuro, questi è ritenuto colpevole e punito. L’Arcivescovo Rinaldonon fu indulgente nei confronti della Sacra Milizia del Tempio per simpatia, ma perchè conosceva molto bene gli accusati e gli accusatori. Nell’anno 1298, il Concorrezzo era stato inviato da Papa Bonifacio VIII° in Francia, e vi era rimasto fino all’anno 1300, avendo rapporti personali con il re Filippo IV° detto il Bello, con Guglielmo Nogaret (giurista e cancelliere fedelissimo, nonchè anima nera del re di Francia, e grande accusatore dei Templari contro i quali creò i capi di accusa. Ricordato con Sciarra Colonna per i fatti di Anagni quando Guglielmo di Nogaret, che aveva avuto il padre e la madre bruciati sul rogo come catari, colpì con uno schiaffo Papa Bonifacio VIII°), con Bertrando de Gott, poi Clemente V°, facendosi un’idea ben precisa di questi “personaggi”.
Nell’agosto del 1308 anche a Ravenna giunsero le bolle con le quali Clemente V° annunciava l’apertura dei processi canonici contro i Templari, fissandone i criteri, i fini e le procedure. Destinatario di tali documenti era Rinaldo di Concorrezzo, Arcivescovo, il quale, assieme a Giovanni de Provincialibus (o de Polo) fu Arcivescovo di Pisa dal 1299 al 1312, Lotario della Tosa, Vescovo di Firenze dal 1303 al 1309, e Ranieri de Casulo Vescovo di Cremona dal 1296 al 1312, avrebbe presieduto la commissione inquirente sui Templari nell’Italia centro-settentrionale: Lombardia, Marca Trevigiana, Istria, Aquileia, la provincia ravennate e la Toscana. Impegni vari del Concorrezzo e degli altri ordinari impedirono di dare immediato seguito alle disposizioni papali. Diversamente gli inquisitori domenicani si erano mossi contro i Templari dal gennaio 1308.
Clemente V°, dichiarava i Templari sospetti di eresia, ne ordinava la cattura e la consegna ai Vescovi che avrebbero dovuto estorce anche con la tortura le loro confessioni, diffidando i fedeli laici ed ecclesiastici dal favorirli, sotto pena di scomunica ed interdetto. Inoltre concesse a ciascuno dei tre grandi inquisitori piena libertà di organizzarsi singolarmente, rendendo, così, libero Rinaldo di agire, secondo il proprio convincimento, nell’ambito del territorio di sua competenza. Nonostante gli inviti, e richiami papali, nell’applicare la torturail Concorrezzosi pronunciò pesantemente contro questo uso, condannandola senza appello:
“Si devono considerare innocenti coloro che hanno confessato per timore della tortura, se in seguito hanno ritrattato le loro confessioni, o anche coloro che non hanno avuto il coraggio di ritrattare per paura delle torture o per timore di nuovi supplizi, semprechè il fatto sia stabilito – 18 giugno 1311”.
Papa Clemente V°, in data 27 giugno 1311, a pochi giorni dalla conclusione del Concilio Romagnolo editava la Bolla “Dudum ad eliciendum”, rivolta ai Vescovi di Ravenna, Firenze, Pisa e Cremona, dalla quale, brevemente estrapoliamo i passaggi più importanti, forse è opportuno dire i più –violenti-:
“…abbiamo potuto trarre la plausibile convinzione che essi siano colpevoli, ma affinche la verità emergesse senza possibilità di equivoco, dovevate sottoporli a tortura, cosa che avete omesso di fare… Ingiungiamo quindi voi, …facciate ricorso alla tortura durante gli interrogatori degli stessi frati…”.
