MARGHERITA ALDOBRANDESCHI, Contessa Palatina “Principessa di Maremma”

Il Cav. Alfonso Ademollo, nella sua pubblicazione dell’anno 1894, relativamente alla maremma grossetana così scriveva: “La storia chiaramente addita la floridezza, di cui godè la Marittima o Maremma Toscana nelle epoche pre-romane, ossia nelle epoche Osche, Umbro ed Etrusche, specialmente in queste ultime, le cui Lucumonie venivano caratterizzate dal motto Quot Capita originis erant … Nel Medioevo le fazioni Guelfe e Ghibelline non mancarono  di avere sanguinosi contraccolpi in questa contrada, spingendo a sanguinose rappresaglie … Le Repubbliche di Pisa e di Siena danneggiarono sempre la Maremma, e per un motivo o per un altro non gli arrecarono che guasti. Quella di Siena merita particolare menzione, nel suo non onorevole conquisto della Maremma ove tutto ruinò, distrusse, annientò; molti luoghi popolosi per essa furono rasi al suolo, nè più risorsero, ed oggi appena sono additati all’attonito viandante dalle rimaste sassaie. Nel 1251 morì Guglielmo Aldobrandeschi , il maremmano Gran Tosco, e la Repubblica di Siena per la pace fatta con quella di Firenze, rimasta libera da ogni preoccupazione, si diè  all’invasione della Maremma, compiendo il suo terzo eccidio, dopo quello romano e longobardo. I senesi la divorarono, dice il senese scrittore Berlinghieri, senza ingrassare e si attirarono l’epiteto di gente vana”.

Dipinto di Andrea Del Castagno 1419ca/1457 – Materia e tecnica intonaco/pittura a fresco. Luogo di Conservazione Galleria degli Uffizi

 MARGHERITA ALDOBRANDESCHI FRA STORIA E LEGGENDA

Una grande donna, schiava delle situazioni dei suoi tempi, ma la distingue una forza interiore e dignità che rende intramontabile/immortale la nobiltà da cui discende. In effetti immortale resterà la memoria degli Aldobrandeschi del ramo di Sovana, che Dante ha voluto presenti anche nella sua Divina Commedia. Margherita, nata 1254/1255, era figlia del conte palatino Ildebrandino il Rosso (sposò in I° nozze Tommasia – in II° nozze Francesca dei Baschi), il nonno Guglielmo I° il Gran Tosco e gli zii Guglielmo II°, Umberto (sposò una nobildonna fiorentina);  le zie: Gemma (sposò uno dei signori di Pereta e Montemerano), Beatrice (sposò uno dei signori di Montiano), Ildebrandesca (sposò un Cacciaconti signore della Rocchetta). Si deve ricordare che nello stesso periodo vi era altra Margherita Aldobrandeschi, la figlia di Guglielmo II° che andò in sposa al nobile Brunaccio da Montelaterone. La Margherita di cui trattiamo figlia di Ildebrandino il Rosso, Contessa Palatina di Sovana e Pitigliano, convolò a nozze con Guido di Monfort nell’anno 1270 (confermano anche il Ciacci e il Lisini questo anno), giovanissima non aveva più di quindici/sedici anni ed ebbe due figlie Tommasa e Anastasia; egli era  il Monfort, catturato durante la battaglia del golfo di Napoli dagli Aragonesi, nell’anno 1287, e morto prigioniero in Messina nell’anno 1292. La giovane “leonessa”, non solo per lo stemma di famiglia, si trovò sola a fronteggiare le mire espansionistiche Senesi, iniziate sicuramente al momento della cattura di Guido di Monfort, in quanto con questo ramo tradizionalmente in guerra. Credendo il marito morto si avvicinò, avendone una relazione amorosa, a Nello de’Pannocchieschi signore di Pietra in Maremma, sperando fosse utile alle situazioni createsi nella propria contea. Il Ciacci (lo storico, libero da pregiudizi, che maggiormente ha studiato e scritto portando alla luce diversi documenti su questa famiglia),  ipotizza che i due si sarebbero uniti in matrimonio segreto, nella presunzione di avvenuta morte del marito Guido, salvo poi abbandonare l’amante (o marito che fosse) nell’anno 1290. In questo periodo iniziarono  le incursioni contro la città di Orbetello, ove si era ritirata la Contessa Palatina Margherita Aldobrandeschi, di Ranieri d’Ugolino, signore di Baschi e Vitozzo, e di Ranieri di Montemerano, entrambi suoi parenti. Molto probabilmente tentavano  di allontanarla dal Pannocchieschi, sia che li avesse sollecitati la Contessa, o che avessero agito di propria iniziativa. Da questo rapporto nacque Binduccio, e di qualsivoglia fossero stati i rapporti fra i due nel gennaio dell’anno 1292, Margherita Aldobrandeschi si avvicinava al nobile Napoleone Orsini, forse trattando per un nuovo matrimonio con il fratello Orso Orsini, necessariamente dovuto alle precarie condizioni in cui versava la contea minacciata dagli inquieti comuni di Siena e Orvieto, ma anche di vassalli che si erano accordati con detti comuni.
La contessa sposò, agli inizi dell’anno 1292, Orso Orsini, dalla loro unione nacque Maria o Maria Angela, e riuscì grazie all’abilità politica e la forza militare del marito a ristabilire rapporti con  gli “ingordi” comuni (stipulato trattato con Siena 5 marzo 1294) e certi nobili vassalli. Purtroppo nell’ottobre del 1295, venne a mancare Orso Orsini e, per la nipote del Gran Tosco, sorsero nuovi timori, le mire espansionistiche di Siena e Orvieto, nonché i “parenti serpenti” si diressero verso l’antica contea. E Margherita si ritrova nuovamente sola e accerchiata. Nello ci riprova cercando di farsi accettare e ufficializzare il matrimonio segreto, ma Margherita non vuole saperne, nonostante Nello porti con sé il figlio Bindoccio. Costretta invece a cedere alle pressioni di Bonifacio VIII° che prova a sottrarle la contea nella maniera più subdola, convincendola a sposare un suo nipote di molto più giovane, Loffredo, sicuro che avrebbe preso in mano il governo della contea. Il matrimonio fu celebrato il 19 settembre 1296 nella splendida cattedrale di Anagni terra di competenza dei Caetani. Ma le aspettative del perfido Bonifacio andarono deluse. Margherita, giustamente, considerò Loffredo più o meno come un intruso, costretta ad ospitare e mantenere nella propria casa, e intelligentemente escludendolo da ogni azione di governo. Naturalmente il Papa sentendosi esautorato dal controllo del patrimonio e del territorio della contessa palatina, per l’incapacità del nipote, cercò di screditare la contessa accusandola di adulterio, bigamia e dichiarando nulli i suoi matrimoni successivi a quello con Guido di Monfort. Ormai sola, umiliata e accerchiata dall’ormai strapotere dei comuni e il tradimento dei vassalli, alla contessa di Maremma resta solo una possibilità, rivolgersi al cugino Guido Aldobrandeschi Conte di Santa Fiora.

