Il silenzio illuminato dei Templari

di Maurizio Santi

L’esperienza storica dei Templari si colloca in un breve periodo ma il mito e la leggenda, misteriosa e seducente, sono sopravvissuti di gran lunga ai loro distruttori. I Templari erano una originale Confraternita di Monaci-Cavalieri fondata sotto gli auspici di Bernardo di Chiaravalle per sorvegliare e proteggere le strade percorse dai pellegrini diretti a Gerusalemme e difendere la Città Santa dopo le Crociate; infatti la loro nascita e la loro cultura si pongono nella linea di esperienza legata alle Crociate, che non furono solo conquista da parte della Cristianità occidentale, ma occasione di incontro e di intreccio con la cultura orientale. Uno dei fascini di Gerusalemme è tuttora legato al suo essere luogo di incontro-scontro di tre religioni. L’attività dei Templari ebbe, poi, un rapido e inatteso sviluppo: in Europa furono moderni anticipatori della circolazione del denaro, dove l’attività di mediazione economica (prestito, finanziamento e amministrazione di beni) usciva dal ghetto dell’usura per farsi attività controllata da un’etica trasparente e rigorosa. Iniziarono su larga scala rapporti imprenditoriali e insieme tolleranti e generosi nella conduzione del lavoro agricolo.

Moneta templare

I Templari, al loro interno erano legati da una stretta e rigorosa disciplina e da una fraternità che li rendeva un organismo “terribile” nei confronti del re di Francia Filippo il Bello che andava iniziando la sua secolare battaglia contro le autonomie dei corpi intermedi. L’Ordine del Tempio è già, fin nella persona del suo fondatore, Ugone de’ Pagani, un enigma. Questi fu certamente un Crociato italiano di origine francese e, senza dubbio il più importante dei Gran Maestri e anch’egli come l’Ordine Templare vive tutt’oggi tra mito e leggenda. Nel mito appare evidente uno sviluppo della interpretazione della vita nel suo aspetto sacrificale – nel senso di “rendere sacro” – ispirata ad una chiave di lettura che si propone analoga nelle leggende che “raccontano” la tradizione nel senso proprio del tramandare notizie, memorie, consuetudini da una generazione all’altra attraverso l’esempio o testimonianza. Questa rappresentazione di idee e concetti o atti mediante figura o simboli, sia in letteratura e nel discorso, sia nelle arti figurative è l’allegoria, la figura con valore simbolico e allusivo. Il mito ha dunque una funzione di insegnamento e conduce al sacrificio di sé, sacrificio che si opera in vista di una reintegrazione in uno stato di  non “dualità”, affermazione fondamentale per lo svolgersi e il divenire dell’essere. Non si può negare che nella più profonda coscienza dei popoli esista ancora il seme di questi sentimenti, fondamento di una civiltà morale e spirituale. I miti, patrimonio collettivo del popolo, si proiettano nel tempo in dimensioni poetiche e artistiche che ne fissano i caratteri e creano un peculiare linguaggio espressivo per ciascun ciclo. Tuttavia è ancora contestata, o non del tutto accettata, o camuffata in varie maniere, una analisi letteraria o artistica che si rifà ad un simbolismo diverso da quello psicanalitico, una analisi che non ha un nome ufficiale, codificato, e che di volta in volta è stata definita “simbolico tradizionale” o “neo simbolica” o “mitica” e le cui origini volano nei secoli passati. Potrebbe sembrare che la prima fase dell’avventura di Ugo de’ Pagani porti fuori strada e faccia dubitare del cammino iniziatico perseguito dai Templari; eppure la logica del mito rimane implacabile e non si discosta affatto dalla realtà iniziatica contrapposta a quella dell’essere. La natura in quanto potenza di illusione, rivela il suo secondo volto: la natura che illumina e proietta verso la luce. La caduta corrisponde ad un nuovo punto di partenza, così come ogni morte è anche una nuova nascita. La realtà è che non esiste una storia oggettiva. Lo storico o lo scrittore, nonostante le loro buone intenzioni vengono condizionati dalla propria formazione culturale, dell’epoca in cui vivono, dall’influenza delle dottrine dominanti. Non parliamo poi della storia scritta in periodi di crisi: essa sarà quella dei vincitori. Lo stesso vale per la critica letteraria, andata avanti con i paraocchi della grettezza ideologico – culturale. In verità, il segreto della Cavalleria storica, vedi i Cavalieri della Tavola Rotonda alla cerca del Graal è tutto questa visione: “il mondo è stabile solo in virtù del segreto”. La Cavalleria storica è animata dallo stesso spirito della Cavalleria leggendaria.

