SAN BERNARDO – UGO DÈ PAGANI e il “DE LAUDE NOVAE MILITIAE” (seconda parte)

SAN BERNARDO – UGO DÈ PAGANI e il “DE LAUDE NOVAE MILITIAE”

             (L’Elogio della Nuova Cavalleria)
A cura di Maurizio Santi

Al link potete leggere la prima parte

Non pochi nella cerchia dei Monaci-Cavalieri della Sacra Milizia poterono gettare uno sguardo profondo sul mistero della “Croce” e sul suo significato, uno sguardo profondo nel simbolismo cristiano, quale si era andato sviluppando nella elaborazione dell’Eucarestia; non pochi di loro guardarono a fondo nel significato di quel simbolismo. Qualcuno di loro, che per effetto dell’iniziazione cristiana conseguita, era in grado di scorgere gli impulsi cristiani operanti nel divenire storico dei popoli europei, vedeva però anche dell’altro. Lo provava per così dire nella propria anima, in quanto lo colpiva come una tentazione che egli peraltro vinceva sempre; una tentazione che gli si mostrava in quanto era costretto a riconoscere di quali cose è capace un’anima umana, anche senza rendersene conto. L’iniziato ne è invece cosciente e cerca di vincere ciò che altrimenti rimane nel subcosciente. Nei sogni che un tale iniziato poteva fare, appariva talora in modo visionario il rovescio della venerazione per il simbolo del crocefisso; questo era particolarmente possibile in quel tipo di iniziazione, poiché le forze negative erano sempre appostate nelle vicinanze. Gli appariva in visione come l’anima umana possa diventare capace di oltraggiare il simbolo della croce, di oltraggiare la consacrazione dell’ostia; vedeva le forze umane che spingono a ritornare all’antico paganesimo, a adorare ciò che adoravano i pagani, disprezzando il progresso cristiano. Quegli uomini sapevano che l’anima umana può soggiacere a tali tentazioni, poiché essi stessi dovettero vincerle coscientemente. Con questo gettiamo uno sguardo in certi aspetti della vita delle anime di cui la storia esteriore racconta ben poco. Attorno a questo nucleo essenziale, fanno intravedere anche altri “segreti iniziatici”, che poi verranno sistematicamente e ampiamente ripresi da quei nobili Monaci Cavalieri chiamati Templari, quale quello del destino delle anime nell’altro “mondo”, la via della purificazione, il dominio della sapienza e delle idee. L’Abate Bernardo e il nobile Ugone hanno tracciato come un primo grande circolo, che, successivamente, svilupperà e ingrandirà in cerchi via via più grandi, includentisi l’un l’altro e facenti capo al medesimo centro: il senso dell’uomo come essere destinato, se vive come deve vivere, a vivere presso Dio. Il pensiero Templare “ama” anche quello Celtico evitando così di essere attirato dalla linea; non sprofondando nei modi di vedere e di essere che cercano appagamento nell’apodittico che esclude ogni possibile contraddizione. Diversamente esso nutriva uno straordinario riguardo per il mistero del cerchio, che è uno dei simboli più antichi e carichi di potere: il mondo è un cerchio e lo sono anche la luna e il sole. Il tempo ha una natura circolare, i giorni e gli anni si susseguono in un circolo e così avviene, al suo livello profondo, nella vita di ciascun individuo. Il cerchio non si rivela mai completamente allo sguardo o al pensiero, ma offre una sicura ospitalità a quanto è complesso e misterioso, cogliendo insieme profondità e altezza. Il cerchio non riduce il mistero a una sola direzione o scelta, l’accettazione di ciò è una delle profonde conquiste del pensiero Celtico-Templare. Il mondo dell’anima è segreto (segreto e sacro sono fratelli), quando il segreto non viene rispettato, il sacro svanisce.

Croce celtica nel Calvary Cemetery (Cleveland, Ohio)