A differenza di Rinaldo (evidentemente faceva avvertire la propria presenza con il ribadire la necessità di assicurare anche all’ antica istituzione crociata il massimo rispetto delle norma procedurali) e del Vescovo di Cremona, l’Arcivescovo di Pisa, sopracitato, e il Vescovo di Firenze, Antonio d’Orso dal 1309 al 1321, obbedirono agli ordini di Clemente V°, applicando la tortura, e con l’aiuto di Pietro il Giudice, il mese di settembre dell’anno 1311, a Firenze presso la chiesa di S.Egidio (situata nell’ospedale di Santa Maria Nuova) iniziarono gli interrogatori dei Templari. Ufficialmente dai documenti risultano sei gli inquisiti e cinque interrogati presso la Chiesa di S.Egidio in Firenze, di cui riportiamo brevi interrogatori: Frate Bernardo de Parma (14/09/1311); Frate Egidio Precettore della Domus di S. Gimignano (17/09/1311); Frate Guido de Cietica Precettore della Domus di Caporsoli (5/10/1311); Frate Lanfranco di Florenzuola (11/10/1311); Frate Nicola Regino Precettore della Domus di S. Salvatore di Grosseto (11/10/1311). Frate Giacomo da Pighazzano o Pigazzano (23 e 24 ottobre 1311 a Firenze e poi Lucca e tra il 17 e il 21 giugno 1311 a Ravenna).
Il giorno 14 del mese di settembre dell’anno 1311, Frate Bernardo di Parma, Templare, si presenta davanti agli inquisitori riuniti nella Chiesa di S.Egidio di Firenze. Dalla sua deposizione si apprende che venne ricevuto nell’Ordine trent’anni prima (1281) da Frate Bianco di Pighazzano, Magnum Preceptorem Baluie Lombardie et Tuscie. Alla cerimonia furono presenti anche Frate Francesco de Papia, Frate Alberico de Albernasco, precettore della Domus (de Correbdulo), e Giovanni de Regio, Precettore della Domus de Regio districtus Parmensis. Ricorda di un capitolo tenutosi a Bologna sedici anni prima (1295) e cita i Templari Marco Perugino e Rufino de districtu Alexandrie; riferisce che ventotto anni prima (1283) presso il castrum Montis Caserij lui con Frate Nicola Barrachini de dicto castro e Michelone di Pavia sputò sulla croce appesa al muro della locale Domus Templare. Più avanti ancora ricorda Frate Gandulfo, Precettore nella città di Firenze e Frate Guido de Monte Calcio; riferisce che, al tempo della sua ricezione, Frate Bianco gli assicurò “quod poterat cum alio fratre sui ordinis commisceri carnaliter, et dicebat hoc non esse peccatum sed licitum”; la medesima cosa gli fu assicurata da Frate Bartolomeo de Florentia e Frate Giovanni. Nel corso della sua deposizione, Frate Bernardo de Parma ricorda ancora che nel corso del capitolo di Bologna, ricordato sopra, vide adorare la testa del vero Dio, denominato Maguineth, dal Precettore “Baluie” Frate Guillus de Carelle, da Giovanni de Vinti, comitatus Astensis e da Frate Giovanni de Castro Arquato, comitatus Placentinus, Precettore campagna comitatus Terugini, e de Ugone de Montebello; di aver conosciuto Frate Pietro Valentini de Campania. Frate Bernardo de Parma interrogato se gli “errores”furono introdotti nell’Ordine dopo l’approvazione ecclesiastica, rispose che “se credere verum esse utin art. Continetur, quia eo tempore quo ipse ordo fuit institutus, ut credit fuit institutus in maxima sanctitate et religione tempore beati Bernardi, et quod propter malitias fratrum dicti ordinis, dicti errores et Punta fueruntintroducta”. In definitiva la confessione riguardava l’adorazione dell’idolo, lo sputo sulla Croce e la sodomia.
