SAN BERNARDO-UGO DÈ PAGANI e il “DE LAUDE NOVAE MILITIAE” (prima parte)

SAN BERNARDO-UGO DÈ PAGANI e il “DE LAUDE NOVAE MILITIAE”
(L’Elogio della Nuova Cavalleria)

A cura di Maurizio Santi

 Il “De Laude” sicuramente scritto subito dopo l’anno 1128 da San Bernardo, ebbe un indirizzo ben preciso da parte anche di Ugone de’ Pagani, il quale proprio con il Santo e altri nobili, già da tempo si erano preparati alla creazione di questa Confraternita di Monaci Cavalieri. A dispetto del titolo, il trattato non è da considerarsi un testo celebrativo, ma esortativo. Dal testo e dal contesto si ricava che Bernardo ha inteso esporre un ideale di vita. Facciamo un passo indietro e ricordiamoci il tempo che questi uomini dedicarono agli scavi nelle antiche scuderie di Re Salomone. Erano in dieci i primi Cavalieri, ma purtroppo in combattimento venne ferito gravemente il cugino di Ugone de’ Pagani, Alessandro (anno 1103) figlio di Leonardo Amarilli di Rossano Calabro, che dopo pochi giorni di agonia passò a migliore vita. Nel frattempo altri Cavalieri presenti in Terra Santa si erano uniti al gruppo storico. Il futuro I° Gran Maestro aveva bisogno di un discorso di esortazione per i suoi compagni d’arme, e chi meglio di un uomo di valore della Santa Chiesa Romana, come Bernardo da Chiaravalle, poteva “chiamare a combattere il giusto combattimento”. Il “De Laude” rientra fra quelle poche opere che, trascendendo non solo la storia spirituale del loro autore, ma perfino la loro epoca e addirittura le strutture storico-culturali che le hanno prodotte, hanno creato le categorie essenziali del pensiero e sono, pertanto, diventate quasi paradigmi, ai quali è necessario continuamente riferirsi per capire non solo il passato, ma anche il presente della nostra storia “spiritualecavalleresca”. Certamente per capire l’uomo Bernardo, Ugone e i Cavalieri Templari, nella loro interezza e nella loro completezza di istanze e di interessi, la lettura “L’Elogio della Nuova Cavalleria” insieme alla Regola della Sacra Milizia forse giova di più. Perché – e questo è il punto da tenere ben presente – ha un raggio che, ben al di là del mondo del Santo, giunge a noi uomini d’oggi proprio con la creazione, o meglio con la fondazione di un concetto che, a seconda che sia accettato o respinto, qualifica il senso che l’uomo è disposto a dare a se stesso e alla sua esistenza. In breve Bernardo, Ugone e i Templari creano, o comunque certamente “fondano” (per quel tempo e quelle situazioni) il concetto di “anima” ed operano un rovesciamento di valori, che fu rivoluzionario per “l’antichità”, ma che resta strutturalmente tale anche oggi.

Ugo dé Pagani_(Versailles)

