BERNARDO – INFANZIA E GIOVINEZZA
A cura di Maurizio Santi
Bernardo è ritenuto il cantore dell’Immacolata Regina Sempre Vergine, della Donna Superna ed Eterna, della Sapienza Suprema più concreante che creata alla quale dette il titolo di “Notre Dame”

P. De Champaigne, S. Bernardo
Bernardo nacque nel castello di un piccolo villaggio del Ducato di Borgogna, Fontaines, a qualche chilometro da Digione, allora borgo non ancora fortificato. Era il 1090. Il luogo faceva parte dei possedimenti della corona di Francia e si trovava quasi al confine con la Contea di Borgogna, che apparteneva invece all’Impero. Il padre di Bernardo, Tescelino il sauro, era uno dei grandi vassalli di Eude I, da una decina di anni Duca di Borgogna. Anche la madre di Bernardo, Aletta, proveniva da nobile famiglia: era figlia di un altro potente feudatario del Duca di Borgogna, Bernardo di Montbard (il figlio Andrè di Montbard insieme a Ugone de’ Pagani ed altri Cavalieri fondò la Sacra Milizia del Tempio), che dette il nome al nipote. Non si ha conoscenza di altri antenati di Bernardo, mentre si sa che ebbe cinque fratelli e una sorella e si conoscono molti suoi legami di parentela. Frequentò le prime scuole presso i canonici secolari della collegiata di Nòtre Dame di Saint – Vorles, vicino a Chàtillon – sur – Seine, cittadina dove il padre possedeva una residenza nella quale la famiglia trascorreva parte dell’anno.
Non si hanno notizie precise sul tipo di studi compiuti dal ragazzo, ma nei suoi scritti non si riscontrano precise conoscenze delle discipline del quadrivio e si può ragionevolmente supporre che in quella piccola scuola, come d’altronde anche nelle altre simili, si insegnasse unicamente il trivio (il trivium comprendeva l’insegnamento delle prime tre arti liberali – artes sermocinales: grammatica, dialettica e retorica -, mentre il quadrivium riguardava le altre quattro arti liberali – artes reales: aritmetica, musica, geometrica, astronomia), e forse solo la grammatica e la retorica. Bernardo vi apprese certamente a scrivere in un ottimo latino e le assidue letture dei Padri e dei classici arricchirono il suo stile che si eleva grandemente al di sopra della media di quello dei suoi contemporanei e lo ha consacrato, anche sotto il profilo letterario, fra i maggiori autori del suo tempo.
Nel 1111, alcuni anni dopo la morte della madre e dopo essere tornato al castello paterno di Fontaines, Bernardo decise di “lasciare il mondo” e si ritirò nella casa di Chàtillon, presto raggiunto da tutti i fratelli e da vari congiunti ed amici. Per un anno la piccola comunità di giovani e nobili cavalieri condusse una vita ritirata, di riflessione e di preghiera, che sfociò in una drastica e coraggiosa decisione: nel 1112 una trentina di persone, guidate da Bernardo, entrarono insieme a Cìteaux, chiedendo di farsi monaci nella nuova osservanza fondata quindici anni prima da Roberto di Molesmes e allora retta da Stefano Harding. La scelta illumina uno degli aspetti caratteristici della personalità di Bernardo che, all’interno del mondo monastico benedettino, optò per un’esperienza che già rappresentava la tendenza più rigorosa ed austera. Nel 1115, dopo pochi anni a Cìteaux, Bernardo venne scelto (aveva solo 25 anni) per essere Abate di una nuova fondazione. Insieme a dodici confratelli, si trasferì nel territorio della Champagne, nella proprietà di un parente che intendeva donare ai nuovi monaci una vallata solitaria accanto al fiume Aube, nella diocesi di Langres. La videro, con gli occhi dello spirito, splendente e luminosa e la chiamarono subito Clara Vallis, Clairvaux. L’epoca in cui visse Bernardo di Chiaravalle (1090 – 1153) fu una delle più vivaci, inquiete e creative del Medioevo europeo: il secolo XII si connota difatti come periodo di profondo rinnovamento e di trasformazioni, a cui è innegabile