Il BESTIARIO MEDIOEVALE NELL’ARALDICA (prima parte)

Il “Bestiario Medioevale” è una compilazione di testi sugli animali, particolarmente in voga in Occidente nel XII e XIII secolo. Il termine Bestiarium è stato fatto derivare dalla frase iniziale di un capitolo delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia: “Bestiarum vocabulum proprie convenit leonibus, pardis” (XII, 2), con cui spesso cominciano alcuni manoscritti dei Bestiari della fine del XII secolo. In precedenza questi manuali zoologico- didattici erano designati con il nome di “Liber Bestiarum”, per esempio nel catalogo della biblioteca dell’abbazia di Peterborough, della fine del sec. X°. Eredi dei manuali divulgativi della Tarda Antichità, i Bestiari Medievali, portatori di un messaggio allegorico, moralizzatore e religioso al tempo stesso, riflettono i processi di modificazione dei simboli, caratteristici nel suo fluire, alla civiltà del Medioevo, del cui repertorio simbologico il Bestiario costituì una fonte inesauribile. La storia dell’origine e della formazione del Bestiario è legata, innanzitutto, allo sviluppo del suo diretto antecedente, il Physiologus, opera greca anonima del sec. II ca, apparsa probabilmente in ambito alessandrino, raccoglie una serie di interpretazioni  popolari, ed inoltre il“Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio. Il Physiologus venne tradotto in latino verso il sec. V diffondendosi anche in Occidente in redazioni diverse. Dalla fine del XII secolo fino alla prima metà del XIV in Europa, e in maniera particolare in Inghilterra e Francia, si diffonde un particolare tipo di opera letteraria, in alcuni casi riccamente illustrata, in cui gli animali vengono catalogati e descritti nelle loro specifiche particolarità. I Bestiari  conoscono un rapido successo e diventano un elemento imprescindibile delle biblioteche di monasteri, alti prelati e nobili; contengono descrizioni di cervi, leoni, orsi, pantere ma anche di draghi e creature marine dal corpo squamoso ma dotate di becco, zampe e ali d’uccello che avevano la capacità di uscire dall’acqua, sollevare le imbarcazioni prendendole tra gli artigli. Che fossero esseri reali di cui si aveva una conoscenza più o meno diretta oppure animali fantastici, gli autori di queste particolari opere non erano tanto interessati a darne una descrizione rigorosa dal punto di vista zoologico, quanto a descriverne le peculiarità caratteriali e morali. Nell’Europa Medievale l’esistenza di esseri soprannaturali, per lo più residui del paganesimo, era una nozione comunemente accettata. Alcuni di essi erano un lascito del mondo greco-romano, altri invece provenivano dalle diverse popolazioni che si erano via via convertite al cristianesimo. Il risultato fu la raccolta di leggende e Bestiari specializzati che descrivevano queste creature come fossero vere e proprie enciclopedie. Gli autori non danno una lettura simbolica univoca degli stessi animali. Uno degli esemplari più belli è il Bestiario  di Aberdeen, un manoscritto inglese del XII secolo con oltre 120 figure di animali, ma anche di piante e minerali, realizzate con la tecnica della miniatura. Non è un caso che molti romanzi fantasy siano ambientati in mondi dall’estetica Medievale. Quando pensiamo a unicorni, draghi, fate o elfi, li collochiamo spontaneamente in un contesto che, almeno visivamente, ricorda il Medioevo. Niente di che stupirsi: fu proprio in quest’epoca che si diffusero moltissimi dei miti e delle leggende che sono arrivati fino a noi. Un interessante mutamento del genere avviene nel XIII secolo, quando la cultura cortese dei trovatori si impossessa dei bestiari, svincolando le caratteristiche degli animali dall’originaria esegesi teologica e applicandole all’ambito erotico e all’amor cortese. Utilizzando gran parte della materia zoologica presente nel Bestiaire di Pierre de Beauvais, Richart de Fournival scrive nel 1250 il più importante ed originale fra i Bestiari Medievali francesi, il Bestiaire d’amour, un trattato allegorico in forma di epistola che reinterpreta il Bestiario “divino” in Bestiario d’amore, rintracciando, non senza ironia, analogie e similitudini tra il comportamento degli animali e quello degli innamorati, mischiando così sacro e profano. Interessante è ricordare il ritrovamento del famosissimo “Calamaro Gigante”. In “Ventimila Leghe Sotto i Mari”, con i suoi tentacoli afferrava il sottomarino del Capitano Nemo, o quello che attaccava i protagonisti del “Il Signore degli Anelli”. Questo enorme essere, anzi uno ancora più grosso di quello descritto da Giulio Verne, è stato trovato realmente nel 1995. La “scienza” ha sempre rinnegato la sua esistenza, ma quando fu effettivamente ritrovato, si è appropriata della scoperta catalogandolo come  nuova specie animale e ribattezzandolo col nome di “Architeuthis dux”. L’esemplare è lungo 20 metri, pesa 800 Kg ed è stato accertato il fatto che potesse tranquillamente affondare piccole imbarcazioni. Kraken, è un mostro marino leggendario dalle dimensioni abnormi, generalmente rappresentato come un gigantesco cefalopode, è il nome datogli sin dal Medioevo, quando si raccontavano storie di navi attaccate da questo essere. Queste strane creature non sfuggirono agli Araldisti/Genealogisti che ebbero a descriverle, o meglio a dargli una rappresentazione o un  significato specifico, quando collocate nelle Arme Nobiliari. Vediamone di seguito alcune con descrizioni anche di araldisti:

