RIFLESSIONI SULLA KITAB AF-FUTUWAH(LA CAVALLERIA ARABA) VISTA DA HAMMER PURGSTALL

di Maurizio Santi

Questo articolo sulla Cavalleria Araba apparve in “Journal Asiatique” nell’anno 1849 pag. 5 e sg. a firma di Hammer Purgstall.  Joseph Freiherr von Hammer-Purgstall – nato 9 giugno 1774 a Graz e morto 23 novembre 1856 a Vienna è stato un diplomatico e orientalista austriaco. È noto per essere stato traduttore di letterature islamiche orientali e considerato come uno dei fondatori degli studi scientifici sull’Impero ottomano, così scriveva:

“Senza voler approfondire le argomentazioni che riguardano l’influenza della poesia araba sulla poesia provenzale esposte da M. Fauriel nella sua storia di quest’ultima, ci limiteremo qui a sviluppare un solo punto della sua eccellente opera. Questo punto – per la storia della cavalleria araba – è molto più importante della nota citata da M. Fauriel, dell’opera di Conde, sui Morabitun. Si tratta dell’osservazione che fa sulle differenti forme del verbo galab e galeba, la cui parola araba si presta in modo molto semplice a tutte le variazioni che i Provenzali le hanno attribuito. I Provenzali – dice M. Fauriel – intendono con galaubia quella disposizione, quella specie di esaltazione che porta un uomo a cercare la gloria, la fama, particolarmente quella della bravura e delle armi, a fare tutti gli sforzi possibili per disputare con quelli che hanno le stesse pretese. Galaubier era sinonimo di valoroso, di prode cavalleresco. Il verbo arabo galebe significa, come spiega il dizionario di Freytag: praevaluit, superior fuit; e il participio galib:superior, praepollens, vincens. I due primi significati sono giusti, ma non il terzo. Il Kamus spiega la parola galebe o galabia, come l’azione di cavare qualcosa dalle mani di qualcuno, o d’impadronirsene con la forza. Le forme citate nel Kamus della radice galebe sono numerose quante quelle dei Provenzali, citate da M. Fauriel. Il Kamus dà quelle di galebe, galib, galabia, galeba, agleb. Quanto alla forma galib, il senso è talmente noto che il Kamus non lo spiega neanche. Il senso di vincitore con il quale questa parola è stata fin’ora tradotta dalla maggior parte degli orientalisti, non è il senso proprio e primitivo, poiché la radice non ha altri sensi che quello di rendersi superiore e impadronirsi di qualche cosa. Anche il primo e secondo verso della sura XXX del Corano sono generalmente tradotti: i Greci sono stati vinti, vinceranno a loro volta; ma sarebbe più giusto tradurre: i Greci sono stati soggiogati, soggiogheranno a loro volta. (nella traduzione del Corano a cui ci siamo costantemente riferiti nell’opera la parola Greci è tradotta con Romani) La parola galib non deve tradursi con vincitore nel versetto della sura XII del Corano, ma piuttosto come l’ha tradotta Maraccius; Deus est praevalens super negotium suum. Per questo tutti i viaggiatori di Andalusia tradussero male l’emblema del re della dinastia di Ahmer, che si ritrova spesso ripetuto sui muri dell’Alhambra: La galib illa Allàh, con: non c’è vincitore che Dio, Il vero senso è: non c’è Dio che prevale. Se il participio del verbo prevalere non è recepito come aggettivo, soltanto la parola prevalente può rendere giustamente il senso della parola galib. Galib è uno dei nomi di Alì, ma appartiene probabilmente (come ha notato il commentatore turco Moustakim-Zadè) allo sharif Morthada, morto nel 436 / 1044. L’opinione generalmente accettata, che questo canzoniere è un’opera del genero del Profeta, ha origine nell’idea del poeta di far parlare, nella maggior parte delle sue poesie, il genero del Profeta a nome suo, ricordando le sue gesta e indirizzando consigli ai suoi figli. La parte in cui la parola galib è l’equivalente del nome Alì, si trova a pag. 114, dell’edizione del Cairo del 1225 / 1810. Trattandosi di due soli distici, li daremo qui di seguito in traduzione, traducendo la parola galib con eroe, quantunque – come dimostreremo – è tradotto più precisamente dalla parola cavaliere. “Vi invio la spada l’eroe della vostra epopea; Essa colpisce sino alla fine