E, certo, chi legge il “De Laude”, dopo tanti secoli di storia e di acquisizioni spirituali potrà credere di leggere cose quasi ovvie: cose che gli sono state rese familiari dalla dottrina cristiana. Ma è precisamente questo che, in questo nostro “dialogo”, ci siamo riproposti come meta essenziale: far capire come quei concetti che usiamo perfino nel quotidiano, e ci paiono ovvi e comprensibilissimi, viceversa non sono mai stati approfonditi e restano quindi incomprensibili. Insomma: mentre certe opere non si intendono più, nel loro senso storico, per la eccessiva lontananza delle loro categorie spirituali, il De Laude Novae Militiae, La Regola, gli Statuti e aggiungerei, anche se non legata tale pubblicazione ai Templari ma alla Cavalleria secolare, Il Libro dell’Ordine della Cavalleria, scritto circa nell’anno 1275, dal beato Raimondo Lullo, come San Bernardo di nobile famiglia ed entrambi a conoscenza molto bene della Cavalleria così detta nobiliare, rischiano (e così è stato, visto che nessuno conosce ma in molti improvvisano) di essere intesi proprio all’opposto nel pensiero cavalleresco “odierno”. “Cosa importa se non siamo amati, non siamo noi uomini che debbono essere amati, se non da Dio, noi abbiamo altre cose da fare: Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da Gloriam, siamo uomini divenuti molto più che noi stessi e per questo noi dobbiamo amare, siamo simboli di un atteggiamento e di un universo nuovo ci scrive anche l’Abate Bernardo. Non abbiamo il diritto di essere amati siamo Templari”, così parlava Ugone de’ Pagani. Il più celebrato resoconto è di Giacomo di Vitry, anche se anni dopo, così ne conferma la particolarità: “Così essi diventarono talmente terribili contro i nemici della fede in Cristo, che uno di loro chiese di mettere in fuga mille nemici, e due di loro diecimila, e quando venivano chiamati alle armi non chiedevano quanti fossero i nemici, ma dove fossero. In guerra erano leoni ed a casa mansueti come agnelli; In campo erano feroci soldati, in chiesa erano come eremiti o monaci; con i nemici di Cristo erano duri e selvaggi, ma gentili e benevoli con i Cristiani”. In effetti i Templari pensavano in termini di anima e corpo ed hanno ravvisato nell’anima la parte migliore di sé, in quanto sede di intelligenza e di volere e, dunque, sede dei valori intellettuali e morali, riconoscendo in essa la parte destinata a sopravvivere alla morte del corpo e a non perire. Gli stessi “materialisti” schierati contro i Templari, negatori dell’esistenza di ogni “realtà spirituale”, non hanno potuto sottrarsi a questa concezione, perché hanno necessariamente dovuto fare i conti con essa, sia pure al fine di tentare di distruggerla; ma in tal modo, fatalmente hanno dimensionato i loro sistemi in maniera tale che questa concezione doveva risultare condizionante. Questa calda atmosfera di amicizia e di affetto fraterno dei Cavalieri dalla Croce Vermiglia, è una nota caratteristica che accompagna tutto il loro confrontarsi. Ugone de’ Pagani lo tiene ben presente, al fine di fare intendere ai suoi nobili Cavalieri il particolarissimo clima del “De Laude” (che è tanto diverso da quello di molti altri “dialoghi”): non assisteremo a scontri fra uomini che intendono in modo opposto la vita e il suo significato, ma a confronti fra uomini che consentono o che vogliono consentire sulle supreme verità della vita, e credono sempre più a fondo alle medesime, come coloro che fanno parte della nuova Cavalleria dell’Abate Commendatario Templare Bernardo da Chiaravalle. E poiché Ugone parla a uomini ai quali è ben familiare il suo pensiero, ben si comprende perché egli , spesso, accenni a particolari scoperte, senza introdurle e spiegarle (almeno per il momento ai nuovi) diffusamente, giacché le da come già note, o in parte già note ai suoi Confratelli cofondatori. Di questo fatto si avvale per realizzare un tipo di procedimento particolarissimo: accoglie gli iniziati (come era uso in molti Ordini Cavallereschi) e gli vengono subito rivelate le “supreme verità” (solo ai Monaci Cavalieri), il cui senso gli viene poi chiarito secondo una dimensione, la quale cresce continuamente, via via che il discorso procede. Tutto ciò costituisce come un grandioso prologo, che, in certo senso, contiene già per intero, in sintesi, i nuclei essenziali del messaggio etico e religioso, Ugone e Bernardo, Monaco e Cavaliere. Il tema dominante non è ancora l’immortalità dell’anima, ma è il senso della vita e della morte. La vera vita – la vita spirituale – viene presentata come esercizio e attesa di morte, come tentativo di liberazione dai lacci del corpo e del corporeo e come aspirazione a diventare anima pura, spirito puro. La vita di questo mondo viene dunque presentata come attesa e preparazione dell’altra nell’altro “mondo”. In alcuni templari si raggiunse i più alti livelli di quel colmarsi dell’anima con il sentimento del mistero della “Croce”, con tutto ciò che è connesso al mistero cristiano. Nei Templari divenne forte ed intensa la loro unione con il Cristo. Questo intero coinvolgimento con il Cristo in alcuni portò una intera metamorfosi nella loro vita animica che molte volte portò le loro