Nella Chiesa di S. Egidio, il giorno 17 del mese di settembre dell’anno 1311, viene ascoltato dagli inquisitori Frate Egidio, Precettore della Domus di San Gimignano. Dal suo interrogatorio emerge che due frati nel corso della sua recezione dissero bestemmie. Il primo era stato ricevuto venticinque anni prima (1281) a Piacenza da Frate Bianco, Gran Precettore Lombardie; il secondo venticinque anni prima (1286), durante un Capitolo celebrato a Bologna, da Frate Guglielmo de Nove, Gran Precettore Lombardie. Prese parte anche al Capitolo tenutosi a Piacenza. Riferì che il rito di cui chiedeva l’inquisizione “comuniter fuit in toto ordine observata antiquibus, et publice dicebatur in toto ordine quod hec corruptela servabatur et erat comuniter in eo”. I sacrilegi compiuti verso la Croce e l’adorazione di idoli furono da lui visti in quattro capitoli provinciali tenutisi a Roma da frate Giacomo de Modona, Precettore “balie”, e dai frati ivi riuniti che erano otto; a Bologna da Frate Giacomo de Montecucco, Precettore “balue” ventidue anni prima (1289), e dai frati ivi riuniti che erano circa cinquanta; a Piacenza da Frate Bianco, Precettore “balue”, trent’anni prima (1281) e dai frati ivi riuniti, circa trenta. Dall’interrogatorio risulta, inoltre, che aveva conosciuto Giovanni Pettore e Bartolino “in quodum nemore in foro Julii; ad inviam commisceri, et quia etiam de premissis erat pubblica fama in ordine”. Nel fornire particolari nell’adorazione degli idoli, Frate Egidio precisa di aver assistito a tali riti celebrati a Bologna da parte di frate Giacomo da Montecucco, Precettore “baluie” dodici anni prima (1299), e a Piacenza, vent’anni prima (1291), da Frate Guglielmo, allora Precettore “baluie”. Nel corso della sua “confessione” ricorda anche Frate Giovanni de la campagna; Ugone de Montebello a Piacenza; a Roma Frate Giovanni de Cervieri, Giacomo de Modona e Bartolino, camerario. Ricorda di aver visto catturare a Florenzuola due che non vollero sottostare ai riti sacrileghied essere inviati legati a Roma. Anche in questa confessione vi si trova l’eresia, rinnegamento di Cristo bestemmie e idolatria adorazione di un idolo.
Il giorno 5 ottobre dell’anno 1311, Frate Guido de Cietica Precettore della Domus de Caporsoli, nella Diocesi di Fiesole, ove sembra che sia stato interrogato, alla presenza degli inquisitori rilascia la sua deposizione. Fra l’altro, afferma, di essere stato investito nell’Ordine nove anni prima (1302) e dopo un anno di aver preso parte ad un capitolo tenutosi a Bologna alla presenza di Giacomo de Montecucco, Gran precettore –Lombardie et Tuscie-. Al Capitolo presero parte Ubertino de Cavelle, Giovanni de Campanea ed Ugone de Montebello; Pagano de Brixia e Giovanni Brixiensis; Domenico de Montedonico e molti altri. Tre anni dopo (1305) prese parte ad altro Capitolo organizzato a Piacenza, durante il quale vide il vicario del Gran Precettore, Ramondino, rinnegare con molti altri Cristo. Di alcuni ricorda i nomi: Arrigo de Montefalcone e Francesco de Papia. Rispondendo ai vari capi di accusa, fa i nomi di Frate Gerardo de Spilli, Precettore della Domus di Lucca; Frate Martino, Precettore della Domus di S.Sofia di Pisa; Frate Gandulfo, Precettore della Domus di Firenze e Frate Villano, Precettore di Monte Lopio et Certallo. Rispondendo ad altro capo di accusa fa il nome di Frate Arrigo de Penzano che con Frate Guglielmo de Nove, Frate Martino, Precettore di Pisa, e Frate Gandulfo erano dei grandi sodomiti: “Et quod ideo Fr. G. Tenebat quendam juvenem qi. Pro uxor sua, qui invenis factus est postea frater in dicto ordine, cuius fraris nomen dixit esset fr. Petrus Reginus”.In questo caso le confessioni riguardano l’eresia per il rinnegamento di Cristo e sputi sulla Croce ed la sodomia.