poiché compie il destino; Taglia spalle e crani, Rendele vertebre diafane, protegge i generali Gli squadroni negli assalti”. La parola galib ci serve qui  – in quanto nome di Alì – come passaggio alla parola fata, con cui il Profeta ha definito per eccellenza suo genero, nella battaglia di ‘Ud. Questa parola è generalmente tradotta con vincitore, mentre dovrebbe essere tradotta con cavaliere. Il commentario del canzoniere citato prima ci insegna che il Profeta aveva sentito pronunciare da Gabriele mentre ascendeva al cielo dopo la battaglia di ‘Ud, le seguenti parole: “non c’è spada che du-l faqar” (nome della spada di ‘Alì) né fata (cavaliere) che ‘Alì. Questa sentenza, che si trova incisa su molte lame di Damasco, è stata tradotta, fino a oggi: non c’è spada che zul fakar né eroi che ‘Alì. Questa traduzione è inesatta come quella che rende galib con vincitore. Fata significa, secondo il dizionario di Freytag: adolescens liberalis, generosus tum munificentia tum indole. La stessa spiegazione è data dal Kamus: “è un fata, cioè un giovane liberale, generoso, bravo, coraggioso”. Queste qualità sono assolutamente quelle di un cavaliere, soprattutto nei suoi rapporti con le dame e nelle sue galanterie d’amore, proprie alla gioventù. L’autorità del dizionario non basterebbe comunque, senza altre prove, a dimostrare che la parola giusta per tradurre fata sia quella di cavaliere. La parola eroe, con la quale, in mancanza di meglio, si è tradotto fino a oggi la parola araba fata, non ne rende il senso; per esprimere il valore di un eroe, gli Arabi hanno una mezza dozzina di sinonimi, come battal – il battagliero –  karì, himmam, dhargam, ghadanfar, e tra la mezza dozzina di sinonimi ai quali l’indice latino del dizionario di Fraytag si riferisce, non c’è quello di fata, il sostantivo futura è tratto dalla stessa radice, non deve essere tradotto con eroismo , ma piuttosto con cavalleria. Il Kamus (t. III. P.895) lo spiega con generosità, liberalità, valore . Il Ta’rifat di Jourjani aggiunge al senso di libertà e a quello di generosità, l’accezione mistica della parola: l’influenza dell’anima sulle creature in questo mondo e nell’altro. Questo significato mistico non riguarda l’oggetto della nostra ricerca, mentre teniamo ad approfondire il senso della parola in rapporto a tutte le qualità di un cavaliere e proveremo con fatti storici che la parola Futuwah non ha altri sensi che quello di cavalleria, e indica un’istituzione araba che aveva le sue forme di recezione come la cavalleria europea, con le differenze eventuali tra il genio dei popoli d’Oriente e quello dei popoli d’Occidente, differenze di cui M.Fauriel ha già tenuto conto. La Futuwah era un’istituzione di cavalleria religiosa, con la quale il grado di fata cioè di cavaliere, era conferito, non da principi, ma dagli shaik, solennità alla quale si legavano banchetti e buona tavola, cose a cui i cavalieri europei del medioevo non erano meno sensibili. Il Califfo di Baghdad an-Nasir ibn am-Mustadì, il cui lungo regno di quarantacinque anni abbraccia il periodo 1180 – 1225 dell’era cristiana, era uno dei principi più romanzeschi e cavallereschi di cui la storia orientale faccia menzione; la storia di abu-l-Fidà e le tavolette cronologiche di Hagi Kalfa menzionano due volte la futuwah: per il grado di cavaliere conferito la prima volta nell’anno 578 / 1182: e per il Califfo an-Nasir rivestito dell’abito della cavalleria dallo shaik Abdul Jabbar. Questa cerimonia era accompagnata da un brindisi bevuto nella coppa della cavalleria (Kas-ul-futuwah). Questo passaggio, estremamente importante per la storia della cavalleria, dà allo stesso tempo la spiegazione più naturale della coppa del Graal, il vaso meraviglioso, consegnato alla custodia dei Templari e al quale essi hanno dato un senso gnostico, come le iscrizioni arabe di questi vasi provano. La parola Graal è forse una corruzione della parola araba ak-kas, con l’articolo che la precede. Qualunque ne sia l’etimologia, non c’è dubbio che la coppa del santo Graal sia da ricercare nella coppa della cavalleria