La Cavalleria d’occidente e la Cavalleria d’oriente: i Templari e gli Assassini del Vecchio della Montagna sono gli uni e gli altri i guardiani della simbolica Terra Santa. In quel periodo di gloria misconosciuta che chiamiamo Medio Evo, compaiono degli Ordini Cavallereschi che provocano l’inquietudine della storia. Uno di tali Ordini è quello dei Cavalieri bianchi con la Croce rossa: la Sacra Milizia del Tempio, che giuravano di proteggere e difendere la “Chiesa Cattolica Apostolica Giovannea”. S’illumina così la filiazione che connette alla Cavalleria leggendaria della Tavola  Rotonda la Cavalleria storica dei Templari ed unisce allo spirito Celtico la corrente Giovannea dello spirito: filiazione alla quale si ricollegano, sparsi per il mondo, separati dal tempo e dallo spazio, ma uniti da una catena ermetica: i Cavalieri. L’Ordine Cavalleresco ideale prefigura l’Ordine Cavalleresco realizzato. Prima della Cavalleria visibile, tangibile, che raggruppa uomini i cui piedi hanno calpestato il suolo, il modello di essa, la Cavalleria leggendaria ha proiettato nel mondo dello spirito l’ombra del proprio perpetuo profilo. I secoli hanno versato sull’una e sull’altra le loro nubi di polvere d’oro, affinché entrambe si uniscano nel prestigio con cui affascinano la nostra immaginazione. Le crociate erano necessarie per salvare l’Europa dall’invasione. Due civiltà si affrontavano: quella della Croce e quella della Mezzaluna. Due mondi si scontravano. Tre secoli prima, erano stati i Saraceni a invadere la Francia, fino al colpo di martello di Carlo detto poi Martello. Si noti che il Santo di Chiaravalle, San Bernardo, scrive in un tempo in cui la Cristianità ed Islam si fronteggiavano sui campi di battaglia in Terra Santa. Egli evidenzia con chiarezza il pericolo che la guerra in difesa dei luoghi Santi si trasformasse in una guerra di conquista dettata da interessi che con la Charitas Christiana non solo non avevano nulla a che fare, ma ne erano l’esplicita negazione. San Bernardo addita la direzione ascetica e caritativa d’una via Cavalleresca avulsa dalle logiche di interessi terreni. Egli si rivolge a colui che ha posto il suo braccio a servizio della “Fede”.