Frate Lanfranco di Florenzuola (1) l’11 ottobre 1311, depone davanti agli inquisitori e ricorda che alla sua ricezione nell’Ordine Templare assistette Frate Pietro di Castro Arquato e che venne ricevuto da Frate Guglielmo de Bobbio, Gran Precettore “Baliue” di Lombardia e Tuscia, cinquant’anni prima (1260). Furono presenti Frate Giovanni de la Campanea, Alberto de la Marotta e Valsazio de Papia, insieme a molti altri fratelli; fu ricevuto in Domo de Berzale, al tempo di Frate Isnardo Luogotenente del Gran Precettore in Lombardia insieme a Frate Guglielmo di Niza. Prese parte a molti Capitoli dei quali ricorda, in particolare, quello di trentasei anni prima (1275) di Bologna ed un altro tenutosi a Cerram, presso Parma. Confermo di avere assistito a riunioni dei fratelli Templari nelle quali furono praticati i soliti riti blasfemi, quali l’eresia, avendo rinnegato il Cristo gli sputi e il calpestio della Croce, l’idolatria avendo adorato un idolo e naturalmente non poteva mancare la sodomia.
Frate Nicola Regino, Precettore della Domus di S.Salvatore di Grosseto (2) il giorno 11 del mese di ottobre dell’anno 1311, depone davanti agli inquisitori. Dalla sua deposizione emerge che durante il suo accoglimento (1299) rinnegò Cristo, la Vergine Maria ed i santi durante il Capitolo celebrato da Frate Guglielmo di Nove, Gran Precettore in Lombardie et Tuscia, alla presenza di quaranta o cinquanta fratelli. Circa otto anni prima Frate Nicola Regino vide in un altro Capitolo celebrato a Bologna da Frate Giacomo de Montecucco, Gran Precettore “balue”, Frate Alberto e Guidone Anconetano che durante la loro ricezione rinnegarono Cristo, la Vergine Maria ed i santi. Alla cerimonia presero parte molti Templari, e fra questi Pagano, Precettore di Brescia, e Francesco, Precettore della Domus Campanea, dove il Venerdì Santo di nove anni prima ci fu una riunione di Templari, nel corso della quale furono praticati i soliti riti blasfemi ed idolatri. Ricordò, inoltre, che Frate Giovanni de Campanea nove anni prima, gli riferì che nella sua fondazione i frati convenivano per le riunioni il Venerdì Santoe conculcavano la croce e mingevano su di essa. Anche in questo caso le confessioni si ripetano: rinnegamento di Cristo sputi sulla Croce calpestio ecc, eresia; adorazione di un idolo idolatria.
Frate Giacomo da Pighazzano (Pigazzano), della Diocesi di Piacenza, depone davanti agli inquisitori. Dal verbale risulta che assistette alla cerimonia di diversi fratelli, fra i quali Francesco, Apulo e Mangino, inoltre fa il nome di Frate Gerardo, precettore balive de Urbe. Riferì di aver ascoltato infamie sodomite su Frate Jacopo de Bononia de Frate Manfredo “olim famulo suo”. Vide teste da adorare in provincia Lombardie, a Bologna, ed in provincia di Roma, a Capita. Frate Giacomo da Pighazzano (Pigazzano) a differenza degli altri fu interrogato a Firenze e nel palazzo episcopale di Lucca. Certamente era un personaggio di rilievo all’interno dell’Ordine, in effetti dai documenti risulta che per circa tredici anni (1291-1304) era stato Precettore di Santa Maria del Tempio di Milano. Questa famiglia originaria della bassa Val Trebbia, negli anni, aveva dato molti uomini al Tempio: Frate Mauro, il quale come richiesto dall’ Arcivescovo ravennate fu sottoposto all’esame di purgazione; Bianco fu Gran Precettore d’Italia (verso la fine del XIII° secolo); Frate Ubeno dall’anno 1304 al 1308 fu Precettore del Tempio di Milano, Alberto e Guglielmo da Pigazzano risultano esaminati in Ravenna. Su Giacomo da Pigazzano vi sono alcune incongruenze, o meglio, date tra loro contrastanti, in effetti lo si dice interrogato in Firenze presso la Chiesa di S.Egidio in data 23 ottobre 1311; il giorno dopo 24 ottobre 1311 in Lucca presso il palazzo episcopale e prima ancora esaminato a Ravenna (come quasi tutti i Pigazzano), tra il 17 e il 21 giugno 1311. Può essere possibile che sia stato sottoposto a più interrogatori, come avvenuto per altri Templari. Con la deposizione di Frate Giacomo da Pigazzano si conclude l’inchiesta sui Templari condotta in Toscana-Firenze dall’Arcivescovo di Pisa e il Vescovo di Firenze su ordine di Clemente V°.
