LA VIA PER IL REGNO DEI MORTI

Chi per primo discese nel mondo dei morti? Sembrerebbe fosse Ulisse, come descritto nell’Odissea, nel libro XI dove troviamo l’ “evocazione dei morti”. Sarà la maga Circe ad indicare il luogo di accesso al regno dei morti:

CirceCome varcato l’Oceàno avrai,
ti appariranno i bassi lidi, e il folto
di pioppi eccelsi e d’infecondi salci
Bosco di Proserpìna: e a quella piaggia,
che l’Oceán gorghiprofondo batte,
ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.
Rupe ivi s’alza, presso cui due fiumi
s’urtan tra lor rumoreggiando, e uniti
nell’Acheronte cadono: Cocito,ramo di Stige, e Piriflegetonte.

L’arrivo di Ulisse (libro X):
Toccò la nave i gelidi confini
là ‘ve la gente de’ Cimmerî alberga,
cui nebbia e buio sempiterno involve.
Monti pel cielo stelleggiato, o scenda
lo sfavillante d’ôr sole non guarda
quegl’infelici popoli, che trista
circonda ognor pernizïosa notte.
Addotto in su l’arena il buon naviglio,
e il monto e la pecora sbarcati,
alla corrente dell’Oceano in riva
camminavam; finché venimmo ai lochi
che la dea c’insegnò.

Ulisse giunge così nel paese dei Cimmeri completamente avvolto nella nebbia, da qui discende nel regno dei morti per incontrare l’indovino Tiresia e interrogarlo sul proprio destino. Da qui potrà vedere le ombre dei morti: sono fantasmi, figure aeree, inafferrabili, tanto che, di fronte allo spirito della madre Anticlea dirà:

“E mi slanciai tre volte, il cuore mi obbligava a abbracciarla: / tre volte dalle mie mani, all’ombra simile o al sogno, / volò via” (XI, 206-207).

Enea e la Sibilla Cumana presso il Lago Averno, William Turner 1798 ca

La discesa nell’Averno di Enea, che grande influenza ebbe nella descrizione dell’Inferno della Divina Commedia, tanto che Dante sceglierà Virgilio come sua guida per la prima parte del viaggio, colloca Enea a Cuma, in Campania, dove consulta la Sibilla (la profetessa del dio Apollo) e insieme a lei scende agli Inferi attraverso il Lago Averno, per incontrare il padre Anchise. Attraversato il fiume Acheronte sulla barca di Caronte, Enea visita le varie regioni infernali, giungendo infine tra i beati nei Campi Elisi.

V’era una profonda grotta, immane di vasta apertura;
rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi,
sulla quale nessun volatile poteva impunemente dirigere
il corso con l’ali; tali esalazioni si levavano
effondendosi dalle oscure fauci alla volta del cielo.

[Da ciò i greci chiamarono il luogo con il nome d’Aorno.]

Qui dapprima la sacerdotessa collocò quattro giovenchi
dalle nere terga e versò vino sulla loro fronte,
e strappando dalla sommità del capo setole in mezzo alle corna,
le pose sui fuochi sacri, prima offerta votiva,
invocando con forza Ecate, potente nel cielo e nell’Erebo.

[…]

Ed ecco, alla soglia dei primi raggi del sole,
la terra mugghiò sotto i piedi, i gioghi delle selve
cominciarono a tremare, e sembrò che cagne ululassero
nell’ombra all’arrivo della dea. «Lontano, state lontano,
o profani» grida la veggente, «e allontanatevi da tutto il bosco;
e tu intraprendi la via, e strappa la spada dal fodero;
ora necessita coraggio, Enea, e animo fermo.»

Disse, ed entrò furente nell’antro aperto;
egli con impavidi passi s’affianca alla guida che avanza.
Dei, che governate le anime, Ombre silenti,
e Caos e Flegetonte, luoghi muti nella vasta notte,
concedetemi di dire quello che udii, e per vostra
volontà rivelare le cose sepolte nella profonda terra e nelle tenebre.

Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria
e per le vuote case di Dite e i vani regni:
quale il cammino nelle selve per l’incerta luna,
sotto un’avara luce, se Giove nasconde il cielo
nell’ombra, e la nera notte toglie il colore alle cose.

