ARALDICA – TEMPLARI E LORO SIGILLI E SIMBOLI
La “Nobilissima Armorum Scientia”, l’Araldica, è un fenomeno della storia europea che è ancora molto in uso. Originariamente un mezzo di identificazione per le classi guerriere, lo scudo araldico comincia ad essere usato nei sigilli. Grazie ai suoi colori vivaci, al suo potere di suggestione, la nobile arte dell’araldica nel corso dei secoli ha suscitato in molti un fascino profondo e misterioso. Lo stendardo della Sacra Milizia del Tempio veniva chiamato “Beaucèant”, ed era bianco e nero. Le interpretazioni del significato di questo appellativo erano due:
- Proviene da “vaucent” un Templare vale cento soldati, simile al nostro dire valgocento;
- Altri ancora sia per il bianco e il nero: il bianco per indicare il candore e la lealtà verso il cristianesimo, il nero la fierezza e l’odio verso gli infedeli.
Lo stendardo portava una divisa molto umile: “NON NOBIS, DOMINI, NON NOBIS, SED NOMINI TUO DA GLORIAM”. Il grido di guerra era: “A MOI, BEAU SIRE! BEAUCEANT A LA RESCOSSE!”. L’arma Templare era d’argento e di nero, ossia bianco e nero, in seguito fu aggiunta una Croce vermiglia. I Templari usarono tre colori: il nero, il bianco e il rosso.- Spaccato nero e argento, con croce patente con attraversamento dell’insieme (come descritto nella regola)
- D’argento con estremità superiore nera (Chronica majorum, di Mattieu Paris, XIII secolo)
- Spaccato argento e nero, con croce patente (chiesa di San Bevignate Perugia, XIII secolo)
- Fiamma di lancia con i colori del Tempio, e un quadrato con croce greca (manoscritto della fine del XIII secolo)
NERO: Il Crollalanza scrive che il Ginanni lo considera il più ignobile tra i colori, perché assomiglia alle tenebre, ma questa ragione non è valida e si vede il nero figurare nelle armi di nobilissime famiglie. Esso fu introdotto nel blasone dai Cavalieri che portavano il lutto, o che volevano dare a conoscere qualche sensibile dispiacere. Così il Re di Sicilia che, dopo la disgrazia della guerra nel Regno di Napoli si presentò al torneo detto “L’Impresa Della Gola Del Dragone” nel 1446 armato di tutte pezze nere, con lo scudo nero seminato di lacrime d’argento cavalcando un destriero bandato dello stesso colore. Infatti era uso araldico il cambiar spesso in segno di lutto qualche figura o pezza dell’arme in nero, come avvenne alla città di Arezzo, che nel 1313 mutò il cavallo d’argento in altro di colore nero onde dimostrare il duolo della città per l’avvenuta morte di Enrico VII imperatore. Nelle bandiere il nero espresse quasi sempre la rivolta, il terrore, la vendetta, la morte. Teseo partì con l’umano tributo da offrirsi in parte al feroce Minotauro di Creta, sopra un vascello che issava la vela nera. Bandiere nere sventolarono all’assedio di Antiochia nel 1098 e a quello di Beaucaire nel 1216. Le celebri bande di Giovanni dé Medici furono chiamate Bande Nere per avere innalzato uno stendardo nero alla morte del loro Capitano, o come altri vogliono, di Papa Leone X. Così pure gli uomini della Lega in Francia adottarono il nero in segno di duolo alla morte del Duca e del Cardinale di Guisa. Il nero fu dunque sempre il segnale del dolore e più tardi venne usato dai Ghibellini, e in Toscana dai Guelfi Neri. In araldica il nero, che rappresenta il ferro e il diamante, è simbolo di fortezza, vittoria, costanza nelle intraprese risoluzioni, gravità, saviezza, prudenza, onestà e fede.