che Bernardo, Santo e Dottore della Chiesa, partecipò fra gli “attori” principali. Coinvolse tutti i vari aspetti, artistico, letterario, filosofico, teologico, ma soprattutto cavalleresco – nobiliare. San Bernardo, con i Templari, creò una élite iniziatica riunente in sé il duplice potere sacerdotale e regale, per una missione misteriosa, alla quale donò (Sacra Milizia) la sua costituzione, ne fissò la regola e non cessò di esserne il protettore e l’ispiratore e al tempo stesso la più alta autorità spirituale e l’arbitro della Cristianità del suo tempo. Il Santo designa l’Ordine con il nome militia Dei e i suoi membri con quello di minister Christi; pronunciate dalla bocca di un tale personaggio non erano certamente “parole gettate al vento”. Per lui, come più tardi ebbe modo di dire e scrivere anche Dante, si trattava di una milizia santa, della “milizia privata di Dio”, realizzante per una specie di particolare spiritualità, che la poneva al di fuori e al di sopra degli altri uomini. Per San Bernardo (De Laude cap. V) , la residenza reale della Sacra Milizia non apparteneva a questo mondo, ma era il Tempio della Gerusalemme spirituale:
“E’ veramente il Tempio di Gerusalemme che essi abitano, e pur non essendo il loro, inteso come atto della costruzione, lo stesso Tempio antico e molto venerato di Salomone, non è inferiore sotto il rapporto della gloria…La bellezza del primo era costituita da cose corruttibili, quella del secondo è la bellezza della Grazia, del culto pio di coloro che l’abitano e della più ordinata delle dimore”.
In questo passaggio il Santo e Dottore della Chiesa “richiama” i Giudei e i Musulmani, in quanto anche loro avevano vissuto la sacralità del Tempio di Salomone, ma solo per ricordargli che “lo splendore di quello consisteva in cose corruttibili d’oro e d’argento”, e non con “la bellezza e la devota religiosità dei suoi abitanti attuali, i Templari, ed il loro disciplinatissimo genere di vita”. Nella letteratura esoterica iniziatica, beninteso di un certo pregio, quella seria e “reale” si evinceva che Bernardo avesse una “double face”, che il suo vero disegno e il suo vero significato e valore risiederebbe nella Sacra Milizia del Tempio e nelle segrete vicende dei componenti il medesimo. Dunque “una Chiesa nella Chiesa” e “un Impero nell’Impero”. La prima ipotesi è sicuramente avvalorata dal suo rifiuto più volte opposto alla propria designazione al pontificato.
La mattina del 20 agosto 1153 Bernardo morì, ma la sua grandezza resta legata ai suoi scritti , certamente fra i più diffusi dei testi medievali, e la sua grande eredità, ancora oggi non compresa, o forse da molti, volutamente, ripresa in modi convenzionali con i consueti schemi di circostanza. Un’eredità che è affidata a quella spiritualità di cui egli fu un Gran Maestro e condivise con i suoi Monaci – Cavalieri, i Templari. Bernardo, nelle sue lettere, spesso raccomanda i Cavalieri Templari o si congratula con i nuovi investiti. Per esempio nel 1125 circa, il Conte Ugo di Champagne si recò per l’ennesima volta in Terra Santa e diventò Templare; Bernardo così gli scrive:
“…se per grazia di Dio sei diventato da conte soldato e povero da ricco che eri, in questo mi congratulo con te, com’è giusto, e in te glorifico Dio, sapendo che questo è mutamento della destra dell’Eccelso…Quanto a me, e per quanto è in me, io non essendo affatto ingrato, tengo conficcato nella memoria il ricordo della tua munificenza…”.
Nell’anno 1130, in una lettera a Guglielmo di Messines Patriarca di Gerusalemme, scrisse:
“…Vi prego di dirigere i vostri occhi sui Cavalieri del Tempio e di aprire le viscere della vostra così grande pietà a così valorosi difensori della Chiesa. Sarà gradito a Dio e piacevole agli uomini che voi manifestiate il vostro favore a chi ha offerto la propria vita a difesa dei fratelli…”.