I Celti e i Templari “trasfigurarono” persino la Croce inscrivendola in un cerchio, riconoscendo la magnificità di questo simbolo. Il cerchio intorno ai bracci riscatta la desolazione in cui le due linee di sofferenza si intersecano e sembra placare e consolare la loro sconfortata linearità. Bernardo che conosceva molto bene la vivida tradizione spirituale del popolo celtico la condivise con i suoi cavalieri Templari. In effetti entrambi avevano un senso del divino raffinato e appassionato; il loro immaginario dava vita a un’amicizia interiore che stringeva in un solo abbraccio la natura, la divinità, il mondo sotterraneo e quello umano. Non separavano il visibile dall’invisibile, il tempo dall’eternità, l’umano dal divino. Sopravvissuto fino ai nostri giorni, il rispetto dei Templari per l’anima è un’eredità spirituale vibrante unica nel mondo occidentale, e sta conquistando l’immaginazione di migliaia di persone che riscoprono la saggezza del passato e le proprie radici. Ci invitano nel mondo magico e discreto del divino che è in noi, in quel luogo dell’anima dove non esiste distanza fra noi e l’eterno. L’antica saggezza, la poesia e la grazia della spiritualità, di entrambi, risveglieranno e arricchiranno la bellezza del paesaggio del nostro vivere quotidiano. Riesploreremo il mistero dell’amicizia, la spiritualità dei sensi, lo splendore della solitudine, la vecchiaia come arte di un raccolto interiore, e la morte come definitivo ritorno a casa. L’insegnamento ricevuto portava il Monaco-Cavaliere Templare a pensare che i loro amici e confratelli defunti si preoccupassero e avessero cura di loro proteggendoli soprattutto in battaglia e in preghiera. Infatti ripetevano che non dovevano rattristarsi per i morti, ma ricordarli nel quotidiano vivere e in preghiera, perché affliggerci per loro? Nel luogo in cui si trovano non vi sono più ombra, tenebre, solitudine, o dolore. Sono a casa in compagnia del Dio da cui provengono, hanno fatto ritorno alla casa della loro identità nel grande circolo divino. Dio è il cerchio maggiore, l’abbraccio dello spazio spirituale ove non esiste distanza, ma il duplice ritmo del vuoto e del pieno nel cuore della vita dell’anima. Ugo e Bernardo avevano presentato, ai loro confratelli, il silenzio come una forza che dischiude profondità nascoste, esso è il fratello del divino, nulla assomiglia a Dio come il silenzio, il fedele amico dell’anima che disvela la ricchezza della solitudine. Questa prospettiva mitica e spirituale agì inconsciamente sulla percezione “dell’avventura” terrena dei Templari, l’equilibrio si mantenne sino a che vi furono i soli Monaci-Cavalieri, veri esponenti della Milizia di Cristo. Il Druidismo propriamente detto, “ricercato e accettato” dai Templari perchè tradizione di conoscenza e saggezza che conservava la sua origine primitiva esoterica, si ritirava in un ordine di attività sempre più occulto, di forma principalmente eremitica. I bianchi cavalieri sapevano che i bardi avevano un insegnamento segreto (Il bardo è un antico poeta o cantore di imprese epiche presso i popoli celtici). Inizialmente i bardi formavano, insieme ai druidi e ai vati, le tre caste sacerdotali delle popolazioni celtiche. I bardi erano i conservatori del sapere del popolo, quindi venivano istruiti per memorizzare tutte le tradizioni e i miti del popolo. In alcune regioni erano distinguibili dagli altri due ordini per uno speciale mantello che indossavano), erano i conservatori dei simboli e riti di iniziazione del Druidismo.

“Là –nel santuario dottrinale celticoriposano questi arcani che, trasmessi nel corso dei secoli dalla tradizione orale, saranno, grazie a una felice trasgressione delle antiche norme, consegnati alla scrittura nel momento in cui i riti bardici saranno sul punto di scomparire…E’ là –nel libro degli Arcani, Cyfrinac’b- che il pensiero celtico, prima di spogliarsi delle sue forme particolari e caduche, ha deposto ciò che esso conteneva di immortale, il suo grande sistema sui destini dell’anima e della personalità divina e umana, ravvivato da una fiamma d’amore divino acceso alla torcia del Cristo” (Henri Martin).

I Druidi nella loro grande maggioranza, avevano aderito al Cristianesimo, divenendo soprattutto quei misteriosi Monaci Kuldei, a cui si erano interessati sia i Templari che San Bernardo (L’abbazia di Kill-Ross, era la sede monastica importantissima dove risiedevano gli strani monaci kuldei. Nelle loro comunità non si mangiava carne, pesce, formaggio e burro, né si beveva vino ma solo acqua, al massimo allungata con un po’ di latte. Si distinguevano dagli altri monaci per le loro forme particolari di preghiera e meditazione con reminescenze orientali e per il fatto di indossare il saio bianco), sui quali la storia è più o meno muta, ma di cui è almeno certo che contribuirono ad assicurare al Cristianesimo, ma particolarmente ai Templari, la sacra eredità del celtismo e lasciando loro una ulteriore eredità rendendoli partecipi alla “infanzia” del Graal. La Sacra Coppa ha “testimoniato” non solo la presenza di elementi celtici puri nella struttura della leggenda, ma anche l’esistenza anteriore, presso i Bretoni, di una tradizione originaria della Coppa salvifica, contenente “l’acqua di resurrezione”. Questa Coppa figurava da decine di secoli nello zodiaco delle pietre del tempio stellare di Glastonbury, e si trovava nei poemi bardici, di Taliésin in particolare, il grande bardo del VI secolo.