BIANCO: Questo colore si confonde nell’araldica con l’argento. I sacerdoti egizi, greci e romani vestivano puramente di bianco, per denotare la religione e la fede. Prima che si introducesse l’uso, o meglio l’abuso, della porpora condottieri di popoli re vestivano di bianco, ciò che esprimeva dominio, e gli Egizi involgevano in bianche bende i cadaveri dei nobili. La pace fu sempre simboleggiata col bianco. Anche la felicità si dimostrava con questo colore, lo prova l’uso dei Traci di segnare con bianche pietruzze i giorni fausti della loro vita. Era inoltre il segnale della gioia e dell’allegrezza e gli antichi vestivano di bianco nei banchetti. Se la tunica delle vestali era bianca, ciò non era che per indicare la purità dell’animo e la castità. Bianche le toghe dei magistrati romani e dei trionfatori, perché questo colore fosse tenuto a simbolo d’autorità e di vittoria. I Cavalieri che si mostravano in bianche divise volevano denotare la fede, la pace dell’animo e la felicità. Nelle armi dimostrò nobiltà, religione, dominio, pace allegrezza, castità e vittoria. Nelle bandiere il bianco simbolo della prudenza e della ragione con cui si maneggia la guerra. Questo colore fu sempre il nazionale per la Francia e di conseguenza dei Guelfi d’Italia, e dei Bianchi in particolar modo; in Inghilterra dei Duchi di York e dei Cavalieri della Rosa Bianca; presso i Pontefici e i re cristiani di Gerusalemme è stato sempre molto considerato. ROSSO: Il rosso è stimato da molti il colore più nobile del blasone; i francesi però gli preferivano l’azzurro, come quello che figurava nell’arma reale. Esso rappresenta il fuoco fra gli elementi, il rubino tra le pietre preziose; e simboleggia amore di Dio e del prossimo, verecondia, spargimento di sangue in guerra, desiderio di vendetta, audacia, valore, fortezza, magnanimità, generosità, grandezza, nobiltà cospicua e dominio. E’ anche un ricordo dell’Oriente e delle spedizioni d’oltremare, come pure dimostra giustizia, crudeltà e collera. In Spagna, il campo rosso, lo chiamano sangriento, ossia sanguinoso, perché richiama alla memoria le battaglie sostenute contro i Mori.Nei tornei cavallereschi il rosso nelle armi non si poteva portare se non da chi ne otteneva il permesso dal sovrano, o da chi apparteneva a famiglia di antica estrazione. Nelle bandiere il rosso rappresenta ardire e valore. In Italia i Ghibellini lo presero come distintivo del partito imperiale.

CROCE: La Croce secondo gli “antichi” araldisti, pare sia stata la prima figura introdotta nelle armi. La ragione sembra giustificata, se si considera che dalle Crociate nacque il vero blasone. All’inizio tutti quelli che partivano per la Terra Santa avevano una Croce rossa sul petto e sulle bandiere. Successivamente ebbe colori diversi a secondo della provenienza; azzurra per gli italiani, d’argento per i francesi, di nero per i tedeschi, rossa per gli spagnoli e inglesi. Il significato di questa importante pezza araldica è quello della spada del cavaliere; emblema di vittoria, di salute e di libertà. Al cavaliere si dà la spada, che nella forma è simile alla Croce, per significare che, come N. S. Gesù Cristo, vinse sulla Croce la morte, così il cavaliere dovrà con la spada combattere i nemici della Croce. Nell’anno 1095 circa, Papa Urbano II ne approvò e ne legittimò l’uso; in seguito si registrarono diversificazioni simbologiche sulla Croce, tanto da arrivare a contarne 70 foggie. Dobbiamo quindi vedere un ricordo delle spedizioni di Terra Santa nella Croce araldica, e in ciò conveniamo anche noi, ma non bisogna dimenticare che, vista la grande quantità di Croci nelle armi sarebbe poco logico il considerare come discendenti dai Crociati tutti quelli che portano un simile emblema. Altre cause quindi influiranno nell’introduzione delle croci negli stemmi, e primariamente le altre “crociate” parziali o guerre religiose combattute in Europa. I Monaci Cavalieri dal bianco mantello e la Croce vermiglia, meglio conosciuti col nome di Templari, come ogni altra istituzione “iniziatica misterica” adoperarono il linguaggio simbolico non relativo ad un ragionamento analitico–discorsivo, ma sintetico e comprensivo alla mente intuitiva. Taluni affermano che ogni simbolo porta con sè molteplici significati, perchè è costruito sulla legge di corrispondenza ed analogia che lega fra loro tutti i mondi o tutti i paesi. I Templari seguirono la strada antica. Come gli Egizi, i Templari fecero disegnare e scolpire nella pietra delle loro costruzioni figure in cui si racchiude un senso della vita, della storia, della leggenda, il simbolo che rappresenta il visibile con l’invisibile, il conoscibile con l’inconoscibile. L’importante è ricordarsi che la parola “simbolo” deriva dal sancrito e significa: riunisco, raccolgo, metto insieme, è ciò che collega, cioè svolge un ruolo d’interprete come i Saggi, dei tempi passati, e soprattutto San Bernardo amava ripetere ai suoi cavalieri (Templari): “Ricordatevi Gesù disse poichè a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli mentre questo non è dato agli altri…perchè vedendo non vedono e udendo non intendono e non comprendono”.
La tradizione vuole che i saggi di molti popoli “dall’antichità” per comunicare la loro “sapienza”, non si servirono dei caratteri scritti, per esprimere le loro dottrine, come se imitassero la voce e il discorso, essi nei loro templi o costruzioni disegnarono figure nei cui contorni è racchiuso il pensiero di ogni cosa. Il simbolo è immagine è pensiero, esso ci fa cogliere, tra noi e il mondo, alcune di quelle affinità segrete e di quelle leggi oscure che possono oltrepassare la portata della scienza, ma che non sono, per questo, meno certe.