La presenza Templare a Firenze risale almeno all’anno 1200, questi vi ebbero lo xenodochium di Santa Maria del Tempio situato in via Malcontenti, nei pressi della Chiesa di San Giuseppe. Ebbero altresì, una piccola Chiesa con ospizio in quella stessa zona paludosa che nel 1221 (così afferma l’Ughelli), fu concessa ai “fratelli” di Francesco d’Assisi, i quali vi eressero la Chiesa di Santa Croce. I Templari furono presenti per qualche anno nella zona, abbandonandola poi nell’anno 1252, in quest’anno cedettero la loro sede di Santa Maria del Tempio ai Minoriti di Santa Croce, i quali la intitolarono a Santa Croce a Tempio, come si legge nel testamento della Contessa Beatrice, figlia di Rodolfo di Capraia, redatto il 18 febbraio del 1278. I Templari si stabilirono nella Mansio di San Jacopo delle Vigne, in Campo Corbalini, il cui Precettore nel 1255 era Alberto, Procuratore Generale, Sindaco e Nuncio per totam Tusciam, di Frate Dalmazio de Fenolar, Magister et praeceptor domorum et mansionumMilitie Templi per totam Italian generalis. Altri Precettori di cui si ha notizia furono Giacomo, il quale nel 1268 partecipò al Capitolo di Piacenza e Gandulfo, il quale nel 1268 partecipò al Capitolo Provinciale che si tenne anche questo a Piacenza, confermato agli inquisitori da Frate Bernardo di Parma. La Chiesa era collegata, tramite comminamenti sotterranei, con il Palazzo del Bargello e con l’altra Domus di Porta alla Giustizia, ricordata da Vasari, secondo il quale il Pisanello durante il suo apprendistato dipinse per la “vecchia Casa del Tempio” le storie di un pellegrino di San Jacopo di Galizia e che venne distrutta nel 1532. Cencetti d’Agliaja afferma che i Templari ebbero in Firenze anche lo Spedale situato all’inizio dello incrocio di Borgo San Jacopo con il Ponte Vecchio, eretto nell’XI° secolo da un certo Fiorenzo detto Fosco e donato nel 1068 ai Monaci di San Miniato al Monte, denominato dal 1299 Oratorio del Santo Sepolcro, dopo i Benedettini di San Miniato ne presero possesso i Templari e poi i Giovanniti.
Dai documenti si ricordano alcuni Precettori:
Firenze 5 febbraio 1243 – Frate Alberto di Rustico vende un casolare con alcune terre
Firenze 26 gennaio 1255 – Frate Alberto Precettore delle Mansioni Templari di Firenze viene ordinato legittimo Procuratore Generale per tutta la Tusciam, inoltre a questa data Frate Paolo e Bianco risultano Cappellanidi Frate Alberto.