araba, kas-ul-futuwah. Resta da sapere quale era il vestito della cavalleria, di cui il cavaliere era rivestito. Questo non era una corazza, né, come si potrebbe credere, un mantello, ma erano delle brache, come abu-I-Fidà dice espressamente in due parti. “In questo anno 607 (1210), arrivarono gli ambasciatori del Califfo presso i reggenti delle province, per bere alla sua salute nella coppa della cavalleria e per tirare con la balestra secondo il metodo del Califfo”. Poi nell’anno della morte dello stesso Califfo, nel 622 / 1225: “Impiegò ogni cura nel rivestire le brache della cavalleria e permise solo gli archi del suo tipo”. L’atto dell’elevazione al grado di cavaliere era dunque accompagnato, non solamente da un brindisi nella coppa della cavalleria, ma anche da esercizi ginnici propri del mestiere di cavaliere; e il grado di cavaliere, che era originalmente un’istituzione religiosa della guerra santa (come M. Fauriel ha ben sottolineato), partecipava anche, come nello spirito della cavalleria europea, al piacere della coppa e degli esercizi del corpo. Il tempo trascorso tra la morte del Profeta, che dichiarava, per bocca di Gabriele, il genero ‘Alì cavaliere per eccellenza alla battaglia di ‘Ud (2,3 7 624), e le ambasciate del Califfo an-Nasir (607 / 1210), abbraccia sei secoli, in modo che la cavalleria araba è quattro secoli più antica di quella europea, il cui tempo migliore cominciò e finì con le crociate. Dobbiamo sottolineare che il Califfo an-Nasirera  contemporaneo di Saladino, al quale aveva inviato un diploma di principe, un anno prima di aver ricevuto il grado di cavaliere  dallo shaik Abdul Jabbar. Il tempo di Saladino, Riccardo Cuor di Leone, del duca Leopoldo d’Austria e del re Filippo Augusto, cioè la fine del XII° secolo è l’epopea più bella della cavalleria cristiana. Quest’epoca, che data dalla fondazione dei Templari, dopo la presa di Gerusalemme, vide il suo apogeo cento anni dopo, con la presa di Acri da parte dei crociati, e finì con la perdita di questo luogo e l’evacuazione di tutta la Siria, nel 690 / 1291. Le due capitali del Califfato, in Oriente e in Occidente, erano Baghdad e Cordova. La fondazione della prima di queste città, e le prime costruzioni dei califfi andalusi nella seconda, sono contemporanee, am-Mansur, il grande ciambellano di Hisham, è considerato da M. Fauriel (t. III. P. 322), a ragione, come l’ideale del carattere dei sentimenti cavallereschi; ma, prima di lui, il Califfato aveva fiorito per due secoli in Spagna, e, dopo la fine delle crociate, lo spirito cavalleresco continuò ancora in Egitto fino alla fine della dinastia dei Mamelucchi Bahariti nel 784 / 1382. La cavalleria araba era dunque molto più vivace della cavalleria europea, il cui termine più lungo non supera i tre secoli. M. Fauriel dice che le più antiche vestigia di queste due cavallerie si trovano presso gli Arabi di Andalusia, e che i fatti sono da ricercare diffusamente nella letteratura araba, ancora troppo sconosciuta: L’opera principale nella cercare i riferimenti sullo spirito cavalleresco dei primio due secoli, sia in Asia che in Europa, è lo al-Ikd di ibn abd Rabbi, morto nel 328 / 939, poi le opere storiche di Tabari e di Masudi. Le storie del califfato di Soyutì e il Gulcheni Khulefà, stampato a Costantinopoli, non contengono nulla sulle cerimonie cavalleresche del Califfo an-Nasir; ma forse si trova qualcosa nelle storie di ibn al-Esir, ibn-ul-Kesir e altre opere contenute nella biblioteca di Parigi. Per ciò che concerne i sentimenti cavallereschi di onore, valore, generosità, delicatezza e riguardo verso le dame, abbondano nei poemi antichi degli Arabi e soprattutto nelle due Hamasa, la grande abu-Tamman e la piccola ab-Buturi, che meriterebbe le attenzioni di un editore e di un traduttore. Siccome ‘Alì è il fiore e il prototipo dei cavalieri arabi, e Galib, cioè colui che prevale, è uno dei suoi nomi, il legame che c’è tra le idee e i sentimenti di cavalleria, collegate dai Provenzali alle differenti forme di galoubiè, e il nome del primo cavaliere dell’Islam, salta agli occhi”. 