Nel 1153, scriveva alla Regina Melisenda:
“…E’ intervenuto Andrea, mio carissimo zio materno, al quale non posso non credere, che con un suo scritto mi ha comunicato notizie migliori,…che ami e consideri tuoi familiari i fratelli del Tempio…”.
Bernardo, circa nell’anno 1153, così risponde alla lettera dello zio Andrea, che saputo il nipote gravemente malato, gli manifestava l’intenzione di rientrare in Francia per fargli visita:
“…Lì, mio Andrea, lì è il frutto della tua fatica: lì sarà la tua ricompensa. Tu militi sotto il sole ma a servizio di chi s’erge sopra il sole. Pur militando qui, aspettiamo la ricompensa di lassù. La retribuzione della nostra milizia non proviene dalla terra, non si trova qui giù: di lontano dagli estremi confini giunge il premio.”
La teologia di Bernardo da Chiaravalle, legata alla tradizione e alle fonti patristiche, risulta profondamente intrisa di senso biblico. La scrittura è per lui la parola di Dio vivente nella Chiesa, la storia della rivelazione dell’amore di Dio in Cristo e come tale, non è tanto un oggetto di studio quanto di preghiera. Il suo programma di vita spirituale si può caratterizzare come un itinerario che conduce dal peccato alla gloria, dalla conoscenza di sé al possesso di Dio: “in ritorno a Dio” che si attua a partire dall’umiltà, ovvero al riconoscimento della propria miseria e povertà. Spirito contemplativo tra i più originali, Bernardo è considerato il Dottore del monachesimo, termine di derivazione latina monachus, che riassume in sé un insieme di ideali e convinzioni che portano un uomo alla fuga dal mondo e alla libera segregazione da ogni ideale mondano. Il monaco è animato da una forte sensibilità religiosa e da un ideale di perfezione interiore, tutte cose che il santo riuscì a trasmettere completamente ai Monaci – Cavalieri della Sacra Milizia del Tempio.

Madonna con Bambino in gloria tra angeli, santa Maria Maddalena e san Bernardo (1480-1490 Louvre, Parigi)
E’ nota la posizione drastica che San Bernardo assumerà nei confronti degli eremiti, a sostegno della forma cenobitica; paragrafando l’Ecclesiaste dirà: “Guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo rialzi”. Il Santo ebbe molto a polemizzare sulle vesti dei monaci e dei cavalieri, non tanto per la foggia, ma per le stoffe. L’abito dovrebbe essere segno d’umiltà, e invece è fatto di materiali di lusso; il monachesimo è il rifiuto del mondo, e invece i monaci sembrano “signorotti di province”. Bernardo così duramente si esprime nei confronti di questi:
“Il cavaliere e il monaco dallo stesso panno si spartiscono il mantello…tu giri per la città, vai per piazze, fiere e mercati, guardi nelle botteghe dei mercanti e metti sottosopra tutta la merce di tutti,…respingi quel che c’è di grossolano e di scolorito, mentre se qualcosa ti piace per la sua finezza…cerchi di tenertelo a qual si sia prezzo…Quelle pelli d’ermellino tinte di rosso, che chiamano gole, sulle mani consacrate e che consacrano tremendi misteri. Si rifiutino di adornarsi il petto, che la gemma della sapienza orna più decentemente…Queste cose non sono le stimmate di Cristo…Si riconoscono piuttosto come le insegne delle donne, che sono solite prepararsele con la maggior cura e il più sontuosamente pensando soprattutto alle cose del mondo, a come piacere agli uomini”.