Firenze anno 1268 Frate Giacomo risulta nello stesso anno Precettore Mansione di Firenze come Gandulfo
Firenze 18 agosto 1299 – Gandolfo di Parma è il Precettore della Mansione Templare di Firenze da in enfiteusi a Dino del fu Benciveni la Chiesa di San Giacomo “inter vineas”
Firenze 2 febbraio 1301 – Ricordata una casa “in popolo S. Laurenti super territorio mansionis Templi ecclesie S.Jacobi
Firenze 6 novembre 1320 – Un “domnius Johannes Frater del Tempio” è ricordato in un atto dell’Archivio di Stato di Firenze.
All’inizio la vocazione Templare non prevedeva, certamente in modo “primàrium” l’attività assistenziale, come altri Ordini nati proprio per questa necessità, pertanto le adesioni femminili, comunque non auspicate dalle autorità centrali dell’Ordine, complessivamente non furono numerosissime. Delle SororesTemplari si hanno notizie dal XII° secolo, entrarono per condividere la vita spirituale, professando povertà, castità e obbedienza. Sembrerebbe che le Sorores ricevute nel Tempio non vivessero in un proprio conventodistaccato dalla domus dei fratres, sia fisicamente che giuridicamente, e per questo motivo decisero di interrompere questo rapporto di vita spirituale in comune. Non sono molti i documenti che certificano la presenza di queste donne all’interno dell’Ordine se non in alcuni casi, vedi in Catalogna nell’anno 1185 Adaladis di Subirats; a Rourrel nell’anno 1198, sempre in Catalogna, era attiva una casa doppia –Fratres e Sorores- e obbedivanoad una donna la praeceptrix Ermengarda d’Oluja; agli inizi del secolo XIV a San Michele di Leme e a Sant’Egidio della Misericordia a Piacenza operavano delle Converse o Sorores; altro ancora è il passaggio (transitus all’Ordine Templare) dell’intero Monastero delle Monache Cistercensi di Muhlen, Diocesi di Worms, circa nella seconda metà del duecento, le quali nell’anno 1324, circa dodici anni dopo la soppressione dei Templari, continuavano ancora a professare la regola della Sacra Milizia del Tempio. Arriviamo ora a Firenze, anche in questa città le Sorores ebbero una loro sede fra la fine del secolo XIII° e gli inizi del secolo XIV°, compaiono presso la Domus di San Iacopo in Campo Corbolini. Anche se tendenzialmente fossero “contemplative”, vale a dire dedite alla contemplazione naturale filosofica come forma di esperienza religiosa, essendovi, però, in Firenze lo Spedaletto Templare potrebbero avere collaborato all’assistenza dei malati e dei pellegrini.
Non solo era auspicabile, ma necessaria si rendeva ormai una ricostruzione della presenza Templare a Firenze, attraverso la quale si potranno in futuro capire meglio i rapporti che l’istituzione rossocrociata ebbe oltre che con la politica e l’economia, con la cultura fiorentina dei secoli XII°-XIII° e XIV°. Tali rapporti furono instaurati e mantenuti a livelli elevati al punto di consentire ai Cavalieri Templari di diffondere i principi della loro “gnosi”sui quali si formarono i poeti e i letterati del “Dolce Stil Novo” e fra essi Francesco da Barberino e lo stesso, l’immenso, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Dino Frescobaldi, Guido Orlandi, Lapo Gianni, Cino da Pistoia. Nella Firenze dei primi decenni del trecento i Fedeli d’Amore si scambiavano complicate e filosofiche poesie mistiche:
Coloro che hanno ottenuto l’Amore, la Fede Santa, gli amanti di Madonna Intelligenza non possono morire perchè vivono in un mondo di gioia e di Gloria in eterno.