illustrazione di Gustave Dorè per la Divina Commedia

ARPIA: il nome deriva dal greco harpazein, ovvero ghermire, rapire, e il suo significato letterale potrebbe dunque essere “colei che porta via”. Figlie di Taumante e di Elettra, divinità marine, Sul loro numero c’è disaccordo: secondo Esiodo erano due, Aello e Ocipete, mentre nella narrazione di Virgilio sono molte di più, e capeggiate da una certa Celeno. Compaiono nell’Eneide quando Enea e i suoi uomini approdano sulle isole Strofadi, nel mar Ionio. Così la descrive il Crollalanza: figura chimerica con volto e petto femmineo, corpo, ali, artigli e coda d’avvoltoio e orecchie d’orso, emblema di rapacità a cagione della favola. Con tutto ciò noi non crediamo che sia stata posta nelle arme in questo senso, ma solo per il gusto che avevano i nobili di porre animali feroci e fantastici sui loro cimieri e quindi sul loro scudo.

BASILISCO: nei Bestiari e nelle leggende greche ed europee, il Basilisco, dal greco  basilískos, “piccolo re” da,  basiléus, “re”; in latino rēx, regis) è una creatura mitologica citata anche come “re dei serpenti” (epiteto che gli deriva da una macchia bianca che ha in testa come fosse un diadema). Sembra che il Basilisco abbia avuto origine dall’insolita deposizione, da parte di un gallo anziano, di un uovo perfettamente sferico, che è stato covato da serpenti e rospi in particolari nidi e per un tempo di circa nove anni. Appare evidente una simbologia nascosta dietro l’immagine del gallo anziano, un maschio presumibilmente saggio, che procrea in nove anni invece che in nove mesi una creatura a suo modo perfetta (l’uovo sferico). Un drago dai poteri malefici enormi, con significati reconditi tutti da indagare. Gli unici animali che sembrano capaci di poter sconfiggere un Basilisco sono le donnole, destinate tuttavia a morire dopo lo scontro e i galli, il cui canto gli è letale. Sempre la leggenda dice che l’animale muore se guarda la sua immagine riflessa nello specchio. Anche in questi elementi, in particolare nell’archetipo dello specchio, è possibile ravvisare interessanti significati che rimandano alla simbologia utilizzata da diverse Antiche Tradizioni. In Alchimia, ad esempio, era la figura del Fuoco Devastatore. Si credeva che le polveri di un Basilisco bruciato potessero trasformare l’argento in oro, e in generale che permettessero di purificare i metalli. A questa creatura viene attribuito il potere di uccidere o pietrificare con un solo sguardo diretto negli occhi di colui che non è stato capace di evitarlo. Chiunque entri in contatto col suo fiato o venga morso dal Basilisco, muore sul colpo. Gli araldisti sostengono che delle tante favole attribuite dagli antichi a questo animale, l’Araldica ne accettò una per simboleggiare chi coll’innocenza spense la falsa calunnia; i maghi celebravano l’efficacia del suo sangue, da sé innocuo, per distruggere i veneficii (Plinio, storia naturale Lib. XXIX, cap. 4.). La forma di questo rettile, in verità esistente, ma posto fra le figure chimeriche per la sua immaginaria struttura varia secondo le opinioni dei tempi e il capriccio degli artisti: ordinariamente però lo si vede rappresentato con un corpo squamoso, coda da serpente, testa da gallo o da falcone, al dir del Poerius, illuminato spesso di smalto diverso e sormontato il capo da un’escrescenza carnosa in forma di corona (onde fu detto dagli antichi Cocatrioo reoo serpentium), e con due, quattro o otto zampe da uccello. I Ghibellini  di Germania e d’Italia lo presero fra le loro insegne, ed è più usato come cimiero che come figura caricante lo scudo.