Ad un giovane ex novizio a Clairvaux, deciso ad entrare nel clero secolare, per la severità religiosa del monachus, scrive:
“Ti è concesso, se servi bene, che tu viva dell’altare…ma non perché tu tragga lussi dell’altare e di lì ti compri freni d’oro, selle dipinte, speroni d’argento, pellicce varie e grige con ornamenti di porpora al collo e alle mani. Infine ciò che oltre al vitto necessario e al semplice vestito tu ritieni dall’altare, non è tuo diritto: è rapina, e sacrilegio.” E ancora: “Si sottrae alle necessità nostre ciò che si aggiunge alle vostre vanità…Voi, con le vostre vanità, vi perdete, e spogliando noi ci rovinate. Vanno le vostre giumente coperte di gemme, e non vi curate dei nostri piedi scalzi, senza zoccoli. Anelli, catenelle, sonagli, cinghie screziate, e molte altre cose del genere, tanto smaglianti di colori quanto preziosi e costosi, pendono dalle fronti dei vostri muli”.
La forza trascinatrice di quest’uomo portò nel breve volgere di un secolo, il secolo XII, alla fondazione di circa 5000 monasteri maschili e femminili, ma principalmente aveva portato con sé una parte della nobiltà cavalleresca. Bernardo individua le caratteristiche di questa Nova Militia su un duplice piano, quello della professio monastica e quello del Cavaliere contro il nemico terreno, cogliendo in negativo il significato della saecularis militia, cioè della cavalleria profana, superba e succube del peccato. Invece la nova militia non teme di peccare uccidendo il nemico e non ha paura della morte, in quanto ha la certezza della grazia del Signore, anzi considera un segno privilegiato della grazia lo stesso martirio. Bernardo rende incandescente anche la polemica con i nobili cavalieri, evocando la loro figura (che poi riporterà anche nel -De Laude Novae Militiae- scritto per la Sacra Milizia del Tempio) in questo modo:
“Coprite di seta i cavalli e sopra le armature indossate non so quali panni leggeri e fluttuanti… ornate tutte d’oro, d’argento e di gemme le redini e gli speroni… Queste sono insegne da cavalieri, oppure ornamenti di donne? O pensate forse che la lama nemica avrà riguardi per l’oro, risparmierà le gemme, non potrà penetrare le sete? … Coltivate la chioma con la cura delle femmine, per farvene ostacolo agli occhi; impacciate i vostri passi con camici lunghi e vaporosi; seppellite delicate e tenere mani in maniche ampie e fluenti”.
Bernardo di Clairvaux era l’occhio “nemico – amico” del lusso sfrenato dei monaci, del clero secolare e dei nobili cavalieri, e per questo creò con il Cavaliere Templare, dandogli una regola specifica, una figura ascetico – guerriera unica, che dette vita ad un Ordine cavalleresco ancora oggi “lontano dal tramonto” perseguendo, insieme ad Ugone de’ Pagani ed a tutti gli investiti, una via ed una vita “iniziatica – il compito sacro – la ricerca – l’impresa santa” che sarebbe terminata solo con la “vera vita”, dopo la morte. Precedentemente Merlino aveva affidato ad Artù il compito sacro della nuova Cavalleria dicendogli: “Spetta a voi e ai vostri cavalieri l’impresa più santa e più nobile…Alla ricerca di questa coppa che si chiama Santo Graal, dovete dedicare l’intera vostra vita. A tal fine radunerete intorno a voi i cavalieri e i baroni più valenti e istituirete un Ordine cavalleresco che prenderà il nome di Tavola Rotonda. Perché ci sia fra di voi una fratellanza perfetta e vi consideriate tutti uguali dinanzi alla missione sublime che dovete compiere voi e i vostri cavalieri…Un patto di fratellanza li avrebbe uniti per sempre l’uno a l’altro…”.