Le donne dei Fedeli d’Amore, da Dante a Federico II°, al Boccaccio e al Petrarca sono sempre la stessa donna che rappresenta una dottrina segreta avversa al potere temporale. Ma c’è qualcosa di più, anche se non molto: i Fedeli d’Amore erano forse una Confraternita. Giovanni Villani nella sua “Cronica” (1308) ne fa una laconico accenno ricordando che una “Nobile Corte” vestita di bianco sfilò in corteo dietro “un signore detto dell’Amore” durante la festa di San Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno dell’anno 1283 (Lib. VII. Cap. LXXXIX). Non dimentichiamoci il grido di guerra dei Templari “Viva Dio Santo Amore”, o la dottrina di San Bernardo essenzialmente mistica, considerava le cose divine soprattutto sotto l’aspetto dell’amore – Amor nel senso A-Mors, assenza di morte-. Dante il Templare nel periodo che si rifugiò a Ravenna, ebbe rapporti intensi ed amichevoli con Raimondo di Concorrezzo, da anni Metropolita ravennate, ed allora Consigliere Imperiale. Il sommo poeta era sotto la benigna protezione dell’amico Arcivescovo, che gli concesse il titolo di “Magister in Artibus”. In molti, forse, non ricordano che durante i processi e le condanne al rogo dei Templari Dante si trovava a Parigi; chi incontrò, cosa fece o disse, non è arrivato ai posteri, non esiste ufficialmente memoria di quel viaggio, ma con i suoi scritti, del tempo, si scaglia violentemente contro la Chiesa degli uomini corrotti, contro il Papa e Filippo il Bello, nella “Commedia”esplode in difesa dei Templari. In Austria, precisamente a Vienna, si trovano due medaglie una rappresenta Dante, l’altra il pittore Pietro da Pisa, sul rovescio portano le seguenti lettere: F.S.K.I.P.F.T. che significano, come confermato anche da Renè Guènon, “Fidei Sanctae Kadosch Imperialis Principatus Frater Templarius”. Trattasi della Confraternita della Fede Santa, in poche parole un Ordine riservato al vertice Templare (giustificasi il perchè di Frater Templarius), di cui Dante era uno dei capi o dei dignitari i quali erano investiti del titolo di Kadosch (in ebraico santo o consacrato). Ma quello che maggiormente sorprende, e nello stesso tempo è una conferma del loro “sapere”, la seguente terzina contenente in termini propri il Nekam Adonai dei Kadosch Templari (in ebraico Vendetta mio Signore): “O signore mio, quando sarò io lieto a veder la vendetta che nascosta fa dolce l’ira tua nel tuo segreto”, così fu per il Re e il Papa.

Andrea Orcagna “La cacciata del duca di Atene”
Altro interessante caso fiorentino è l’episodio della Cacciata del duca d’Atene è un affresco circolare, di circa tre metri di diametro, conservato nella Salotta di Palazzo Vecchio a Firenze; l’affresco, proveniente da un muro delle antiche carceri delle Stinche, è stato dubitativamente attribuito Ad Andrea di Cione Arcagnuolo, detto l’Orcagna, e lo si dice dipinto tra il 1343 e il 1349 (personalmente lo ritengo antecedente).L‘interpretazione canonica vuole che il dipinto ritragga una scena ben precisa: il 26 luglio 1343, giorno di Sant’Anna, i fiorentini cacciarono dalla città il dispotico Duca d’Atene Gualtieri VI di Brienne. Nell’occasione fu assaltato il carcere delle Stinche, quello dei detenuti politici, e liberati tutti gli oppositori al regime che il duca aveva fatto incarcerare. Per ricordare l’evento fu commissionato all’Orcagna un affresco celebrativo degli eventi. Una nuova lettura, una nuova diversa interpretazione ha dato una storia molto intrigante, ben più oscura. L’affresco dipinto nel periodo tra il 1323, quando fu iniziata la costruzione dell’Arengario, e il 1349 quando furono demolite le antiporte, riguarda i Templari e la famosa “testa”, più comunemente chiamata Bafometto, Baphomet, si riferisce alla distruzione dell’Ordine, ammirato e venerato da Dante e dai Fedeli d’Amore, e allude alle condanne sia della