Altro interessante richiamo alla Cavalleria è il Libro dell’Ordine della Cavalleria” scritto dal Beato Raimondo Lullo, maiorchino di Spagna, intorno all’anno 1275 e meraviglia il fatto che questo dottore illuminato, il quale spesso dimostra di conoscere a fondo l’opera di San Bernardo, ed essendo un vero amico dei Templari (per lungo tempo fu ospitato dal Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, il quale, gli fornisce un salvacondotto per il Sultano di Siria e per il re di Cilicia, amici e alleati della Sacra Milizia), e nel libro non riecheggia neanche un passo o almeno non si riconduce a quel marziale e mistico respiro che certamente doveva essergli gradito. Sembra deliberato silenzio il suo, ma in realtà era, con questo libro, un impegno a rafforzare le strutture di una determinata volontà di Cavalleria Tradizionale, onore, idealità e fede, o almeno contribuire a crearle, senza però rivolgersi al Miles-Monachus cioè quella figura che fu forse l’ultima manifestazione storica in Occidente di una sintesi ascetico guerriera. In effetti leggendo “Il Libro dell’Ordine della Cavalleria”, si riaccende quella forza essenza e misticità che si ritrovano nel “De Laude” di San Bernardo, ad esempio quando si rivolge al giovane scudiero e gli dice: “… non conosce le Regole dell’Ordine della Cavalleria? Come puoi tu chiedere di entrarvi se non ne conosci l’essenza? Poiché nessun Cavaliere può osservare le regole che ignora, né può amare la Cavalleria, né ciò che ad essa appartiene, se non sa in cosa ciò consiste, né riconosce i torti che contro il suo Ordine si commettono. Neanche un Cavaliere può armarne un altro se egli stesso non conosce l’Ordine della Cavalleria, infatti è disordinato Cavaliere chi ne crea senza sapergli insegnare i costumi che sono propri della Cavalleria”. Tale rapporto forte lo troviamo anche nelle investiture che venivano effettuate dalla Chiesa nei confronti dei nuovi Cavalieri (spada e liturgia) :

“Ricevi con la benedizione di Dio questa spada che ti viene conferita per la punizione dei malfattori e il premio dei buoni. Che con questa spada tu sia capace, con la potenza dello Spirito Santo di resistere e di opporti a tutti i tuoi nemici e a tutti gli avversari della Santa Chiesa di Dio, di conservare il regno che ti è affidato e di proteggere la terra di Dio”.

Tuttavia è un’altra la formula, ancora più carica di elementi etici, che trasmetterà questa ‘ideologia’ alla Cavalleria:

“Che con questa spada, tu possa manifestare la potenza della giustizia, distruggere con forza quella dell’iniquità, combattere per proteggere la Santa Chiesa di Dio e i suoi fedeli, e che tu esecri e distrugga i nemici della parola cristiana, ma anche i falsi credenti, che tu difenda e aiuti con benevolenza le vedove e gli orfani”.

Un altro ancora di questi rituali, destinato alla benedizione della spada che sta per essere loro consegnata, sottolinea ancor meglio questa funzione. L’officiante così si rivolge a Dio:

“Esaudisci le nostre preghiere, Signore, e degnati di benedire con la maestà della tua destra questa spada con cui il tuo servitore desidera essere cinto, affinché essa possa considerarsi difesa e protezione della Chiesa, delle vedove, degli orfani e di tutti i servitori di Dio contro le violenze dei pagani, e che a tutti gli altri fomentatori di disordini essa ispiri timore, terrore e spavento”.

Da tutto ciò l’ego e l’anima del Cavaliere è disponibile alla morte come invito alla libertà nell’interesse superiore e leggendario della Cavalleria. Nella lotta con il compagno silenzioso e segreto, la morte, la battaglia cruciale si combatte tra l’ego e l’anima. L’ego è il guscio protettivo ed è competitivo. L’anima al contrario non ha barriere, l’anima non ha limiti, l’anima è un Cavaliere in viaggio verso orizzonti infiniti. Non ci sono aree escluse, l’anima permea ogni cosa, essa è in contatto con la dimensione eterna del tempo e non ha mai paura di quanto accadrà.