anime fuori dai corpi, facendole vivere nei mondi spirituali così da avere una iniziazione cristiana. Nelle regole scritte e soprattutto in quelle non scritte dell’Ordine era espresso che i Cavalieri non dovevano pensare che a colmare i loro cuori, le loro anime del sacro mistero della Croce, e al modo di servire con ogni goccia del loro sangue alla “causa” dei luoghi santi. In ogni momento della loro vita essi dovevano pensare e sentire di appartenere interamente a quel còmpito e di non tralasciare nessuno sforzo per realizzarlo, con tutta la forza di cui ognuno di loro poteva disporre. Il loro sangue non doveva più appartenere a loro stessi, ma esclusivamente a quella loro missione. In ogni istante della loro vita dovevano tener presente che il sangue nelle loro vene non apparteneva a loro personalmente, ma al loro grande còmpito spirituale. Si poneva a quegli uomini un còmpito grande, tremendo, non tanto al loro pensiero, quanto a un profondo sentire: un còmpito consistente nel rafforzare la loro vita interiore individuale, personale, solo al fine di far interamente confluire quella singola vita dell’anima nella corrente continua dell’evoluzione cristiana. Questa era, per così dire, la stella che illuminava la via dei Templari, in ogni loro pensiero, in ogni loro sentimento, in ogni loro azione. Questo rappresentava un impulso affidato a certe anime, un impulso che, continuando a operare dopo l’estensione della Sacra Milizia del Tempio da Gerusalemme a tutti i paesi europei, avrebbe dovuto portare a una certa spiritualizzazione della vita europea, a un approfondimento del suo contatto col Cristo. Dato lo zelo addirittura smisurato che viveva nelle anime dei Cavalieri Templari, si può comprendere che le potenze spirituali che hanno per compito di ostacolare la retta evoluzione, di deviare, di alienare dalla Terra le anime umane, di avviarle verso un pianeta separato, al fine di spopolare la Terra, si può comprendere che volessero intralciare in modo speciale le anime che, come quelle dei Templari, erano animate da quei sentimenti. Le anime che volevano dedicarsi interamente allo spirituale potevano facilmente essere influenzate da forze che si propongono di allontanare dalla Terra tutto lo spirituale, che non vogliono che lo spirito compenetri l’esistenza terrestre. Esiste infatti sempre il pericolo che le anime si estranino dalla  Terra, che si disamorino della Terra e che l’umanità sulla Terra vada incontro alla meccanizzazione. Nei Templari divenne forte e quanto mai intensa la loro unione col Cristo. Era un vero templare quello che per così dire non sapeva più nulla di se stesso, ma i cui pensieri, i cui sentimenti, il cui entusiasmo erano pensieri, sentimenti ed entusiasmo del Cristo in lui. Saranno magari stati anche pochi, però erano pur sempre un bel numero, di fronte all’intera massa dei Templari, quelli in cui quell’ideale produsse un completo rivolgimento, una vera metamorfosi della vita dell’anima che molte e molte volte portò le loro anime fuori dai corpi, facendole vivere nel mondo spirituale. Per effetto di questo nella cerchia dei Templari era avvenuto qualcosa di molto singolare e di veramente grandioso, senza che i Templari conoscessero le regole dell’iniziazione cristiana per altre vie che non fossero quelle del loro servizio sacrificale. Dapprima nelle crociate, poi nella loro attività spirituale in Europa, le loro anime vennero ispirate dall’intensa loro dedizione agli impulsi cristiani e al mistero del Golgota, in modo che ne risultò per molti Templari l’esperienza dell’iniziazione cristiana. Abbiamo davanti a noi sul piano storico il grande evento di una serie di uomini che, partendo dal divenire umano, diventano partecipi dell’iniziazione cristiana, cioè della percezione dei mondi spirituali che debbono diventare accessibili all’uomo per mezzo dell’iniziazione cristiana. Un fatto come questo provoca sempre una reazione di forze contrarie, forze che in quel tempo erano presenti in abbondanza. Una realtà come quella, che si affaccia sulla scena del mondo, non viene soltanto amata ma anche odiata ferocemente. Brevemente, per chiarire, in un’iniziazione come quella che fu conseguita da una serie di MonaciCavalieri Templari esiste sempre la possibilità di non scorgere solo l’aspetto beatificante, divino, ma anche le forze “negative”. A chi sperimenta una tale iniziazione, oltre alla visione dei mondi spirituali normali, si manifesta tutto ciò che si oppone al divino, tutto ciò che attira l’uomo giù nel mondo o su nel mondo. Chi viene iniziato in quel modo si trova di fronte a tutti i dolori, a tutte le tentazioni, a tutti i turbamenti provocati dalle potenze nemiche del bene; vi sono certo dei momenti nei quali il mondo spirituale positivo si sottrae allo sguardo della sua anima, in cui si sente come imprigionato da qualcosa che si vuole impadronire di lui, in cui si vede nelle mani delle potenze negative che vogliono impossessarsi della sua volontà, del suo pensare, del suo sentire. Queste sono proprio le ben note tentazioni spirituali, quali ci  vengono descritte da coloro che hanno veduto il mondo spirituale.

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