Proprio davanti al vestibolo, sull’orlo delle fauci dell’Orco,
il Pianto e gli Affanni vendicatori posero il loro covile;
vi abitano i pallidi Morbi e la triste Vecchiaia,
la Paura, e la Fame, cattiva consigliera, e la turpe Miseria,
terribili forme a vedersi, e la Morte, e il Dolore;
poi il Sonno, consanguineo della Morte, e i malvagi Piaceri
dell’animo, e sull’opposta soglia la Guerra apportatrice di lutto,
e i ferrei talami delle Eumenidi, e la folle Discordia,
intrecciata la chioma viperea di bende cruente.

[…]

Di qui la via che porta alle onde del tartareo Acheronte.
Qui un gorgo torbido di fango in vasta voragine
ribolle ed erutta in Cocito tutta la sabbia.

Orrendo nocchiero, custodisce queste acque e il fiume
Caronte, di squallore terribile, a cui una larga canizie
incolta invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma,
sordido pende dagli omeri annodato il mantello.

Egli spinge la barca con una pertica e governa le vele,
e trasporta i corpi sullo scafo di colore ferrigno,
vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiezza.

Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,
donne e uomini, i corpi privati della vita
di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,
e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:
quante nelle selve al primo freddo d’autunno
cadono scosse le foglie, o quanti dall’alto mare
uccelli s’addensano in terra, se la fredda stagione
li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.

Nella sua versione di Orfeo ed Euridice, Ovidio ci indica un luogo ben preciso da dove si accede al mondo dei morti: la porta del promontorio del Tènaro, in Laconia, lì si troverebbe una grotta, sacra a Poseidone (Nettuno), attraverso la quale si può accedere all’Ade. Orfeo vi accede per ricongiungersi alla moglie Euridice, morta per il morso di un serpente; confidando nel potere della sua arte, scende agli Inferi e persuade gli dei Ade e Persefone a lasciar libera Euridice.

[…] la giovane sposa,
mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo
di Naiadi, morí, morsa al tallone da un serpente.
A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta
del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,
non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro:
tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse
alla presenza di Persefone e del signore che regge
lo squallido regno dei morti.

Il Purgatorio compare per la prima volta come terzo luogo dell’Aldilà, regno intermedio tra Inferno, in basso, e Paradiso in alto, nel testo Il Purgatorio di San Patrizio, elaborato tra il XII e il XIII secolo dal monaco cistercense Enrico di Saltrey. Sarebbe stato proprio Gesù ad indicare al vescovo Patrizio (V secolo) una cavità tonda e oscura (il pozzo), dove chiunque avesse trascorso una notte e un giorno con spirito di vera penitenza sarebbe stato purgato da tutti i propri peccati, e avrebbe potuto vedere i tormenti dei dannati e le gioie dei beati. Superate una serie di prove, e completato il processo di purificazione, le anime giungono, attraverso uno strettissimo ponte apparentemente invalicabile (ultima prova da superare), al Paradiso terrestre, dove devono sostare ancora qualche tempo prima di poter essere ammessi al Paradiso.

La navigazione di San Brandano
Ne La Navigazione di San Brandano (composto tra il IX e il X da un ecclesiastico irlandese) descrive il viaggio di Brandano, l’uomo di Dio, e dei suoi compagni, alla ricerca della Terra Promessa dei Beati, di cui ha sentito parlare dal santo abate Barindo. Costruita una nave, i monaci si dirigono verso occidente, secondo le indicazioni di Barindo; la loro navigazione non segue però una rotta precisa, affidandosi piuttosto alla volontà di Dio; impiegheranno infatti sette anni prima di giungere al Paradiso terrestre, dopo aver visitato innumerevoli isole (tra cui l’Inferno e le isole Fortunate).

Questo luogo di passaggio, si trova su un’isola che alcuni studiosi avrebbero identificato con l’Islanda ricca di fenomeni vulcanici. Una terra popolata da fabbri che colpiscono la nave con proiettili incandescenti, scena che si ispira, probabilmente, all’episodio dei Ciclopi dell’Odissea e dell’Eneide e alla mitologia germanica. Per certi aspetti la scena ricorda il quadro di Brueghel il Vecchio, I quattro elementi.