Il Santo con il suo “De Laude Novae Militiae” ha creato i Monaci-Cavalieri, la Sacra Milizia del Tempio, uomini che vivevano e morivano per Dio nostro Signore (Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da Gloriam), ma soprattutto ha scritto un qualcosa di grandioso, che tutti dovrebbero leggere più volte; forse sarebbero meglio compresi i Cavalieri dal bianco Mantello e la Croce vermiglia. Quale il significato del breve ed intenso Salmo 133 tanto amato dai Templari: “Come è bello e gioioso abitare, vivere da Fratelli la stessa casa”. Per capirne fino in fondo il significato dobbiamo trovare quel doppio “silenzio ambientale e interiore”, neutralizzando il “modernismo” che comprende il peggio della contemporaneità materialista e distrugge la tradizione. Le “avversità” che dovremo affrontare, relativamente alla “violenta” frenesia della nostra quotidianità, continueranno nel nostro “cammino” fino a ritrovare il senso del “bianco e nero”, la pace interiore. Dobbiamo far risuonare in noi tale preghiera attraverso il nostro respiro ed il battito del nostro cuore, sentirla “entrare” nel nostro essere, sentirla “realizzarsi compiutamente” nella nostra mente e nelle nostre membra, con gioia. Allora, a poco a poco, saremo in grado di aprirci all’ascolto dei significati sempre più profondi di questa straordinaria preghiera, che apre a quella umana limitatezza del piccolo mondo materiale e alla comprensione delle divine regole. “Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime – sul piano materiale – la gioia della vita fraterna di un ordine monastico militare, nel quale erano comuni il piatto dove si mangia, il mantello o la corazza – ricordiamo che il Monaco/Cavaliere non era proprietario di nulla, nemmeno delle sue vesti – e in cui, quindi, non crescevano sentimenti di divisione, di invidia o di ricerca di privilegi, in quanto accettare la Regola significava annullare ogni proprietà materiale, a vantaggio della vita comune.“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime anche – sul piano dell’anima – la condivisione di valori di amore fraterno che superavano gli stessi confini della cristianità: dove la casa è il mondo, dove Fratelli sono non solo i Cristiani, ma tutti coloro che pregano un Dio dell’Amore. Non a caso i Templari erano sempre pronti a combattere chi non rispettava questi umani valori “incoronati” dal loro stesso protettore Santo e Dottore della Chiesa, per la visione di una Fratellanza Universale aperta al dialogo interreligioso, ma non “svendendo” mai e poi mai il loro pensiero e credo cristiano. Visione di cui l’Ordine del Tempio aveva via via acquisito sempre maggiore consapevolezza, sia attraverso la possente spinta trasmutatoria della Preghiera, sia attraverso processi di apprendimento dei grandi cicli astronomici dell’Universo, che pongono l’Ordine del Tempio su un Piano di consapevolezza che trascende addirittura l’Era Cristiana dei Pesci, per giungere ad una conoscenza filosofica-iniziatica tradizionalista universale che copre un arco temporale di secoli, secondo insegnamenti molto antichi, ben noti a S. Bernardo di Chiaravalle, autore della Regola Templare.