CENTAURO: voce dotta recuperata dal latino Centaurus, a sua volta derivato dal greco Kentauros rappresenterebbero la concupiscenza carnale – con tutte le sue brutali violenze –che rende l’uomo simile alle bestie quando non è equilibrata dalla potenza spirituale. Sono un immagine toccante della duplice natura dell’uomo, bestiale e divino al tempo stesso. La funzione simbolica del Centauro è quella del recupero del rapporto tra corpo e mente ascoltando, mettendosi in movimento con consapevolezza. Figura chimerica metà uomo e metà cavallo, che si pone nelle arme corrente, colla testa e il dorso rivoltato, e saettante. La leggenda narra che ebbe origine dall’unione di un figlio di Apollo, Centauro appunto, con delle bellissime cavalle. Dalla loro unione nacque una creatura con il corpo di cavallo sul cui tronco erano innestati un corpo e un volto umano. La loro particolarità è che possedevano tutti i pregi e i difetti del genere umano, portati però a livelli elevatissimi, tanto che ai Centauri la mitologia ha sempre riservato ruoli contrastanti, che vanno da esseri di estrema saggezza ad altri di incredibile crudeltà. Una curiosità: Chirone, uno dei Centauri più saggi e sapienti, è considerato come il fondatore della scienza veterinaria. Durante il Medioevo, i centauri vennero così descritti: “I centauri assomigliano ad uomini dal cuore falso e doppio; hanno le apparenze della devozione,… ma la sostanza di avversari e di eretici. Con i loro amabili discorsi seducono il cuore degli innocenti”. Secondo il Physiologus, l’immagine del centauro si addiceva agli eretici ed alla loro interna dissociazione che li faceva considerare metà cristiani e metà pagani. Ma il vero specchio del pensiero medioevale in merito è rappresentato da Dante, che nella Divina Commedia colloca i centauri nell’inferno (Inf. XII) come custodi-giustizieri dei violenti contro il prossimo, in rapporto diretto con il loro carattere violento avuto in vita.

Chimera di Arezzo

CHIMERA: simbolo delle illusioni, delle fantasie azzardate, nonché dei sogni irrealizzabili e pericolosi. Mostro della mitologia greca col corpo di capra e la testa di leone, vomitante fiamme. Fu più usato come cimiero che come figura dello scudo. Altri la descrivono in modo più completo: la parte posteriore del corpo di capra (Chimera, in greco Khimaira, significa capra) e la parte anteriore di un leone, ha grandi ali di drago, una coda con un serpente e tre teste, di una capra, di un leone e di un drago. Era figlia di Tifone e Echidna che dettero alla luce anche Cerbero, mostruoso cane a tre teste, Ortro, cane a due teste e Idra. Venne allevata dal re Amissodore e per lunghi anni portò distruzione lungo le coste dell’attuale Turchia, finché Bellerofonte, che alcuni considerano come figlio di Poseidone, riuscì con l’aiuto di Pegaso, donato da Minerva, ad ucciderla.