Una considerazione attenta, quale espressione di maturità e consapevolezza nell’esercizio del pensiero, che richiede ampia riflessione, ponderatamente a meditazione e osservazione, porta a ricordare un libro/trattato ricco di profonde riflessioni. Nel X secolo abu ‘Abd ar-Rahman as-Sulami scrisse un trattato il “Libro della Cavalleria” esattamente “Kitab af-futuwah”, che è un trattato di cavalleria, cioè una raccolta di insegnamenti o semplicemente di memorie dell’insieme delle tradizioni, costumi e pratiche che costituiscono il codice della vita cavalleresca nell’Islàm. Trattasi della cavalleria “pensata” nel suo senso spirituale ed etico; di una delle vie  che può condurre alla realizzazione esistenziale dell’Islàm. L’aspetto militare o marziale della cavalleria, anche se vivo nella tradizione musulmana, non è trattato. Infatti nell’Islàm e nel Cristianesimo, e anche in altre tradizioni, l’iniziazione guerriera è in stretto rapporto con l’iniziazione spirituale e l’iniziazione di mestiere. Le implicazioni, soprattutto, spirituali della nozione di Futuwah, termine che proviene essenzialmente dal lessico tecnico del sufismo. E’ però importante ricordare che detto termine (futuwah), si applicava anche a delle organizzazioni che si sono manifestate nei vari secoli sotto forme diverse. Questi testi di saggezza sufica, raccolti da Sulami e da altri suoi contemporanei, acquisirono grande importanza e reputazione, e iniziarono persino ad essere usati nelle moschee, dove in precedenza solo gli Hadit e il Corano era stato insegnato. Una dichiarazione di fede la esprime nella preghiera il cavaliere, da recitare alla fine di ogni preghiera rituale: “Nel nome di Allah il Clemente e il Misericordioso, mi impegno a rispettare i dettami del Santo Corano e il Codice del Cavaliere dell’Ordine “Dhu l-fiqar”… (è la famosa spada a due punte che Maometto donò al cugino/genero ‘Alì)”. Anche nel Corano (Sura 1):

“Il Cavaliere è testimone che non c’è divinità se non Allah e che Muhammad è il Suo Messaggero. Si prostra in adorazione di Allah, il clemente, il misericordioso, ne pronuncia e loda i nomi in ogni momento e ne chiede l’aiuto per percorrere la diritta via di quelli pieni della Sua grazia”. 

Quanto sopra riportato rappresenta una realtà “morale e spirituale del cavaliere”, da ritenersi pertinente alla filosofia sufistica, o riconducibile ai caratteri che la definiscono. E’ una testimonianza che serba nell’intimo i più grandis dei mysterium. Il mistero originarius e generatoris, da cui il Cavaliere trae la luce per illuminare il suo giusto sentiero che altrimenti sarebbe buio, irto di inganni, allontanando e distraendo dal vero, inducendo in errore. Il Cavaliere rifiuta o corregge affermazioni, da cui derivano comportamenti errati, credendo profondamente nella verità, testimoniati dal vero messaggero Mohammad che, quale Cavaliere supremo del Signore dei mondi è stato inviato per nobilitarli. La spada sarà blandita dalla fede e dall’umiltà, presupposto e condizione dalla cui esistenza o fondatezza dipende il conseguimento e il presupposto per avvicinarsi maggiormente all’”essenza”, sulla via dei sette cieli e della contemplazione, quale vigile applicazione o concentrazione della mente e dei sensi nell’attesa interiore per poter cogliere la discesa della “grazia divina”. Hammer parla anche dei Templari nel suo articolo apparso in “Journal Asiatique”, molto interessante, relativamente alla cavalleria araba, ma gli Assassini e i Templari non possono essere rappresentati, se non in parte, nella Kitab af-futuwah, perché incompleta nella descrizione del dovere del cavaliere. Ricordiamoci che detto trattato parla di un “praticato di forma ed esperienza”  bellissime: verità, lealtà generosità, nobiltà d’animo, dolcezza, rispettare la propria parola, trattare con benevolenza famiglia e servitori, rigettare lontano da sé ogni rancore ecc.ecc. Lo definirei un trattato unico, mi ripeto bellissimo, se si accetta come sublimi definizioni o dimensioni mistiche dell’Islàm dei Sufi, volto al raggiungimento della perfezione interiore mediante l’ascesi di vita, di costumi, abitudini rigide e austere. Quindi il sufismo nell’islamismo è la pratica ascetico religiosa, e la stessa morale ordinaria a base religiosa tendente, attraverso tappe successive, percorse