In un certo senso, l’incontro con la morte è opportunità per trasfigurare l’ego, un invito a uscire da un modo di essere protettivo e controllato per raggiungere un’arte di essere aperta “all’accoglienza”. Praticare questa arte di essere significa accordarsi al ritmo dell’anima, se ci riusciamo, la morte fisica cessa di farci paura e di apparirci distruttiva, l’incontro finale sarà l’incontro con la nostra identità più profonda, l’anima. Per questa ragione la morte non era considerata un fatto negativo o distruttivo, ma poteva essere un evento splendidamente creativo che apriva loro all’abbraccio del divino che vive in segreto dentro di essi. Sono sempre in viaggio dall’oscurità alla luce. In una età nella quale una spiritualità autentica sembra escluderli per sempre, esplorano e rivelano l’antica saggezza dei Celti come guida alla scoperta del significato profondo della vita. Nascere significa essere scelti. Nessuno è a questo mondo per caso. Ognuno ha un suo destino da “percorrere”. Da tutto ciò nasce una immagine particolare, e forse personale, del Primo Gran Maestro, nonché fondatore della Confraternita dei Cavalieri Templari, o Poveri Cavalieri di Cristo, o meglio ancora come loro stessi preferivano definirla, la nostra Sacra Milizia, Ugo de’ Pagani. Sognatore, “selvatico”, imprevedibile, incapace di comportarsi se non come gli ispira un cuore difficile da governare e l’impulso del momento. Ribelle alle convenzioni, indifferente al giudizio di una società che tratta con provocatoria impudenza, che non “riconosce” leggi degli uomini, ma è sensibile a quella della natura e sente imperiosa la sua voce. Contrariamente al solito, la fortuna arride a questo Nobile Cavaliere (alla Sacra Milizia). Si vedrà piovere addosso il “successo, la ricchezza e il potere, cose che a lui interessano solo per il nato Ordine, ma a modo loro “sognatori” lo sono un po’ tutti i suoi confratelli. Prigionieri delle proprie “fantasie”, lontani, senza neppure accorgersene, dalla “realtà”. Si sogna in estate, poi però si smette, loro invece passano tutta la vita a “sognare” e non ci possono fare nulla. E lui Ugo de’ Pagani, per una volta si abbandona all’ironia bonaria, alla leggerezza, al sorriso, e lascia che una ventata di libertà e di svagata felicità passi scompigliando le vite delle genti di Pagani. La sua terra. Mi ripeto, l’esperienza storica dei Templari si colloca in un breve periodo eppure la loro storia – leggenda, misteriosa e seducente, è stata più lunga di quella dei loro distruttori. L’anima dei Cavalieri, come usavano dire loro, della nostra Sacra Milizia è un “paesaggio onnipotente”. Il signore di questo paesaggio è il silenzio, è quel tipo di silenzio che dà allo spirito ali intrepide; quel genere di silenzio che, non si sa per quali ragioni, favorisce il fervore comunicativo dei pensieri più elevati. Molto più che nei libri, molto più che nelle pergamene sigillate, è la che essi vivono immaterialmente e intensamente. E’ in quel silenzio che la loro purezza ci appare e finalmente si capisce la ragione dei loro bianchi mantelli, di ciò che essi conservavano e difendevano, il significato della Croce vermiglia sui loro petti e sulle loro spalle, e quale era il loro sistema di esistenza, gli scopi della loro meta superba, ma vera illuminata da autentica carità, che si erano prefissi. In fin dei conti, è possibile affermare che lo “spirito del Tempio” sia sopravvissuto alla distruzione e, in qualche modo, sopravvive ancora. E d’altronde, quale era lo “spirito del Tempio”? Un’impresa a favore della tradizione, l’onore e la fede avevano parti uguali. Era anche un modo di essere, di sentire, di pensare, di agire, nello stesso tempo il vertice della fierezza e dell’umiltà. No, questo spirito non è morto. Ciò che conferisce alle loro opere questa profondità non è altro che il vecchio spirito del Tempio che continua a levarsi, forte, con voci diverse contro le barbarie e l’oscuramento dei valori morali, per una migliore comprensione dell’umanità, per amore della persona, e perché si perpetui, contro venti e tempeste, questo modo di vivere (che tanto faceva soffrire gli infedeli) che era quello dei fratelli della Sacra Milizia del Tempio, il loro contributo alla grande storia dell’uomo.

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