“LA TEMPESTA” di GIORGIONE: LUCI ed OMBRE
(di Marcella Andreini)
Tra i tanti artisti che hanno lasciato un segno indelebile nel Rinascimento italiano, vale a dire il periodo storico a cavallo del XV secolo, troviamo una figura che ho sempre ritenuto essere particolarmente affascinante. Di lui non sappiamo molto, se non ciò che ci è stato tramandato da quei pochi scritti che sono giunti fino a noi e che ne testimoniano la presenza nello scenario veneziano di quegli anni. Il suo nome era Giorgio Gasparini, ma forse è meglio chiamarlo qui con lo pseudonimo con il quale è meglio conosciuto, vale a dire Giorgione.

Giorgione, La tempesta, 1506-8. Olio su tela, 82 x 73 cm. Venezia, Gallerie dell’Accademia.
Nonostante l’ enorme popolarità, la sua è una delle figure più enigmatiche della storia della pittura: non se ne conoscono le origini, non si hanno notizie sugli anni della sua giovinezza e non se ne conosce l’educazione. È come si fosse materializzato improvvisamente su questa terra, come fosse giunto dal nulla e, nel giro di pochi anni, sia riuscito a dipingere alcuni tra i capolavori più ricercati, capolavori che tuttora occupano un posto d’onore nei più importanti musei del mondo. Dopodiché egli scompare, poco più che trentenne, si dice a causa dell’epidemia di peste che infuriò a Venezia nel 1510. In realtà, le opere a lui attribuite sono solo frutto della deduzione degli studiosi, visto che Giorgione non firmò nessuno dei suoi quadri, il che aggiunge un pizzico di mistero ad una figura di per sé già profondamente misteriosa. Ma non è tutto: i soggetti rappresentati sui dipinti a lui attribuiti sono tra i più criptici dell’epoca e, per secoli, sono stati oggetto di innumerevoli tentativi di interpretazione. Tra le tante, l’opera più enigmatica è senza dubbio un olio su tela, di datazione incerta, conservato nelle Gallerie dell’Accademia a Venezia: la celeberrima “Tempesta”.
Quello che salta all’occhio guardando “La tempesta” nella sua interezza è l’alta irrealtà delle scena dipinta: un uomo vestito osserva una donna seminuda che allatta un bambino. I due personaggi sono ben lontani l’uno dall’altro, accanto agli estremi della tela. Li divide un corso d’acqua. In lontananza un ponte e una serie di edifici sbiancati da un fulmine leggero che taglia le nuvole scure. Un terzo “personaggio”, quasi invisibile, è un uccello posato su un tetto. Una situazione assurda che non può che essere interpretata in chiave allegorica, ed è proprio questo che cercheremo di fare.
Nel 1530 un famoso letterato e collezionista veneziano, Marcantonio Michiel, descrisse il dipinto con queste parole: un “paesetto in tela cun la tempesta, cun la cingana et soldato”. Egli pare non essere affatto colpito dai tanti elementi anomali del “paesetto”. Vede un giovane con un lungo bastone e un abbigliamento che potrebbe benissimo essere un uniforme quattrocentesca. Ergo è un soldato. Vede una donna seminuda che porge il seno ad un bambino. Ergo è una zingara. Ma quando l’immagine ha tante, troppe, indicazioni straordinarie, solo un Michiel può non pensare ad un’allegoria, ad un messaggio criptico.
Nel 1978 uscì un libro dall’ottimistico titolo “La tempesta interpretata” di Salvatore Settis, dove l’autore lesse il dipinto come la maledizione di Dio che si abbatte (il fulmine) su Adamo (l’uomo dal lungo bastone) ed Eva (la donna che allatta). Movente di questa interpretazione è un bassorilievo di Giovanni Antonio Amedeo che, a prima vista, presenta una certa affinità con l’opera giorgionesca. Adamo, nel rilievo, è anch’egli, come l’uomo della tempesta, alla sinistra del quadro, anch’egli regge un bastone (ma è evidentemente una zappa) ed Eva, che tiene tra le mani un bambino, è seduta nella parte destra. Ma le somiglianze sono tutte qui. I due personaggi, nell’Amadeo, sono talmente vicini che il piede di Eva quasi tocca quello di Adamo. Nella “Tempesta” la distanza tra i due attori è portata all’estremo e un fiume li divide. Nel rilievo tra i due personaggi appare Dio, a figura intera, dominante. In Giorgione Dio non si mostra.

Palma Vecchio, Alabardiere con giovane donna seduta, 1510 ca
Un altro studioso, Edgard Wind, notò nella “Tempesta” una forte similitudine con un paio di dipinti raffiguranti il riposo della Sacra Famiglia durante la fuga in l’Egitto. Anche in quelle rappresentazioni era visibile un uomo (un soldato) con in mano un bastone (una lancia) e una donna con bambino seduta e abbigliata come una zingara (una mendicante). Nel primo dipinto, attribuito ad anonimo, appaiono tre figure immerse in un paesaggio: sul lato sinistro c’è una donna seduta a terra nell’atto di sorreggere un bambino in piedi accanto ad essa. Lo sguardo della donna fissa un soldato in armatura in piedi sul lato destro del dipinto. Per Wind si tratta di un’allegoria della forza (il soldato) e della carità (nella tradizione romana la carità era rappresentata da una donna che allatta). Un secondo dipinto, attribuito a Palma Vecchio, è ancora più chiaramente una rappresentazione della sacra famiglia, visto che assieme a Gesù è ritratto il piccolo Giovanni Battista. Anche qui Giuseppe indossa un’armatura e Maria, seduta, osserva il gioco dei due piccoli indossando una specie di turbante da zingara.