I due si uniscono in matrimonio e firmano un trattato di pace con Siena, ma continuano a guerreggiare contro la chiesa, o meglio si dovrebbe precisare contro Papa Bonifacio VIII°, che vuole impadronirsi dei territori Aldobrandeschi, e contro Orvieto. Il tutto si concluse  nell’anno 1302, con una richiesta di pace da Parte di Guido (che poco dopo passò a miglior vita) e Margherita, avendo combattuto da soli contro Siena, Orvieto e Bonifacio VIII°.
La contessa palatina rimasta vedova, veniva privata dal Pontefice Bonifacio VIII°, di ogni diritto feudale con bolla del 3 marzo dell’anno 1303, e sempre nello stesso anno, nuovamente dal papa costretta ad un nuovo matrimonio con Nello Pannocchieschi. Trattasi di un provvedimento papale che voleva giustificare tale privazione nei confronti della contessa, la quale aveva ceduto a Enrico e Bonifazio di Santa Fiora alcune terre dell’abbazia di S. Anastasio ad Aquas salvias, di cui godeva l’enfiteusi, che naturalmente passò al nipote del papa, Benedetto Caetani.

Altro provvedimento 1303: Il Papa Bonifacio VIII, nel mese di Marzo, depone Margherita per essersi unita al cugino del conte Guido di Santa Fiora, commettendo il delitto di incesto, ed i beni della contessa scomunicata passano al Caetani e privano la figlia Anastasia, sposa di Romano Gentile Orsini di tutti i suoi beni.

Deceduto Bonifacio VIII°, Margherita Aldobrandeschi abbandonò Nello Pannocchieschi rifugiandosi a Roma dove vivevano le figlie, Anastasia di Montfort sposata nel 1293 con il Conte Romano Orsini, e Maria avuta dal matrimonio con Orso Orsini. Nell’anno 1313, quasi sessantenne, la contessa Margherita si recò ad Orvieto, rassicurata da quel Comune (intimorito dai partigiani fedeli agli Aldobrandeschi ancora presenti in Maremma, e dalla parentela che la legava alla potente famiglia degli Orsini), per abitare in un palazzo di sua proprietà; ma delusa ed amareggiata dal comportamento inadempiente degli orvietani rispetto a certi accordi con lei stipulati, la bella dama dopo il 1313/1314 scomparve “fra la storia e la leggenda” di una terra tanto amata e tanto difesa con amore “materno”, ma da sola.