Il Medio Evo è il momento della storia umana e Bernardo il meraviglioso, il soprannaturale, il divino, mescola i comportamenti umani portandoli poi ad una tale realtà che induce a vedere la matrice antica e quella attuale, senza poesia, ma chiedendoci se si è giunti a sollevare i veli che rendevano segreti ed oscuri i loro significati originari. I Templari avevano un loro “segreto” o diversi “segreti” che purtroppo non ci sono stati, in modo troppo visibile e comprensibile, trasmessi. Tanto più che la missione era stata voluta ed “organizzata” da un personaggio unico, Bernardo di Chiaravalle, uomo di vedute vastissime e di interessi superiori: le Dodici Tavole di Mosè, nelle quali “traspirava” la conquista sapienziale della civiltà sacerdotale Egiziana, Persiana Caldeo-Babilonese (era noto che le Tavole venivano custodite nell’Arca Santa tutta d’oro); la Tradizione Talmudica che la casta sacerdotale ebraica si tramandava, comprese le genealogie delle famiglie regali di stirpe giudaica come quella di David della quale si affermava l’appartenenza di Gesù Cristo; gli Esseni che possedevano la chiave per lo sviluppo delle qualità taumaturgiche. Da tutto ciò Bernardo sapeva che si poteva attingere per scoprire il “segreto finale” della vita e quindi dell’essere, ed era ben consapevole del luogo dove potevano trovarsi questi “tesori”, e cioè il Tempio di Salomone. Bernardo di Chiaravalle (da taluni gli viene accreditata un’origine Celtico-Druidica, in realtà non si hanno certezze su queste affermazioni), principe della Chiesa, mi ripeto, era un “uomo” eccezionale, dotato di poteri preternaturali, taumaturgo, dedito a ricerche e studi di carattere iniziatico, il quale si affidò a pochi Cavalieri fidati per studiare situazioni, indagare ed approfondire per poi prendere gli opportuni contatti. Bernardo era consapevole che solo costituendo un Ordine da poter sottrarre ai poteri laici e a quelli ancor più pericolosi delle autorità ecclesiatsiche, ma dovendo solo ed esclusivamente obbedienza al papa, avendo così piena libertà di azione sia in guerra che in pace, era possibile creare il nuovo. Dalle notizie storiche pervenute fino a noi, sembrerebbe che il Priorato di Sion avesse avuto uno stesso interesse da condividere con Bernardo di Chiaravalle, avendo sempre uno sguardo benevolo per la Sacra Milizia del Tempio.
Ma cosa avrebbero detto di lui gli “inquisitori”, di colui che predicava che “Regnum Dei intra nos est”, affermando che si poteva ottenere un migliore insegnamento dagli elci, dalle querce delle foreste che dai libri? Il Santo Dottore della Chiesa scriveva:
“Troverete di più nelle foreste che nei libri; gli alberi e le pietre vi insegneranno ciò che non sanno insegnare i vostri maestri. Pensate di non poter succhiare il miele dalle pietre e l’olio dalla roccia più dura? Le montagne non distillano forse la dolcezza? Dalle colline non colano forse il latte ed il miele? Le valli non sono forse piene di frumento? Ho tante cose da dirvi e mi trattengo a stento.” (Epistola 106. Dom Alexis Presse: Les Plus beaux éscrits de Saint Bernard – La Colombe, 1947-).
Si tratta di una concezione della Divinità, come hanno scritto anche altri autori, che i mediocri non potrebbero accettare, precisamente perchè non potrebbero arrivarci. E quando i mediocri fanno legge, si può essere certi che questa sarà applicata con la loro stessa mediocrità. Il ragionamento “Bernardiano” ha una logicità sconcertante. Se pensiamo alla morte del de Molay, la sua fine merita qualche riflessione. Innanzi tutto si spoglia dei suoi vestiti di Templare. Il Tempio non è condannato. Il “mantello” non sarà trascinato nel fuoco della distruzione. E poi la morte lo prese con dolcezza che destò grande meraviglia. Come non pensare a certe facoltà ? Ascoltate questa quartina di Nostradamus, la tredicesima della seconda centuria: “Le corps sans àme plus n’étre en sacrifice Jour de la mort mis en nativitè L’Esprit divin fera l’àme félice Voyant le Verbe en son éternité” “Il corpo senza anima più non essere un sacrificio Giorno della morte trasformato in natività Lo Spirito divino farà l’anima felice Vedendo il Verbo nella sua eternità”. Se avete voglia leggetevi San Bernardo:
“Quando entra in me il Verbo … i miei vizi fuggono; le mie affezioni carnali sono dominate; la mia anima si trasforma; l’uomo interiore si rinnova…”.
L’insegnamento ricevuto dal Tempio, per mano del loro unico Maestro spirituale, San Bernardo, era molto di più di una semplice regola.