“Come è bello e gioioso abitare da fratelli la stessa casa” esprime infine – sul piano spirituale – quell’operazione spirituale che, in un Ordine come quello Templare in cui, per la prima volta si affianca al tradizionale voto monastico tripartito di obbedienza, castità e carità, il voto dello “stare in armi”, impone di operare dentro di sé, dentro la propria spiritualità, la separazione di chi comanda da chi obbedisce. Tale operazione spirituale è ben simboleggiata dal Sigillum consuetum della Sacra Milizia del Tempio, che raffigura un cavallo sormontato da due Cavalieri. Dentro ciascuno di noi, dunque, è necessario separare un Io che comanda da un Io che obbedisce, affinché sia generato un Io nuovo, un uomo risorto a nuova Luce divina, un uomo che difenda la Casa di Dio sulla Terra, in grado di comandare a sé stesso e quindi di trasformarsi, riprodursi in un Essere spirituale armato. Anche per San Bernardo la Preghiera era lo strumento attraverso il quale l’uomo si fa difensore della Casa di Dio sulla Terra, si fa Tempio, e si avvicina alla comprensione del Principio stesso della “Sacralità della Vita”. La preghiera come spiritualità nella vita materiale e terrena di tutti i giorni, che guida ad un “cammino superiore”, principio di armonia ed equilibrio dell’esistere, e ci fa capire in ogni momento della giornata: dalla recita del Mattutino al Vespro, ma soprattutto prima della battaglia a non avere paura della morte. Il Templare–Monaco/Cavaliere spesso amava ripetere: “i morti sono vivi e la morte non esiste”. Sotto il profilo religioso, infatti, i Templari erano di vocazione giovannita, cioè cultori ed interpreti del più ermetico dei quattro Vangeli, propensi ad una lettura più simbolica che letteraria delle verità della fede. E’ l’aquila, uccello di San Giovanni, a “sollevare” i Templari, cioè, a portarli ad un certo grado dell’iniziazione. L’aquila è d’altronde il simbolo ermetico dell’elemento fuoco che apre la filosofia del mistero. A loro volta, gli ismaeliti dello Shavk al Jabal, il leggendario Vecchio della Montagna, con i quali sussistevano particolari affinità dottrinarie ed organizzative, per le quali strinsero stretti rapporti, ma non spinsero mai i Templari a cedimenti o patteggiamenti sul campo delle armi. Quanto sopra acquista ulteriore significato accostandolo con le confraternite dei costruttori e la Sacra Milizia del Tempio, l’autentico piano sul quale si situò l’unione spirituale di cui stiamo parlando, l’unico d’altronde, su cui fu “organicamente” possibile: il piano esoterico. Anch’esse erano com’è noto, organizzazioni iniziatiche i cui mezzi e i cui fini non erano quelli di una qualsiasi “estetica” religiosa, ma di un’Arte Sacra nel pieno significato metafisico della parola. Se dunque si scoprono in esse delle tracce di influenza islamica, ve ne sono altrettante di influenza cristiana dovute ai Templari, ed è escluso che abbiano agito attraverso vie profane e su un piano che non fosse la comunione spirituale più profonda. Queste tracce sono ben visibili non solo nel dominio teorico, ma anche nei modi d’espressione simbolica. “Loro” conoscevano “l’insegnamento” del Graal, il quale non poneva “apertamente” il problema dei rapporti fra Papato e Impero. La stessa dualità delle due grandi funzioni esoteriche ha ragioni complesse e che riguardano prima di tutto le modalità particolari della manifestazione cristiana e “dell’estensione” del Cristianesimo sull’Islam e non viceversa. Comunque sia questa dualità implicava di per se stessa un principio comune, imposto dalla loro unità essenziale, e tradizionalmente dall’appartenenza. Doveva tuttavia giungere il momento in cui si sarebbe imposto agli eredi del Tempio di prendere posizione in questa prospettiva, apertamente, solo però fin dove lo permettevano la natura profonda della “dottrina e il segreto iniziatico”, quindi limitatamente essi potevano agire: dottrina + segreto iniziatico = silenzio che avvicina a Dio. Tale momento giunge ed è segnato nel secolo XIV, dai due maggiori sintomi del male di cui la cristianità doveva “morire”, 28 beninteso, non come Chiesa Sacra e Divina, ma umana: la scomparsa della Sacra Milizia del Tempio e il conflitto più grave che mai si fosse verificato fra il Papato e l’Impero, tanto più irrimediabile in quanto non era più, da lungo tempo, solo un conflitto di attribuzioni, ma di “principio”. Due uomini furono torturatori e carnefici (Filippo il Bello e Clemente V) fecero scorrere sangue innocente su bianchi mantelli, ma soprattutto tradirono la legge divina della Chiesa, da LUI dettata agli umani, Papi e Imperatori compresi. Solo Dio elegge, egli solo conferma, perchè non ha superiori. Il tradimento dei due ha fatto si che il mondo andasse ancor più “sprofondando”, e le pagine più oscure della storia restavano ancora da scrivere: quelle in cui si sarebbe perduto non solo il “ricordo del Graal”, ma il “ricordo stesso di Dio”.

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