Donna speciale, donna eroica che ha subito violenze di ogni genere, perché sola, spendendo la sua vita in nome di una causa che la rende protagonista, di cui poco sappiamo, ma che in eroico silenzio porta avanti una battaglia. C’è un momento in cui devi decidere o sei la principessa che aspetta di essere salvata, o sei la guerriera che si salva da sé. Sicuramente lei preferiva camminare da sola nel buio, che seguire  l’ombra di altri, sapendo molto bene che la sua protezione poteva essere solo il coraggio. I conti Orsini presero il potere sulla Contea di Pitigliano alla morte dell’ultima erede Aldobrandeschi, Margherita, avvenuta nel 1313 (data assolutamente non sicura per la storia figuriamoci per la leggenda), le due famiglie erano all’epoca unite, come sopracitato dal matrimonio tra Anastasia di Montfort, e il Conte Romano Orsini.

“…Ed ei gridò: Sei tu già costì ritto,
Sei tu già costì ritto, Bonifazio ?
Di parecchi anni mi menti lo scritto.
Se’ tu si tosto di quell’aver sazio,
Per lo qual non temesti torre e inganno
La bella Donna, e di poi di farne strazio?…”

Correvano i primi anni del XV° secolo forse il giorno ventiquattro del mese di febbraio, un vento gelido di tramontana spazzava le città deserte di Sovana, Pitigliano e Sorano, ex possedimenti feudali del Gran Tosco, soffiando impetuoso nelle strette vie attigue alle rocche, che con le loro torri sembrava toccassero il cielo  terso del mattino. In lontananza si intravedeva un piccolo esercito  formato da cavalieri, fanti e arcieri, non più di cento centocinquanta uomini guidati dal Conte Gentile Orsini. Quale motivo aveva spinto questo nobile ad avanzare con degli armati verso le sopracitate località? Semplice: il comune di Orvieto non aveva mantenuto le promesse fatte alla Contessa Palatina Margherita Aldobrandeschi, scatenando la reazione della “Principessa di Maremma”. Stranamente la Nobile Donna non era in compagnia dell’Orsini e dei suoi militi, ma viaggiava scortata da venti trenta cavalieri armatissimi e disciplinatissimi che vestivano enormi mantelli neri con cappuccio che gli nascondeva il volto e le bianchi vesti. Si trattava di cavalieri della “Sacra Milizia del Tempio”, molti dei quali legati allo zio della contessa, vale a dire Guglielmo II°, sfuggiti agli arresti e ai processi, con tortura, voluti da Clemente V°, “legati” alla famiglia Aldobrandeschi che tanto aveva dato loro in uomini e proprietà. Questi Monaci/Cavalieri si erano promessi alla protezione della Contessa Palatina Margherita. Per la stessa giornata del ventiquattro febbraio organizzarono una ribellione popolare a Pitigliano, Sorano e Sovana contro gli orvietani, potendo così Margherita e l’Orsini occupare le tre località senza spargimenti di sangue. Il comune di Sovana avvertiva quello di Orvieto che “dicta Margarita, con domino Gentile, ceperunt castrum Sorani e Pitiliani; et iam requisiverunt dictum comune Suana…”.
Questi ultimi fedeli Templari si erano ritirati in un convento sconosciuto, di loro proprietà, spalleggiati da un nobile locale conosciuto come Ugolinuccio da Montemerano, fedelissimo alla Contessa. Come insegnato da San Bernardo questi cavalieri, dal bianco mantello e la Croce vermiglia, chiamavano Margherita “Notre Dame”, non certo nel senso sacro del termine “Bernardiano”, ma distintivo del loro rispetto, un’po’ alla Dante. Dopo lungo guerreggiare il comune di Orvieto riconquistò ciò che non gli era mai appartenuto, ma il “Leone Rampante” sopravvisse entrando nella leggenda.