FENICE: Il più celebre fra gli animali favolosi dell’antichità, definito dagli arabi “creatura di cui si conosce il nome, e s’ignora il corpo”, che corrisponderebbe al nostro detto: “Che ci sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa”. Il primo a darne una descrizione particolare fu Erodoto (storico greco del quinto secolo a.C., considerato da Cicerone come il “padre della storia”).

“Vi è, dice Erodoto, un uccello sacro che si chiama Fenice. Io non l’ho mai visto se non dipinto. Non si vede spesso neppure in Egitto. Gli Eliopolitani dicono che esso viene ogni 500 anni, quando suo padre è morto. Rassomiglia alla pittura che ho veduta, egli è della forma e della grandezza di un’aquila; la sua piuma è dorata, e tinta di rosso, ne riferiscono delle cose poco verisimili. Dicono che venendo dall’Arabia nel Tempio del Sole, esso vi porta suo padre coperto di mirra e che lo sotterra in questo Tempio; che per portarlo, esso fa primieramente con della mirra una massa in forma d’uovo tanto grossa quanto la può portare, di che prima ne fa prova, che dopo tale esperimento scava siffatta massa e vi mette dentro suo padre che la rende dello stesso peso che era innanzi; che la richiude con altra mirra e che la porta poi in Egitto nel Tempio del Sole.”

Questa storia fu, con vari abbellimenti, ripetuta e creduta per più di mille anni. Ne parlarono circostanziatamente, Antifano, Cheremone, Lucano, Marziale, Mela, Ovidio, Plinio, Seneca e Stazio. Tacito racconta che ne fu vista una in Egitto l’anno 34 dell’era volgare. Il Rabbino Osaja dice che la ragione per cui la Fenice vive così a lungo è perchè essa fu il solo animale che non mangiò il frutto vietato del Paradiso. San Clemente Romano (Papa Clemente I, generalmente noto come Clemente Romano per distinguerlo dall’omonimo Alessandrino, è stato il 4º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dall’88 al 97. La Chiesa Cattolica e quelle Ortodosse lo venerano come Santo) riferisce che l’Araba Fenice essendo vicina alla morte si costruisce una pira d’incenso e mitra, vi dà fuoco e vi muore dentro. Allorché la sua carne è corrotta, ne nasce un verme che si nutre dell’umore dell’animale morto, e riveste le penne, divenendo in tal modo una nuova Fenice, che è sempre la stessa che spirò sul rogo. Per alcune popolazioni significa egualmente un palmizio, albero al quale si attribuivano facoltà soprannaturali, specialmente quella di rinascere dalle proprie ceneri. La storia della Fenice sarebbe anche un’allusione alla fertilità dei paesi orientali. Presso gli Egizi era geroglifico dell’anima che sopravvive al corpo e passa in altro, per la teoria della metempsicosi. Originaria dell’antica India e attestata già nelle Upaniṣad in cui è connessa alla teoria del karma, questa dottrina fu accettata in parte e perfezionata dal buddismo. In Occidente la dottrina della metempsicosi si ritrova nella religione mistica degli orfici da cui è poi passata nella filosofia greca, per la quale la metempsicosi non termina, come nel buddismo, con l’annientamento