La similitudini però anche in questi due casi si fermano ai personaggi: un uomo in piedi e una donna seduta il cui sguardo, tra la altre cose, nella “Tempesta” è rivolto verso l’osservatore anziché verso il suo compagno.
E quindi? Quindi vale la pena di soffermarsi sugli elementi di contorno che sono quelli in cui è forse nascosta la vera chiave della Tempesta. La scena è divisa da un corso d’acqua scavalcato da un ponte e questo è il primo indizio della natura “bipolare” del dipinto. A sinistra troviamo un nucleo di significati, a destra un altro. Immaginiamo che il Giorgione abbia disegnato una linea verticale, mediana, nello schizzo preparatorio: la linea centrale corre, idealmente, al centro esatto del quadro e lo divide in due settori. Essa coincide con la più grande e vistosa fessura del rialzo di terra su cui siede la donna, quindi divide in due parti uguali la campata centrale del ponte e corre esattamente in mezzo alle due torri gemelle sullo sfondo. Indicazioni così geometricamente rigorose provano che l’esistenza di linea centrale non è completamente campata in aria. Il corso d’acqua infine serpeggia tra i due settori, s’incunea ora nell’uno ora nell’altro a simboleggiare la compenetrazione di due elementi distinti. Ma quali sono questi due elementi? Quali differenze tra la parte sinistra e la parte destra della tempesta?
Analizziamo con attenzione la parte destra. È il personaggio femminile che cattura l’attenzione e ci osserva. Non osserva l’uomo, osserva chi sta guardando il quadro, forse è da lì, ossia da lei, che bisogna cominciare a “leggere” il quadro, dall’”inizio”. E’ un inizio che allegoricamente indica l’inizio della vita, la nascita; infatti la donna sta allattando un neonato. La donna si trova nella parte più luminosa del quadro e la sua luce è evidenziata, oltre che dalle rotondità, anche dalla veste bianca che le copre le spalle e sulla quale, in parte, è seduta. Come bianco è l’uccello che si vede sul tetto della casa in alto e dall’alto osserva. Potrebbe essere un pellicano, noto nell’arte cristiana come simbolo di carità e sacrificio. Infatti il modo in cui i pellicani adulti curvano il becco verso il petto per dare da mangiare ai loro piccoli i pesci che trasportano nella sacca, ha indotto all’errata credenza che i genitori si lacerino il torace per nutrire i pulcini col proprio sangue, fino a divenire “emblema di carità” (O. Wirth). In seguito, il pellicano è stato scelto come simbolo dell’abnegazione per i figli e l’iconografia cristiana ne ha fatto l’allegoria del supremo sacrificio di Cristo, trafitto al costato da cui sgorgarono il sangue e l’acqua, fonte di vita. L’inizio era, come detto, la donna che allatta; e la fine? Dove è la fine del quadro? Forse di nuovo dobbiamo tornare dalla donna, ma ai suoi piedi. Osservando i suoi piedi vediamo che sembrano indicare due direzioni opposte: il piede sinistro indica una pianticella rigogliosa mentre il piede destro è rivolto ad indicare una pianta, che sembrerebbe, morta. Da una parte la vita dall’altra la morte; in mezzo il fiume, il fiume della vita con acqua limpida e mossa all’origine e acqua ferma e scura alla fine.
Il lato destro si può quindi interpretare come il lato luminoso, il lato positivo, il lato della Vita, tutto l’opposto, come vedremo, del lato sinistro.
Analizziamo quindi con attenzione la parte sinistra. Vicino al bordo appare un personaggio maschile, vestito, che nella mano sinistra stringe una lunga asta. Alle sue spalle un muretto (o quello che ne resta) sul quale sono posate due colonne recise. Più dietro ancora, oltre la vegetazione, vi sono dei ruderi dalle vistose crepe. Osserviamo gli alberi: in questo settore appaiono esili, malati, forse morti. I cespugli sono bassi e radi. Le foglie sono ingiallite, autunnali. La terra è secca, non c’è vegetazione ai piedi dell’uomo. Tutto in questo settore parla di morte. Come l’autunno che precede l’inverno qui sono rappresentati i giorni che precedono la morte. Quella lunga asta nella mano dell’uomo non è un arma e nemmeno una zappa o un qualunque oggetto che possa vere una utilità pratica: è semplicemente un bastone, lo stesso bastone che presumibilmente un giorno lo sorreggerà nella sua vecchiaia. Lo sguardo dell’uomo è rivolto verso il lato destro del dipinto, quasi ad invidiare qualcosa che nel suo lato non è presente. Sul volto un’espressione malinconica. Se il lato sinistro si può interpretare come il lato oscuro, il lato negativo, il lato della Morte, tutto l’opposto del lato destro.
Il “corso d’acqua che serpeggia tra i due settori e lì, infine, ad agire da vero protagonista e a simboleggiare la compenetrazione di due elementi distinti: la Vita e la Morte. Tutto si compenetra, niente è nettamente diviso, sembra suggerirci Giorgione: il fiume che porta acqua pura e trasporta anche acqua insalubre; il ponte che lega le due parti opposte e contrastanti del quadro. Un ponte che è un passaggio a due sensi: dalla vita alla morte o viceversa; il ponte è una congiunzione e, forse non è un caso che quasi a metà del ponte si schianti un fulmine, simbolo della ineluttabilità della morte nella vita e della nascita nella morte.
Questo articolo nasce dalla collaborazione con Obsidian Mirror sul cui blog troverete pubblicato questo stesso articolo.

