IL NULLA E LA MORTE
Per alcune persone la morte può arrivare velocemente, ma il modo in cui l’anima abbandona il corpo è diverso per ognuno e per qualcuno possono essere necessari un paio di giorni prima che si completi il ritiro definitivo dell’anima. C’è a questo proposito uno stupendo aneddoto: un uomo era appena morto, quando l’anima lasciò il corpo, si recò sulla porta di casa per iniziare il viaggio di ritorno verso il luogo eterno. Voltatasi a guardare il corpo ormai vuoto, indugiò sulla soglia; ritornò sui suoi passi, diede un bacio al corpo e gli parlò, ringraziandolo per essere stato un luogo così accogliente e per la bontà che aveva dimostrato durante il viaggio della vita. L’acuirsi della percezione mostra l’incredibile energia che circonda il momento della morte.
Ognuno muore solo. E’ così strano che chi muore svanisca letteralmente. L’esperienza umana comprende ogni genere di continuità e discontinuità, prossimità e distanza. Nella morte l’esperienza raggiunge l’ultima frontiera; colui che ci abbandona cade fuori dal mondo visibile della forma e della presenza. Quando nasciamo, appariamo dal nulla, quando ce ne andiamo, svaniamo nel nulla: il nulla un volto della morte. Ogni nostra azione nel mondo continua con il nulla; esso è uno dei modi in cui la morte ci si manifesta, è uno dei suoi volti. Tutta la vita dell’anima ha a che fare con la trasformazione del nulla; niente di nuovo può venire alla luce se non c’è spazio per lui, e questo spazio vuoto è il nulla. Poichè ci ritiriamo da questo dominio, sottovalutiamo il vuoto e il nulla ma, da un punto di vista spirituale, possiamo riconoscervi modalità di presenza dell’eterno; l’eterno viene a noi principalmente in termini di nulla e di vuoto; dove non esiste spazio, l’anima non può ridestarsi.

Hieronymus Bosch, Quattro visioni dell’Aldilà, 1500-1503 circa, Gallerie dell’Accademia, Venezia
Quanto detto evoca il duplice ritmo del vuoto e del pieno nel cuore della vita dell’anima. Il nulla è fratello della possibilità, prepara uno spazio per quanto è nuovo, sorprendente e inatteso; quando sentiamo che il vuoto e il nulla corrodono la nostra vita non dobbiamo disperarci, è il richiamo dell’anima che risveglia la nostra vita a nuove possibilità ed è un segno che l’anima desidera trasfigurare il nulla della morte nella pienezza di una vita eterna, che nessuna morte potrà mai sfiorare. La morte non è la fine, ma una rinascita; la nostra presenza nel mondo è così intensa: la piccola striscia di luce che chiamiamo vita è sospesa fra le tenebre di due ignoti. Ci sono le tenebre dell’ignoto alle nostre origini, da cui scaturiamo all’improvviso, e la striscia chiamata luce ha inizio, e ci sono le tenebre alla fine, quando torniamo a scomparire nell’ignoto. Si deve meditare profondamente sul mistero della morte; il “breve dramma della vita” dura solo pochi “minuti: si apre con il grido della nascita cui segue un respiro e il grido della morte. Poichè esiste la morte, il tempo è radicalmente relativizzato; tutto quanto facciamo qui non è altro che inventare giochi per passare il tempo. La morte è la grande ferita dell’universo, e la grande ferita nella vita di ciascuno ma, paradossalmente, è proprio questa ferita che può guidarci a una nuova crescita spirituale. Pensare alla morte può aiutarci a modificare la staticità della nostra percezione abituale, a far sì che cessiamo di vivere secondo il regno visibile e materiale, e iniziamo a raffinare la nostra sensibilità e a scoprire i tesori celati nel lato invisibile della nostra vita. Una persona autenticamente spirituale ha sviluppato il senso della profondità della propria natura invisibile, nella quale si trovano qualità e tesori che il tempo non può danneggiare. Essi ci appartengono in modo assoluto, non è necessario guadagnarceli, tenerli stretti o proteggerli; sono nostri, nessun altro può sottrarceli. Siamo tormentati da un profondo senso di assenza, qualcosa manca alle nostre vite; siamo in perenne, disperata attesa di riempire questo vuoto/nulla con una persona, un oggetto o un progetto ma, se la ascoltiamo, l’anima ci dice che questa assenza non potrà mai essere colmata.