Correva l’anno 1314, e le cronache dell’epoca “raccontano” che la Contessa Palatina come per magia è scomparsa, non si hanno più notizie di lei ufficialmente. Se pure “nell’ombra” i Templari superstiti, fedeli al sacro giuramento, vissero a protezione della bella dama ormai sessantenne, che amava la sua terra e quindi felice di passarvi i suoi ultimi anni di vita. La portarono presso il loro convento/castello, che innalzava le sue grandi mura di pietra, verdeggianti per l’umidità, logorate dai venti, non lontano dalla quercia che stende le sue immense fronde al di sopra  della strada, in quella collinetta impenetrabile nascosta nella boscaglia, invisibile all’occhio, là in fondo alla macchia si erge tanto simile al vecchio albero regale, che quattro secoli o forse  più hanno costruito, diviso, solcato, ingrandito e “illuminato” dal sole che sale, filtrando dal pendio verso la collina. Dopo sette secoli, ricordi che rimangono attaccati con la tenacia dell’edera, l’anima loro e di Margherita è “onnipotente”. Appena usciti dalla spessa ombra che emana questo grande accoglitore di uccelli, il paesaggio si spoglia del sottobosco, ma si innalzano olmi e querce che sembravano fare da guardiani di segreti ormai dimenticati, che racchiudono le “reliquie” di ciò che fu l’ultimo, il più sublime sogno del Medioevo. Per molti anni la storia parlò di uomini legati agli Aldobrandeschi che danneggiarono Siena e Orvieto, sicuramente la Sacra Milizia aveva dei conti in sospeso con detti “liberi comuni” e vassalli traditori.
La storia di un Ordine che, dice una vecchia cronaca:“ la carità fece nascere, la necessità e il bisogno ingrandirono, potente per le sue ricchezze, celebre per il suo valore, che fu felice in origine, considerato nel suo progresso, oppresso infine dalla calunnia e annientato  dall’autorità di due potenze… Dopo la sua estinzione ci si è creduti autorizzati a diffamarlo fino a renderlo irriconoscibile. Volontà di verità chiamate, voi “saggi fra i saggi”, ciò che vi muove e vi accende su cose che non conoscete. O beato silenzio intorno, da voi bianchi Monaci/Cavalieri e vostra Dama tanto amato, tutto parla e tutto resta inudito, nessuno sa più intendere il valore della sorgente, tutto viene frantumato a forza di parole dalle bocche degli odierni. Tutto fra loro parla, tutto viene rivelato; e quel che si chiamava segreto di anime profonde della natura umana sono lasciate alle spalle, questo è il maggiore pericolo. Non si può stare con verità trattenute, con mano “aiutata” scrivere “chiacchiere” di compassione per “uomini” che così vivono. Travestirsi pronti a misconoscere se stessi per sopportare “i saggi fra i saggi”, significa perdere la conoscenza o memoria, si “disimparano” gli uomini, quando si vive tra gli “uomini”, specialmente quelli definiti “i buoni”, spesso vengono riconosciuti i più bravi “scarabocchiatori”, i “becchini” dello spirito e della storia/leggenda, nonché della tradizione, sapendo sin d’ora  che quando giungerò a loro, li troverò seduti sulla loro presunzione e mi spiegheranno il bene e il male. Non mi farò sedurre, resterò imprigionato nella mia ombra. Fantasie, suggestioni, divagazioni letterarie? Certo ci mancherebbe altro, no assolutamente, come si recepiva negli scritti di vari acuti “scrutatori” della tradizione esoterica della cavalleria medievale, ove si “trasporta storia alla leggenda”. Tutto ciò ci appare meno “astratto” di quanto potrebbe ad una prima lettura superficiale dell’intero fenomeno, se consideriamo che la cavalleria, prima di essere un fatto, fu un’idea. Un’idea incanalata nella storia attraverso un rigido rituale iniziatico, intessuto di promesse solenni, di prove disumane, di grandi estasi ed altrettanto grandi tormenti, ma comunque un’idea, “bisognosa” di una permanente verifica. Quindi i valori cui deve sottostare la spada del cavaliere, non sono quelli della “cieca servitù”, ma di una “fede”, di una “causa” che sfugge per la sua grandezza ideale, a qualsiasi parametro terreno: Lo farà, senza mai rinunciare, però, al “privilegio dell’avventura” nella sua duplice valenza lessicale di avvento e avvenimento, di accesso cioè a gradi superiori di conoscenza, ma anche di azione volta alla realizzazione pratica dei propri ideali. Trattasi di “connubium” un unione, fusione di aspetti ed elementi diversi, e talora contrastanti che portarono a condividere Notre Dame, l’ultima di una nobilissima e antica casata, naturalmente di Sovana e Pitigliano, e gli “ultimi” Monaci/Cavalieri “vissuti nell’immortalità” della “fede Bernardiana” , con la loro dipartita offuscarono con la propria “luce” un’altra “luce” meno viva per la contea, e Dante, il Sommo Poeta, disse: “Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta Di vedere eclissar lo sole un poco”.

Albero genealogico Aldobrandeschi conti di Sovana e Pitigliano e Albero genealogico degli Orsini Conti di Pitigliano:

ALBERO GENEALOGICO ALDOBRANDESCI ORSINI

bibliografia:

Lisini, La Contessa Palatina Margherita Aldobrandeschi Signora del Feudo di Sovana, Siena 1933
Ciacci, Gli Aldobrandeschi nella storia e nella Divina Commedia,I, Roma 1935
Santi, I Monaci Cavalieri nel Grossetano Roma 1993
Santi D. Cerboni, La Sacra Milizia del Tempio 2018

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