Jan Brueghel il Vecchio I quattro elementi (Il Fuoco)

Seguiamo la navigazione di San Brandano
Trascorsi otto giorni, avvistarono un’isola a breve distanza, alquanto desolata, sassosa e cosparsa di detriti, senz’alberi e vegetazione, piena di fucine di fabbri. Il venerabile padre confidò ai frati: “Fratelli, vi confesso che quest’isola mi preoccupa, perché non voglio andarvi e neanche passarle vicino, ma il vento ci spinge proprio nella sua direzione”. Mentre la costeggiavano a non più di un tiro di pietra, sentivano rimbombare come tuoni i mantici che sbuffavano, e risuonare i colpi dei martelli sulle incudini e sul ferro. Udendo tale frastuono, il venerabile padre si armò del segno della Croce e lo fece nelle quattro direzioni, dicendo: “O Signore Gesù Cristo, salvaci da quest’isola!”.
L’uomo di Dio aveva appena pronunciato la sua invocazione, quando uno degli abitatori dell’isola uscì da una fucina, con l’aria di avere qualcosa da fare. Aveva l’aspetto di un selvaggio ed era annerito dal fuoco e dalla fuliggine. Vide i servi di Cristo vicino all’isola e rientrò subito nella fucina. L’uomo di Dio fece di nuovo il segno della Croce e disse ai frati: “Figlioli, issate ancora di più la vela, remate più in fretta che potete, fuggiamo da quell’isola!”.
Più presto che non si dica, il selvaggio aveva raggiunto di corsa la riva di fronte a loro, brandendo una tenaglia con cui stringeva un enorme blocco incandescente. Senza perdere un istante, lo scagliò verso i servi di Cristo, ma non li colpì: il proiettile passò oltre di circa uno stadio. Appena cadde nel mare, avvampò quasi fosse la lava di un vulcano e si alzò un gran fumo come da una fornace. L’uomo di Dio si allontanò di circa un miglio dal punto in cui era caduto il blocco, ma già tutti gli abitatori dell’isola erano accorsi sulla riva, armati di blocchi incandescenti. Li scagliavano in mare oltre i servi di Cristo, uno dopo l’altro, e rientravano nelle fucine ad arroventarne altri: sembrava ormai che tutta l’isola fosse diventata una fornace ardente, mentre il mare ribolliva come una pentola piena di carne che cuoce sul fuoco. E per tutta la giornata sentirono grida sinistre che si levavano dall’isola. […]

Finalmente riusciranno a lasciare l’isola
“Di nuovo sopraggiunse un vento favorevole in direzione sud. Si voltarono a guardare l’isola da lontano: il fumo era scomparso, ma la montagna eruttava fiamme su nel cielo, per poi esserne ricoperta, sino a sembrare tutta un unico rogo.”
Nella maggior parte delle culture il momento della morte è visto come un passaggio dalla vita sulla terra al mondo ultraterreno, che sia in un luogo sulla stessa terra o nelle sue profondità o anche nell’universo celeste. E’ naturale che tra i due mondi si presenti il problema di stabilire il confine che delimita le due diverse dimensioni. Ecco così che due figure sembrano indispensabili per controllare l’accesso a tale luogo: il guardiano e il traghettatore.

Cerbero di William Blake

Tra i guardiani il più celebre è sicuramente Cerbero. Compare per la prima volta nella Teogonia di Esiodo che lo descrive con 50 teste. Apollodoro, ce lo presenta con tre teste di cane, una coda di drago e teste di serpente lungo la schiena. Figlio di Tifone ed Echidna, condivide alcune particolarità dei fratelli Ortro (un cane mostruoso), Idra (serpente acquatico dalle molte teste); Chimera (una sorta di capra che sputava fiamme e con una coda di serpente). Nessuno entra e nessun defunto esce dall’Ade senza affrontare la furia famelica di Cerbero, posto a vigilare sulla sponda opposta del fiume infernale.

Niente deve distrarre Cerbero dal suo compito se non la forza astuta di Ercole, la musica di Orfeo e il ghiotto cibo offertogli dalla Sibilla Cumana. Ad Ercole infatti, in una delle sue fatiche, fu chiesto di catturare Cerbero e condurlo sulla terra senza usare clave e frecce. Ercole si recò presso l’Acheronte e lo afferrò per la gola, dalla quale spuntavano tre teste ricoperte di serpenti, riuscendo quasi a soffocarlo; così Ercole attraversò il fiume, e trascinò Cerbero sulla terra, forse attrverso un sentiero sotterraneo che conduce alla grotta di Acona, presso Mariandine sul Mar Nero. Non appena Ercole ebbe condotto Cerbero a Micene, Euristeo, intento a celebrare un sacrificio, gli porse la porzione destinata agli schiavi; Ercole offeso uccise tre dei figli di Euristeo: Perimede, Euribio ed Euripilo, infine ricondusse Cerbero nel Tartaro.