Proviamo a pensare la nascita come morte, immaginiamo di parlare a un bimbo ancora nel grembo e di spiegargli la sua unità con la madre e come sia questo cordone di appartenenza a dargli la vita. Immaginiamo poi di dovergli dire che ciò sta per finire; sarà espulso dal grembo e spinto attraverso uno strettissimo passaggio per essere abbandonato nel vuoto della luce; il cordone ombelicale verrà reciso e da allora in avanti sarà sempre solo. Se potesse rispondere, ci direbbe che ha paura di morire; al bimbo nel ventre materno la nascita sembrerebbe una morte. La nostra difficoltà con questi grandi problemi deriva dal fatto che riusciamo a vederli solo da un lato; molti hanno affrontato l’esperienza, ma nessuno ha fatto ritorno per raccontarcela; chi è morto è lontano, non torna indietro, e non possiamo scorgere l’altra metà del cerchio aperto della morte. Mi piace pensare alla morte come una sorta di rinascita, in cui l’anima è finalmente libera in un mondo nuovo, dove non c’è separazione; non ci sono ombre nè lacrime. Ricordo sempre quello che mi dicevano: Non piangete, perchè qui sotto non c’è nulla di lui, solo ciò che lo ha coperto durante la vita. E’ bello riconoscere che il corpo era solo una copertura e l’anima è ora libera per l’eternità. E’ un evento strano e magico essere qui, camminare in un corpo, avere un mondo intero in noi e un mondo a portata di mano fuori di noi. Essere qui è molto, ed è inquietante come la realtà sociale possa renderci insensibili e intorpidirci al punto che il mistico prodigio delle nostre vite rimanga del tutto inosservato. Quando l’anima lascia il corpo, non è più oppressa dallo spazio e dal tempo; è libera, distanza e separazione cessano di ostacolarla. I morti sono i nostri più stretti vicini, sono tutt’attorno a noi. Abbiamo erroneamente dato una dimensione spaziale all’eternità, l’abbiamo relegata in una sorta di distante galassia. Il mondo eterno non è un luogo ma un diverso stato di essere. Per chi è morto, anche il mondo del tempo è differente. Qui, siamo imprigionati in un tempo lineare; il passato è dimenticato, perduto, il futuro ci è ignoto. Per i defunti il tempo è completamente differente, poichè vivono nel cerchio dell’eternità. Il pensiero celtico non ha mai apprezzato la linea, ma ha sempre amato la forma circolare. All’interno del cerchio, inizio e fine sono fratelli, nel riparto che l’eterno offre all’unità dell’anno e della terra. Penso che nel mondo eterno il tempo sia diventato il circolo dell’eternità; forse, quando una persona raggiunge questo mondo, può guardare indietro a quello che qui chiamiamo passato e sapere tutto del futuro. Per i morti il presente è presenza totale; probabilmente i nostri amici defunti ci conoscono meglio di come abbiano mai potuto in vita; sanno tutto di noi, anche cose che possono deluderli. Ma, poichè sono trasfigurati, la loro comprensione e compassione sono proporzionate a tutto quanto sono venuti a sapere su di noi. La tradizione, antica, è ricca di racconti di persone morenti e del loro incontro con tutti i vecchi amici. Nel mondo eterno, tutto è uno; nello spazio spirituale non esiste distanza; nel tempo eterno tutto è ora, il tempo è presenza. Credo sia questo il significato della vita eterna, una vita in cui tutto quanto cerchiamo – bontà, unità, bellezza, verità e amore – non è lontano da noi, ma ci è completamente presente. La morte, la battaglia cruciale si combatte tra l’ego e l’anima. L’ego è il guscio protettivo che poniamo attorno alla nostra vita, è spaventato, è minacciato e tenace, agisce in modo soffocantemente protettivo ed è competitivo. L’anima, al contrario, non ha barriere. L’anima è un pellegrino in viaggio verso orizzonti infiniti. Non ci sono aree escluse, l’anima permea ogni cosa; essa è in contatto con la dimensione eterna del tempo e non ha paura di quanto accadrà.
Concludo pensando che non dovremmo lasciare che la vita ci faccia pressione, nè cedere il nostro “potere” a un sistema o ad altre persone, ma trattenere in noi la padronanza, l’equilibrio e la forza della nostra anima. Se nessuno può difenderci dalla morte, allora nessuno ha un potere reale, ma ogni potere è apparente, non è in grado di eliminare la morte. Non dovremmo mai credere che il mondo abbia potere su di noi, dal momento che non ha quello di allontanare la nostra morte. E’ invece in nostro “potere” trasfigurare la paura della morte; se impariamo a non temerla, comprenderemo che non dobbiamo temere nient’altro.
Vivi, finché vivo sarà il pensiero, o memoria, o ricordo. Ecco, il ricordo, dare una speranza ai vivi e una vita eterna ai morti, la vita dei morti sta nel ricordo dei vivi.
Chiudo con una deliziosa poesia/preghiera persiana del XIII secolo, di autore sconosciuto:
Qualche notte resta in piedi sino all’alba come fa talvolta la luna per il sole.
Sii un secchio pieno, fatto risalire per lo scuro percorso di un pozzo e innalzato alla luce.
Qualcosa fa aprire le nostre ali, qualcosa fa sparire tedio e sofferenza.
Qualcuno riempie la coppa di fronte a noi, gustiamo soltanto sacralità.