sotto la guida di un maestro, all’unione mistica con la divinità. I trattati sulla cavalleria come il “De Laude Novae Militiae” di San Bernardo di Chiaravalle, o il “Lìbre del Orde de Cavalleria” del Beato maiorchino Raimondo Lullo, sono trattati, naturalmente, che non hanno pretese esaustive dell’argomento, ma più che altro il valore, tipico della cultura medioevale, di una summa, in cui sono rappresentati gli aspetti spirituali, etici e tecnici, Si tratta pertanto di documenti essenziali, per la comprensione completa dell’universo culturale, spirituale e guerresco della cavalleria. San Bernardo nel “De Laude Novae Militiae”, elaborato con cura e diligenza da preziosità formali, stilistiche e soprattutto spirituali per i Monaci/Cavalieri Templari. Anche il Beato Raimondo Lullo si è espresso con chiarezza e precisione, inequivocabile. In questi due scritti, il primo di San Bernardo, e il secondo del Beato Raimondo Lullo, si dovrà leggere “fortemente” fra le poche righe, un significato “superiore”, essendo queste nozioni tradizionali. La Cavalleria è rivificazione interiore con il ricordo di Lui, e rivificazione esteriore con la conformità alle prescrizioni divine. Lui ha creato la coscienza dell’uomo e ha fatto si che la vita spirituale di questo dipende dal Suo ricordo. Ha creato ciò che è visibile e ha fatto si che la vita dipenda dalla conformità alla Sua volontà. Ha creato il mondo e ha fatto si che non si possa uscirne che abbandonando ciò che vi si trova; ha creato l’aldilà e ha permesso di trarne gioia solo a quelli che in questo mondo hanno operato per Lui. La Cavalleria è che il servitore di Dio abbia una coscienza vigile dei suoi stati spirituali (esoterismo, neoplatonismo e gnosticismo) e di ciascuno dei suoi soffi (o pensieri), vegliando per non sprecarli, e attenersi fermamente alla verità, lontano da ogni falsa prospettiva, non attaccarsi alla propria esistenza serena; ad immagine dei sette pianeti che sono corpi celesti e governano ed ordinano le cose terrene, per dimostrare che i Cavalieri per onore e potere stanno al di sopra del popolo. Si può parlare anche di leggenda, ma sono le basi della cavalleria “celeste” creatrice della cavalleria terrena Occidentale, con le sue regole materiali e soprattutto spirituali. Chi ha esplorato i giardini dell’anima e chi ha costruito le architetture della mente, ognuna di queste ha agito nel bene, nella ricerca del senso della vita. In realtà non vi è separazione tra questi due mondi, pur appartenenti a “dimensioni diverse”, essi sono l’espressione della grandezza, potenziale, dell’uomo, è come se il nostro essere si espandesse all’infinito in due universi, uno fisico materiale, e l’altro metafisico spirituale. Occidente e Oriente, liberando con le “ali della virtù iniziatica” le idee dal substrato della coscienza materiale (l’oscura terra interiore che ci divide) ci si riappropria dell'”energia vitale” che le sosteneva, impiegandola nella tradizione. Ognuno vive, magari inconsapevolmente, tra diversi piani di sensibilità, chiamati dalla scienza attuale: conscio, subconscio, superconscio o se si vuole anima. I termini sono solo convenzioni. L’importante non sono i termini che si usano ma l’impegno (l’Arte) di divenire sé stessi e riappropriandosi di ciò che si è veramente, oltre ogni forma ed ogni convenzione. Una via alla realizzazione esistenziale sui disvalori dell’ora presente, ma le idee di cui essi si fecero portavoce, rimangono immutate, nell’eternità della verità. Si sono sciolti, come neve al sole, non è possibile rimediare al passato, però da questo trarne insegnamento dalla “tradizione” si; essere ad esempio a questo mondo povero di riferimenti e dimentico delle fondamentali “verità” dell’esistenza. Un cavaliere non serve un uomo ma un principio, e questi non possono perire: il sacrificio di un Cavaliere, nella “tradizione”, suggella la sua eternità. Infatti la cognizione fondamentale paragonabile, o identificabile, con l’idea o col concetto “tradizionale” restano millenari, a dimostrare, raffigurare e delineare una vera risposta alla superficialità e collettivo smarrimento, o “vuoto contemporaneo/globalizzante” che assopisce in una violenza imperanti, dominante e condizionante per le azioni di tutti.

 

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