dell’individualità umana, ma con il trionfo completo dello spirito – concepito come eterno – sulla materia, nella quale era stato imprigionato -σῶμα=σῆμαe da cui riesce finalmente a liberarsi. Il termine metempsicosi è tardo e compare per la prima volta negli scrittori della prima età cristiana, in Alessandro di Afrodisiade, De anima; Porfirio, De abstinentia; Proclo, In Platonis Rempublicam; talvolta la credenza è indicata con il termine ritenuto più corretto da Olimpiodoro, Commento al Fedone, «metensomatosi», che si legge in Plotino – Enneadi-. La dottrina è comunque professata in ambito pitagorico, attestata in Empedocle, Platone, Plotino, in diversi neoplatonici e, in ambiente Cristiano, sostenuta da gnostici, manichei e, nel medioevo, dai Catari; essa assume nei vari contesti sfumature diverse. Necessaria alla purificazione dell’anima e interpretata come punizione per una vita non vissuta come si addice all’uomo, la metempsicosi si inserisce nell’orfismo nel ciclo cosmico della generazione e del rinnovamento e in quello escatologico- soteriologico nella tradizione che va da Pitagora a Platone, passando per Empedocle. Nel Fedone la dottrina della metempsicosi è attribuita a un’antica tradizione, mentre nel Fedro la legge di Adrasteia, il destino, vincola l’uomo al ciclo delle rinascite in corpi diversi, a seconda del grado di reminiscenza delle cose divine contemplate nel mondo delle idee; nella Repubblica Platone sostiene la responsabilità dell’anima nella scelta del corpo in cui si incarnerà. Quanto al sostrato corporeo che accoglierà l’anima nel ciclo delle reincarnazioni, si possono rintracciare posizioni differenti. Diogene Laerzio Vite dei filosofi ricorda come la tradizione insistesse sul fatto che Pitagora aveva attraversato più vite, di cui egli era eccezionalmente in grado di ricordarsi; la sua anima aveva peregrinato in piante e animali, oltre che nei corpi di altri esseri umani. Il principio secondo cui l’anima umana si incarna in realtà inferiori – come sostenuto negli Oracoli caldaici – sembra accettato anche da Empedocle e dallo stesso Platone, Fedone; Repubblica, ricordato in Plotino, Enneadi, viene però respinto da Porfirio, secondo una testimonianza di Agostino, De civitate Dei, da Giamblico, De mysteriis Aegyptiorum, e dalla maggior parte degli scrittori neoplatonici, nonché dall’autore del 10° trattato del Corpus hermeticum. Dall’ellenismo la metempsicosi. è passata anche ad altre religioni, ha però trovato maggior favore soltanto presso qualche autore particolare o qualche ristretto circolo intellettuale, generalmente con tendenza ad accogliere piuttosto le concezioni indiane che quelle occidentali. Presso i Cristiani sarebbe un simbolo della resurrezione di Cristo.  In Araldica, che l’adottò come tutte le altre creazioni della fantasia umana, rappresenta la costanza propria dei cuori più nobili e generosi. Nelle imprese è per lo più accompagnata dai motti diversi.  Graziosamente il Cav. Ciro di Pors si valse dell’idea della Fenice per un’ode da nozze, scrivendo allo sposo:

“Ma ben arder felice
Tu sol fra gli altri puoi,
Che i cari incendj tuoi
Dolce temprar ti lico,
Amorosa fenice,
 In si bel rogo ardendo,
Rinascerai morendo”.

Nelle divise è emblema di castità vedovile, di virtù immortale, di contemplazione, di penitenza e di fama. Nello scudo si pone di profilo, colle ali semistese, sopra un rogo, che si dice immortalità quando è di smalto diverso dall’uccello, o che non si blasona se è dello stesso. La Fenice è per lo più riguardante un solo posto nel primo cantone, che simboleggia la gloria a cui aspira il merito; raramente è volante. Nell’anno 1754 da un principe Hohenlohe del ramo di Waldembourg-Barnstein fu istituito l’Ordine Cavalleresco detto della Fenice.                       

GRIFONE/GRIFO: Il Grifone originariamente era sacro al dio Apollo e alla dea Atena, infatti le sue caratteristiche sono la forza, la vigilanza e la saggezza. Esso è costituito da parti di corpo di leone e di aquila: sul busto di leone possono crescere testa e ali di un’aquila e, a volte, è presente anche una coda di drago. Durante il Medioevo la concezione del grifone è cambiata; i Templari in lui vedevano la doppia natura umana e divina, associavano l’aquila al cielo e il leone alla terra proprio come la possedeva Cristo. Il connubio aquila inteso come uccello del sole e leone inteso come animale del sole simboleggia la resurrezione: difatti il sole tramonta la sera per poi sorgere nuovamente al mattino. Il grifone trova largo utilizzo nelle più disparate pratiche esoteriche. Per i Templari i Grifoni erano indicati come i “guardiani dell’oro”, in quanto i Templari erano a conoscenza di graniti nella zona dei monti Azzurri e degli Altai (la radice di Altai significa “oro”) che costituivano la tradizionale fonte dell’oro degli Sciti. Tale metallo prezioso, l’oro, affiorava in superficie a causa dell’erosione e il vento lo accumulava, si dice che i guardiani erano i Grifoni. I Templari lo scolpivano in pietre fuori dalle loro città e castelli quale simbolo di ferocia congiunta a prontezza e diligenza di custodia e vigilanza guerriera, lo stesso significato lo si ha in Araldica. Se è rosso in campo d’oro rappresenta l’invidia superata in verde età con azioni grandi  e virtuose, al dire del Ginanni, in Arte del Blasone. Il Playne in Art Héraldique dice che essendo mezzo aquila e mezzo leone esprime la sveltezza e diligenza dell’una e la forza e coraggio dell’altro. Il Grifo nelle arme si rappresenta con busto, collo, testa ed ali d’aquila, parte posteriore del corpo e coda da leone, piedi anteriori con lunghi artigli, posteriori leonini e orecchie aguzze simili a quelle dei cavalli. Questa figura è comunissima nelle arme di tutte le nazioni. Il Grifone o Grifo non era in origine che un geroglifico degli Egizi, per mezzo del quale pretendevano rappresentare Osiride, ed esprimere l’attività del sole quando è nella costellazione del leone. Esisteva un Ordine Cavalleresco del Grifone fondato nel 1489 da Alfonso I re di Napoli.

IDRA: mostro della favola che appare negli scudi di profilo, con sette teste delle quali una recisa ed attaccata al corpo per un solo filamento, con coda da serpente. Il suo smalto particolare è il verde; ma se ne trovano anche d’oro. E’ posta tra le figure chimeriche e simboleggia il capitano che non teme le ferite e che intrepido si dimostra nelle sconfitte, così la descrive il Ginanni. L’ottava fatica di Ercole si concluse con la sua vittoria sull’Idra, e viene così riportata: “La bestia attaccò Ercole che con un colpo di clava staccò di netto una delle nove teste; ma, appena la testa toccò terra, ne crebbero immediatamente altre due al suo posto. Ad ogni attacco, l’Idra, invece di indebolirsi diventava sempre più forte. Ercole comprese che non era questo il metodo giusto, allora si inginocchiò, afferrò l’Idra e la sollevò in alto. Il mostro, forte nell’oscurità e nel fango, diventava sempre più debole alla luce del sole ed al contatto del vento. Il suo viscido corpo era attraversato da spasmi d’agonia, finchè alla fine, con un tenebroso rantolo, si accasciò con tutte le sue nove teste. Ma quando il mostro fu totalmente privo di vita, Ercole scoprì la testa mistica, quella immortale. La mozzò e la seppellì sotto una roccia. Solo allora la vittoria fu totale e completa”.

IPPOGRIFO: la figura dell’ Ippogrifo appartiene alla cultura greco-romana. Questo animale, descritto nel 1516 da Ludovico Ariosto  ha zampe anteriori e corpo di un cavallo o di leone, mentre testa, collo, ali fittamente piumate e zampe posteriori sono d’ avvoltoio e può volare più alto e più a lungo di qualsiasi uccello. Il suo nome è formato da ‘ippo’ (dal greco ‘hippos’, cavallo) e da ‘grifo’ (il grifone). Nell’ opera di Orlando il Furioso, l’ Ariosto fa volare l’ amico di Orlando Astrolfo sulla luna, per recuperare il senno perduto dell’ amico. Per raggiungere la luna, Astrolfo di serve dell’ ippogrifo. In quest’ opera, l’ animale trae elementi dal Pegaso e anche dal Grifone; nel poema però, le parti leonine del grifone sono sostituite da parti di un cavallo, ma la testa e le ali d’ aquila o avvoltoio rimangono. Già  in un’ opera del Virgilio (nelle Bucoliche ) si trova un incrocio da grifone e cavallo, considerato però, a causa dell’ odio tra i due animali, assurdo. In Araldica è figura chimerica che si presenta come un animale mostruoso, metà aquila e metà cavallo. E’ un animale fiero e territoriale, che difende le sue zone di caccia e pascolo preferite allontanando chiunque minacci il suo territorio. Il Crollalanza ricorda che spesso alcuni araldisti confondono questo animale con il Grifo.

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