Militia che dei Monaci Cavalieri fiorentini rinchiusi nelle Stinche, antico carcere demolito nel diciannovesimo secolo. Il pittore doveva conoscere così bene le persone interessate da poterne dipengere i tratti con allarmante verismo. Nessuno aveva compreso l’esatto significato, o meglio messaggio, anche il restauratore, istruito da storici e critici fu messo in condizioni di non capire assolutamente nulla di quello che con pazienza certosina metteva in evidenza. Purtroppo molti colori sono svaniti nel tempo come le iscrizioni e i colori originali. Il pittore più di questo non poteva dire, “pittoricamente”, rischiò abbastanza, e a questo punto è evidente il significato delle Stinche, l’Ordine dei Monaci Cavalieri Templari, accusato e distrutto si allontana, sparisce e si occulta con i suoi simboli e con la sua impostazione esoterica. In molti hanno dato un proprio “significato”, con il contenuto della parola o di qualsiasi mezzo di comunicazione, esprimendo per quanto traducibile in concetti, nozioni e riferimenti, relazionando diligentemente e dettagliatamente, ma chi veramente avrà compreso il messaggio lanciato dai “portatori” della vermiglia Croce che amavano chiamare il loro Ordine, “La Nostra Sacra Milizia del Tempio”.
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(1) quasi certamente proveniva dalla Domus di Cerro di Toccalmatto, edificata intorno all’anno 1160 dai Cavalieri Templari, a presidio di un guado sul torrente Rovacchia, su un terreno loro donato dai marchesi Pallavicino. Il complesso era costituito dalla piccola cappella, da un ospedale, dalla residenza del commendatore e da edifici con funzioni agricole; originariamente la Mansio di San Tommaso Becket di Cabriolo, non lontana da Borgo San Donnino, dipendeva dalla Domus, prima di staccarsene definitivamente nel secolo successivo. Risale al 1230 il primo documento che attesti l’esistenza della “ecclesia-domus de Cerro”, dedicata all’epoca a S.Giacomo, che pare sia stata sede verso la fine del XII secolo del Capitolo provinciale dell’Ordine, come testimoniato nel processo di Firenze contro i Templari da Frate Lanfranco di Florenzuola
(2) in realtà questa Domus grossetana si trovava a pochi chilometri dalla città, precisamente a Istia d’Ombrone ed era dedicata al Santissimo Salvatore; qui vi si trovava anche il palazzo vescovile, ed il ponte sul fiume Ombrone era sorvegliato dai Templari. All’epoca questo piccolo centro era importante per gli scambi, infatti vi si svolgevano importanti mercati, ed inoltre il territorio era fertile anche per le semine e naturalmente per la pesca ed il fiume era navigabile. A Grosseto sempre fuori città vi era anche un’altra Domus Templi con la stessa intitolazione Santissimo Salvatore, verso il mare, precisamente in Località la Valentina che ebbe un ospizioper i pellegrini che andavano o tornavano dalla Palestina. Le Domus Templari in Città erano quella di San Leonardo avente ospedaletto Chiesa poderetto e terreni dipendente dalla Domus di San Pietro di Siena; la Domus di San Benedetto aveva un bel chiostro e degli orti, dipendeva dal Monastero fortificato di Santa Maria Alborensi -conosciuto anche come San Rabano, che in realtà era un piccolo romitorio che si trovava in zona-, sito anche questo a pochi chilometri dalla città di Grosseto; In città vi si trovava presso Porta Vecchia la Magione cittadina e il Palazzo dei Conti Palatini Aldobrandeschi -signori della Maremma famiglia potentissima e dalla storia infinita, basta ricordare Guglielmo Aldobrandeschi il Gran Tosco e Umberto Aldobrandeschi, riportati nella “Divina Commedia” dall’immortale Dante Alighieri, i quali, oltre ad essere stati loro protettori, non mancarono di fare donazioni importanti all’Ordine e molti personaggi di questa famiglia ne fecero parte
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