Orfeo, che discese nel Tartaro con la speranza di riportare Euridice sulla terra, si servì del passaggio che si apre ad Aorno in Tesprozia e, al suo arrivo nell’Oltretomba, non soltanto incantò Cerbero ma anche il traghettatore Caronte e i tre giudici dei morti con la sua musica dolce e lamentosa, ma fece cessare temporaneamente le torture dei dannati e placò il duro cuore di Ade tanto da indurlo a restituire Euridice al mondo dei vivi.

La Sibilla Cumana dovette prendere il mostro per la gola e forse è questo il motivo per cui nella tradizione medievale era talvolta interpretato come immagine del peccato di gola:

“L’enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all’antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l’afferra e sdraiato per terra illanguidisce l’immane dorso e smisurato si stende in tutto l’antro. Enea sorpassa l’entrata essendo il custode sommerso nel sonno profondo”. (Eneide 417-425)

Vorace e divoratore, accecato dalla golosità (come, appunto, la Sibilla Cumana ben sapeva) tanto che Dante lo pone alle porte dell’inferno dove il terzo cerchio vede condannati proprio i golosi. Dante lo descrive con gli occhi vermigli per l’avidità, con il ventre largo per la voracità e con le zampe artigliate per afferrare il cibo. Appena vede i due poeti si avventa contro di loro, ma Virgilio gli getta in gola una manciata di terra che placa la sua fame, sottolineando la sua ingordigia senza limite.

Esaminate da Cerbero, le anime vengono consegnate al traghettatore Caronte che, figlio di Erebo e della Notte, ha il compito di trasportare i morti da una riva all’altra del fiume Acheronte, ma solo se i loro cadaveri hanno ricevuto gli onori funebri e si presentano con un obolo per pagare il viaggio; chi non ha questi requisiti è costretto a errare in eterno senza pace tra le nebbie del fiume.

Caronte, illustrazione di Gustave Doré

Le due opere più significative in cui troviamo la figura di Caronte sono sicuramente l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante.
Virgilio lo descrive nel libro VI dell’Eneide, durante la discesa agli Inferi di Enea: è un vecchio dall’aspetto squallido, che fa salire sulla sua barca le anime dei defunti ma lascia sulla riva gli insepolti. Il Caronte virgiliano si oppone al passaggio di Enea, ma la Sibilla che gli fa da guida lo convince mostrandogli il ramo d’oro da offrire a Proserpina, la regina degli Inferi moglie di Plutone.

“Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato […] Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno.”

Il Caronte dantesco, a differenza di quello virgiliano, traghetta solo le anime dannate e condannate all’inferno; altre sono destinate al Purgatorio trasportate da un angelo nocchiero che le raccoglie alla foce del Tevere. La demonizzazione di Caronte da parte di Dante rientra nell’uso tipicamente medievale di reinterpretare in chiave cristiana le divinità pagane, per cui quelle degli Inferi diventavano altrettante figure diaboliche, in qualche caso con notevoli trasformazioni.

Dante ci descrive Caronte come un vecchio coperto di barba bianca, con gli occhi circondati da fiamme, che minaccia severi castighi ai dannati e li fa salire sulla sua barca, battendole col remo:

“Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia” 

Non sempre il guardiano e il traghettatore sono due figure distinte, per esempio, nella mitologia etrusca troviamo Charun (il nome corrisponde alla figura di Caronte). Charun lo troviamo rappresentato su pitture tombali, sarcofagi, urne e vasi sepolcrali; è assai diverso dal Caronte greco: Charun accompagna i defunti nell’ultimo viaggio a piedi, a cavallo, su carro verso l’oltretomba, strappandoli al saluto dei propri cari e scortandoli verso la loro meta finale. Come accennavo, ha spesso anche la funzione di guardiano delle porte dell’Ade.  Come Cerbero ha dei serpenti attorno alle braccia, probabilmente perché, come i serpenti, sono in contatto con le profondità della terra; impugna un martello che alcuni studiosi ritengono servisse per chiudere i chiavistelli delle porte dell’Ade, impedendo così ai defunti di tornare indietro; secondo potrebbe però essere interpretato anche in correlazione al mito etrusco che attribuiva alla dea Atharpa l’atto di configgere con un martello un chiodo per fissare immutabilmente il destino degli uomini.

 

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